Mika di Mika
Ominide 885 punti

San Francesco Giullare di Dio

"Tutti i traditori di San Francesco"

Intervista da "La Repubblica" a Jacques Le Goff (30/11/1999) di Bernardo Valli

PARIGI - Goethe gettò soltanto un'occhiata alle due basiliche sovrapposte di Assisi. Anzi un'occhiataccia. Nel Viaggio in Italia squadra da lontano, con ripugnanza, l'insieme architettonico, lo trova triste, simile a una Torre di Babele, e continua il suo cammino diretto a Foligno. Quel giorno d'ottobre del 1786 era sotto la suggestione dei sommi fastigi pagani del tempio di Minerva, appena ammirato nel centro della città umbra, e neppure gli passò per la mente di entrare nelle basiliche in cui dipinsero Cimabue, Giotto, Simone Martini e Pietro Lorenzetti, per limitarsi ai maggiori. Pensava agli errori commessi dal Palladio nel fare uno schizzo del prezioso tempio romano (trasformato in Santa Maria della Minerva), e trovava sconveniente che quel disegno si discostasse tanto dalla realtà. Era la riprova che è sempre meglio recarsi sul posto: precetto disatteso dal Palladio che non era evidentemente mai stato ad Assisi. Null'altro, al di fuori di queste considerazioni, interessava il turista tedesco in quel momento. Quattro uomini del posto, due dei quali armati di fucile, l'apostrofarono con arroganza trovando strano, sospetto, che un forestiero dabbene non pagasse un tributo di devozione al Santo.

Goethe non si piegò alla loro ingiunzione, si guardò bene dal visitare le chiese francescane per placare la loro indignata, forse pericolosa, diffidenza. Giudicò il rischio meno grave di un fastidioso pellegrinaggio. San Francesco non gli ispirava sentimenti particolari, non sollecitava il suo interesse, lo lasciava indifferente; e, certo, non attenuava questo stato d'animo il disprezzo per l'architettura e l'iconografia che ne incorniciavano il ricordo. Egli si limitò dunque a mettere qualche scudo d'argento nella mano del più insistente e mansueto dei quattro ceffi indigeni.
Per associazione, penso alla famosa, sprezzante visita di Goethe ad Assisi, mentre Jacques Le Goff parla con fervore di San Francesco nel suo piccolo studio traboccante di carte e di libri, in un arrondissement non proprio centrale di Parigi.
Ne parla da medievalista devoto a un personaggio storico che fece compiere progressi alla religione, alla civiltà, alla società del suo tempo, a cavallo di due secoli, il XII e il XIII, quando nasceva un Medio Evo dinamico e moderno. E' un po' come se Le Goff facesse risuonare l'eco della voce di Francesco, ne facesse risaltare la freschezza e per certi versi l'attualità. I gusti, le mode, i valori cambiano: invecchiano, muoiono, risorgono. Ciò vale per molte opere d'arte, comprese le maggiori, ed anche per le epoche e ovviamente per i personaggi del passato remoto o vicino, che gli storici rispolverano, rianimano e adeguano alle curiosità e agli interessi politici, culturali o religiosi del momento.
Quando due secoli fa Goethe passò da Assisi, San Francesco era sepolto sotto numerosi strati di indifferenza. Era snobbato dagli studiosi critici e lasciato agli agiografi. I primi erano più attirati da un altro personaggio medievale, il dotto teologo Abelardo. Il predominio del positivismo e del razionalismo sulla cultura che contava non stimolò certo la ricerca sul fenomeno francescano, e sulla religione in generale. Lo sottolinea Lorenzo Bedeschi nel presentare l'ultima edizione dell'opera di Paul Sabatier, il pastore protestante che contribuì, alla fine dell'Ottocento, a rilanciare l'interesse anche laico per il Santo. La biografia di Sabatier ebbe grande successo e suscitò controversie, quasi quanto quella di Gesù scritta dal suo maestro Ernest Renan. Ed era stato proprio Renan a spingerlo ad occuparsi di Francesco. Da allora innumerevoli studi hanno pulito, scrostato, rinfrescato il personaggio: e, come accade per un dipinto antico affidato alle cure di esperti restauratori, i suoi contorni, su cui si erano posati nei secoli tanti strati di retorica e di luoghi comuni, sono diventati più nitidi, più precisi, meno sdolcinati. A distanza di un secolo da quello di Sabatier, il restauro più recente e significativo è stato fatto da Chiara Frugoni.
