Il sistema feudale

Feudo è parola d’origine germanica che significa probabilmente « bene », «possesso », o forse anche « bestiame «. Era consuetudine dei barbari, in genere, che il re compensasse i suoi guerrieri, all’indomani d’una conquista, assegnando loro in godimento o «beneficio « terre tolte ai vinti, subordinando la concessione a precisi doveri di fedeltà, prestazione di uomini armati, manifestazioni di sudditanza, ecc. Il re conferiva, con apposita cerimonia, l’investitura del feudo; il feudatario prestava l’omaggio; diventava uomo del re, servo (= vassallo). E il beneficio ottenuto, salvo casi di ribellione o tradimento della fede data (= fellonia), rimaneva in godimento al feudatario per tutta la vita.
Altra consuetudine, invalsa anche nelle terre romane nella decadenza dell’impero, quando le leggi funzionavano poco, era che il padrone della terra fosse altresì il signore degli uomini che su essa lavoravano; sicché aver terre significava aver titolo di signoria, titolo di nobiltà. (Oggi, invece, come ai tempi migliori di Roma, chi detta legge è lo Stato e non i proprietari delle terre). Così al beneficio si accompagnavano poteri di governo su gli abitanti; il feudatario esigeva tributi o prestazioni d’opera, amministrava la giustizia, talvolta batteva moneta, ecc. Esercitava, cioè, tutti quei poteri che il re non riservava a se stesso e che si chiamavano «immunità », ossia libertà di comandare senza prendere gli ordini dal re.
Non sarebbe stato possibile in altro modo ad un re governare vasti territori in un tempo come quello, senza leggi scritte, senza strade, senza magistrati, con pochi mezzi di trasporto, con rudimentali mezzi di comunicazione. L’importante era di saper scegliere uomini che, una volta prestato il giuramento, vi rimanessero fedeli: ospitassero devotamente il re e i suoi uomini al loro passaggio nelle terre del feudo, fornissero al re cavalli e guerrieri, quando ne aveva bisogno, e non si macchiassero del nero delitto di fellonia.
Nella medesima condizione venivano però a trovarsi i principali feudatari, i principi più vicini al re, quando possedevano territori così vasti che non avrebbero potuto visitarli nemmeno cavalcando per intere settimane. E anch’essi assegnavano terre ai loro fedeli, che divenivano così vassalli di vassalli (= valvassori); e questi, a loro volta, assegnavano parte delle loro terre ai loro fedeli (= valvassini), sempre con le stesse cerimonie dell’investitura, dell’omaggio e si capisce — con l’attribuzione di sempre minori poteri o immunità. Tra i Franchi, al tempo di Carlo Magno, si erano formate tante complicate catene di vassalli, valvassori, valvassini, in un intrico di rapporti da uomo a uomo, che generavano una gran confusione. Carlo Magno ebbe il gran merito di mettere ordine e disciplina in queste catene di signori, signorotti e signorini e di formare con i feudi una grande piramide al cui vertice era lui, l’imperatore, e giù giù, a partire dai principi o dai conti del palazzo (= paladini), schiere sempre più larghe di vassalli, valvassori, ecc., tutti incombenti sul popolo misero e oscuro e sui servi della gleba. E, per infondere in ciascun grado dell’alta piramide una costante devozione ai comuni doveri, Carlo si valse anzi tutto del suo grande prestigio di condottiero militare e poi dell’ardore diffuso per la fede cattolica e della collaborazione del clero, la cui gerarchia fiancheggiò e sorresse la gerarchia feudale.
Così Carlo Magno poté reggere in un unico ordinamento tante terre e genti diverse, lasciando a ciascuna i suoi capi, i suoi costumi, i suoi dialetti. Si spostava egli stesso con la sua corte di paese in paese per tenere d’occhio i feudi e consumare sul posto i prodotti delle sue « villae », che possedeva in varie parti dell’impero e che andò trasformando in poderi-modello; e si servì anche di ispettori viaggianti in coppia, uno laico e l’altro ecclesiastico, i «missi dominici », che visitavano i feudi e riferivano se la giustizia era bene amministrata, se le chiese venivano rispettate, se spirava vento di ribellione. Per le cose d’interesse locale lasciava fare ai suoi feudatari; per le cose d’interesse comune, specialmente religiose, dettava legge lui a tutti con i suoi << capitolari >>.
Due volte all’anno, poi, l’imperatore chiamava a raccolta i suoi feudatari per la guerra: teneva un’assemblea dei capi al cader di ogni estate (dieta d’autunno), per fissare il programma delle spedizioni militari di primavera; a primavera, poi, faceva l’adunata dei cavalieri in armi (campo di maggio), equipaggiati di viveri per due o tre mesi, e li guidava alla guerra di quell’anno, a sud contro gli Arabi, o a nord contro i Sassoni, o a est contro gli Slavi.

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