Riassumo il tutto da profano nella materia: ed è un po' come se pretendessi di abbracciare il mare, l'oceano (la vastità degli studi francescani) con un solo frettoloso sguardo. Mi serve a misurare la mole del lavoro compiuto l'abbondante nota bibliografica che accompagna i quattro saggi di Jacques Le Goff, alcuni dei quali già conosciuti, raccolti dall'editore Gallimard in un volume della Bibliothèque des Histoires (Saint François d'Assise, pagg. 220, frs 120). Un volume che serve da pretesto a questa conversazione con il medievista francese. Il quale mi sembra piuttosto d'accordo con Goethe nel giudicare con severità il cattivo gusto delle basiliche d'Assisi, in particolare quella discosta dalla città, Santa Maria degli Angeli, costruita sulla Porziuncola. Ma Le Goff se la prende anche con la falsa immagine di Francesco tramandata nei secoli. "Su questo terreno", mi dice, "devo molto ai lavori di Chiara Frugoni. Ho una grande ammirazione per lei, per quel che ha fatto al fine di dimostrare come sin verso al 1280 (circa mezzo secolo dopo la morte di San Francesco, n.d.r.) l'iconografia fosse rimasta fedele al personaggio reale, e come poi l'abbia invece deformato, soprattutto edulcorandone l'immagine. Userò parole grosse: che grande pittore e al tempo stesso che grande falsario è stato Giotto! Francesco è stato tradito non soltanto dalla Chiesa ma anche dall'Arte. Il tradimento comincia con la basilica d'Assisi voluta da frate Elia: non si poteva costruire qualcosa di più antifrancescano! Peggio ancora l'orribile chiesa posata nel Cinquecento sopra la Porziuncola. L'ultimo erede dell'immagine autentica del Santo è stato Cimabue. E' stato dimostrato come Giotto fosse molto legato alla borghesia mercantile di Firenze, all'inizio del Trecento: e forse ha rappresentato una figura conforme all'idea che quella gente si faceva del Santo".
Nella parte illustrata, il libro di Le Goff allinea immagini precedenti alla "falsificazione" del personaggio di Francesco. Soltanto le ultime due sono giottesche, dunque "edulcorate": e sono messe lì apposta a sottolineare la differenza, ossia il tradimento della figura autentica del Santo. C'è in particolare la Predicazione agli uccelli. Il celeberrimo affresco costituisce la somma prova del tradimento iconografico? "Le illustrazioni nel mio libro", risponde lo storico, "sono poche perché costano care all'editore, ma sono poche anche perché non desideravo insistere sull'argomento della falsificazione dell'immagine. Avrei dato l'impressione di voler rivaleggiare con Chiara Frugoni. Lungi da me quest'idea. Lei ha ammirevolmente affrontato il tema. Ho comunque sottolineato la svolta che Giotto impone alla figura di Francesco: una rottura non solo di stile, ma di atmosfera e di spirito. Giotto fa della famosa predicazione agli uccelli una gentile conversazione tra Francesco e graziosi animaletti con le ali, ma il solo testo che abbiamo su quell'episodio ce ne dà una versione del tutto diversa. Accadde al ritorno in Umbria dal primo viaggio a Roma, quando, a Bevagna, Francesco si rivolge agli uccelli per sfogare la sua bollente ostilità alla curia pontificia. Ma quali uccelli? La risposta è chiara: a quelli dell'Apocalisse, con becchi e artigli, che egli esorta ad andare a colpire i prelati. Non si tratta dunque di uccelletti ma di bestie aggressive. C'è un aspetto alla Hitchcock nella vera predica. Il Francesco di Giotto, come del resto quello della biografia di San Bonaventura, è un personaggio pastorizzato. Il mio Francesco è molto più rude. Nella sua vita, nel suo apostolato, nella sua concezione del cristianesimo, è affascinante il modo in cui unisce la solitudine e la società, il ritiro nell'eremo e nella natura e la presenza e la predicazione nei paesi e nelle città, ed anche in un terzo luogo significativo, nelle strade. Questo aspetto di Francesco è superbamente espresso nel film di Rossellini, e nell'opera musicale di Messiaen".
Se Le Goff condivide il duro giudizio di Goethe (per altro mai menzionato nella nostra conversazione) sulle chiese francescane di Assisi, è perché vuole strappare Francesco dalla falsa cornice che gli hanno imposto per secoli i successori e i cultori agiografici. Ma, al contrario dello scrittore tedesco due secoli fa, lo storico francese non nasconde la sua ammirazione per Francesco in quanto personaggio del Medio Evo. In lui vede un cittadino cosciente di vivere lo straordinario sviluppo della civiltà urbana in corso nel suo tempo. Sia pur piccola, la sua Assisi è in preda a fermenti economici, sociali e religiosi, come tante altre dinamiche città italiane in quel guado tra due secoli. Francesco vuole avvicinare il cristianesimo alla nuova società e quindi tiene conto delle sue aspirazioni. Una nuova società in senso borghese? "Proprio così, una società borghese", dice Le Goff. "Perciò si può affermare che Francesco è un uomo moderno per la sua epoca. Ma è anche reticente di fronte all'invasione del denaro, alla sempre maggiore importanza che esso assume. Reagisce all'economia monetaria che si sta imponendo. Sotto altre forme, sono atteggiamenti che poi si riproporranno, sono problemi che conosciamo anche noi: per questo interessano lo storico alla ricerca di un rapporto tra passato e presente, e desideroso, in quanto cittadino, di vivere nel proprio tempo. Il messaggio di Francesco ci riguarda ancora. Pensi al suo amore per la natura. Non evoca la nostra febbre ecologica?".
Per Le Goff la reazione di Francesco di fronte al denaro, di fronte alla nuova economia che irrompe nella sua società medievale, non può però essere troppo confusa con gli atteggiamenti politici o religiosi a noi contemporanei, perché questi hanno spesso un carattere anticapitalistico, e non si può certo parlare di capitalismo nel Duecento. Ma Francesco rivela allo storico come si ponesse allora il problema della moralizzazione del denaro: e quindi quello delle disuguaglianze, che gli stava a cuore. Neppure il concetto di democrazia si addice a quell'epoca. Ma c'è qualcosa del genere nel pensiero di Francesco, ad esempio quando desidera la promozione dei laici, al fine di consentire loro una maggior presenza nella vita religiosa dominata dal clero, ed altresì quando esprime la sua ostilità nei confronti della gerarchia ecclesiastica invasa dal denaro. Senza tuttavia condannare la struttura della Chiesa, poiché ritiene necessario, pur non amando il potere in sé, che ci siano dei responsabili e dei capi. Da tutto ciò scaturisce un'inevitabile domanda: come immaginare un San Francesco nei nostri giorni? La risposta di Le Goff è netta: "E' semplice: non ce ne può essere uno. Possiamo considerare Francesco un antenato che ha ancora parecchie cose importanti da dirci, ma è impossibile immaginare un contemporaneo nelle sue vesti. Non penso del resto che ce ne sia bisogno: e se ce ne dovesse essere proprio uno, non sarebbe certo un uomo di Chiesa".
San Francesco è scaturito da un mondo intriso di religiosità: ben altra è questa nostra fine di millennio. Per un medievalista che vive in una società laica non deve essere facile immergersi in una società in cui il trascendente dominava i pensieri di uomini e donne. "Pur non essendo praticante, pur esitando persino a definirmi un credente, credo all'importanza della religione, anche oggi. Il suo ruolo va ben al di là di quel che consideriamo in senso stretto il campo religioso. Per rendersene conto basta esaminare con attenzione i nostri comportamenti. Persino l'Europa, che va costruita su basi laiche, deve tener in gran conto le basi cristiane delle nostre società. Altrimenti non riuscirà tanto bene".
Lei si è occupato di Luigi IX di Francia, santo e sovrano, il quale nasce nel 1226, l'anno in cui San Francesco muore. Il suo Saint Louis è un'opera importante nella moderna storiografia medievale. Il monarca da un lato e il poverello dall'altro: due interessi opposti, divergenti? "Sì e no. San Luigi è diverso per molti aspetti. Anzitutto per la sua funzione. E' un re ed è immerso in questa sua qualità, che lo colloca molto lontano da San Francesco. Vive dopo di lui, quando il paesaggio religioso, politico, sociale è cambiato. Nel frattempo è stata creata l'Inquisizione e lui deve tenerne conto. Benché non ci siano documenti chiari in proposito, sono convinto che egli sia stato molto influenzato da San Francesco e dal francescanesimo. Un San Francesco per la verità corretto e ammansito. San Bonaventura, autore di una biografia ufficiale in cui il Santo d'Assisi appare molto più saggio e meno rivoluzionario di quanto lo fosse nella realtà, predicò più volte nella cappella reale di San Luigi. Si ritiene che il sovrano si sia ispirato a San Francesco quando cercò di far penetrare la religione e la morale nell'azione politica, e quando si interessò ai mendicanti e ai malati, in particolare ai lebbrosi, che frequentò rifiutando come San Francesco di escluderli dalla vita quotidiana".
Nell'esplosione di religiosità medievale le donne assumono un ruolo inedito e originale. Acquistano una visibilità tutt'altro che scontata. Il fenomeno è messo in rilievo nel robusto Dictionnaire Raisonné de l' Occidente Médieval (edit. Fayard, 1999, pagg. 1236, 498 frs), curato da Jacques Le Goff e Jean-Claude Schmitt, con la collaborazione di uno stuolo di storici. In questa valida guida attraverso il Medio Evo, alla voce "santità femminile", si trova naturalmente Santa Chiara, condotta da San Francesco a una vita di clausura, di penitenza e di contemplazione. Alcuni studiosi minimizzano i rapporti tra i due e sottolineano lo scarso interesse di Franceso per la parte femminile dell'umanità. Le Goff non è d'accordo con loro. "Egli aveva un po' paura, diffidava delle donne come molti religiosi. Era inevitabile. La dottrina cristiana vedeva nella donna una nuova Eva, la tentatrice, la peccatrice. Ma Francesco voleva abbracciare tutta la creazione. Il Cantico di frate Sole è ammirevole, straordinario, perché in quel componimento poetico Francesco supera il Medio Evo. Ci sono il sole, la luna, gli animali, la terra, l'aria, il fuoco... Come potrebbe amare un mondo senza donne? Anch'esse fanno parte della creazione di Dio. Sono l'altra metà dell'umanità. E Santa Chiara la rappresenta. Certo Francesco non mette le donne allo stesso livello in cui si trovano giustamente adesso, ai nostri giorni. Ma è molto sensibile alla loro presenza sulla terra. Pur non essendo né un monaco né un prete, si richiama spesso al modello benedettino, e ricrea con Santa Chiara la coppia San Benedetto-Santa Scolastica. Lei è un personaggio affascinante. Non è un San Francesco in edizione femminile, è un'emanazione autonoma dei cambiamenti in corso allora nella società e nella religione. Non si deve dimenticare che è la prima donna a scrivere la regola di un ordine. Prima di lei le religiose seguivano quelle scritte dagli uomini. C'è un luogo in cui non si può non pensare a loro, a Francesco e a Chiara: ed è San Damiano dove amavano incontrarsi".

Registrati via email