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Mappa dei poteri nel Tardo Medioevo

Dopo i duri colpi ricevuti nella lotta per le investiture e nel tentativo di ridurre le autonomie comunali nell’Italia centro-settentrionale, il peso politico e il prestigio della corona imperiale progressivamente andarono oscurandosi. L’ultimo grande tentativo di affermare l’autorità imperiale in Germania e Italia è di Federico II, il quale, ottenuta per via ereditaria anche la corona del Regno di Sicilia, tra il 1220 e il 1250 lottò duramente per affermare la propria autorità. Alla sua morte, però, la corona imperiale fu assunta dal casato degli Asburgo e il suo successore sul trono di Sicilia, il figlio Manfredi, scomunicato dal Papa, fu attaccato, sconfitto e ucciso per mano di Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia che si impadronì così del regno meridionale. A questi eventi conseguì il disfacimento totale dell’influenza imperiale negli affari italiani. Anche in Germania, d’altronde, essa fu notevolmente ridimensionata dal crescente peso dei grandi signori tedeschi, ai quali spettava il compito di designare il candidato al trono imperiale, secondo il sistema che venne ufficialmente codificato con la Bolla d’oro nel 1356.

Al declino dell’Impero non corrispose un rinnovato ruolo politico del papato, ma il consolidamento delle monarchie nazionali. Il regno di Francia, considerevolmente rafforzatosi nella sua organizzazione amministrativa nel corso del XII e XIII secolo, con Filippo IV il Bello sfidò apertamente le prerogative pontificie. La necessità di accrescere le entrate finanziarie della corona spinse il re di Francia Filippo IV il Bello a imporre decime al clero senza il consenso papale. Da ciò ebbe origine un duro scontro tra il re e il Papa Bonifacio VIII, scontro che coinvolse la questione della superiorità (contestata dal primo e rivendicata dal secondo) del potere papale sul potere monarchico anche in campo temporale. Il re di Francia non condusse la lotta solo sul piano dottrinale; infatti mobilitò tutta la popolazione a sostegno della rivendicazione di autonomia del papato, e giunse a far imprigionare lo stesso Bonifacio VIII. La vittoria del re di Francia segnava la fine di un’epoca, testimoniando la decadenza del papato e il carattere inarrestabile del rafforzamento delle grandi monarchie. L’intesa tra Francia e papato dopo la morte di Bonifacio VIII condusse all’elezione di vari papi francesi, che trasferirono la loro sede ad Avignone. Nel periodo avignonese (1309-1377) il lusso e le spese astronomiche della corte papale portarono il prestigio del papato ai livelli più bassi della sua storia.

Al rinnovamento del pensiero politico che si avviò nel XIII secolo contribuì soprattutto la riscoperta di Aristotele, e dunque di una concezione politica per molti aspetti opposta alle dottrine teocratiche (per Aristotele il potere supremo era detenuto dall’insieme dei cittadini, la politica non doveva essere riassorbita nella morale, doveva essere analizzata a prescindere da principi religiosi, ecc.).
La riscoperta di Aristotele fu favorita dal fatto che il suo pensiero corrispondeva alle esigenze della nuova realtà comunale e dalla conoscenza del diritto romano (alla cui base stavano i concetti di «cittadino» e «cittadinanza»). La conciliazione tra pensiero aristotelico e concezione cristiana fu operata da Tommaso d’Aquino, il quale fondò la sua teoria (chiamata tomismo) sulla distinzione tra ordine naturale e ordine soprannaturale; le due realtà (che erano poi quelle, rispettivamente, dello Stato e della Chiesa) erano però complementari, e per questa via egli riconobbe la legittimità di un’organizzazione politica puramente umana (non a caso il tomismo poté essere utilizzato dai nemici del potere teocratico). La dottrina tomistica e le sue elaborazioni in chiave antipapale avevano affermato l’autonomia, almeno relativa, di politica e religione. Un ulteriore passo in questa direzione fu compiuto da Marsilio da Padova che sostenne l’assoluta estraneità delle due sfere e individuò nella volontà del popolo l’unica autentica fonte di legge. La critica al papato, formulata dallo stesso Marsilio, fu condotta a più estreme conseguenze da Guglielmo di Occam che negò che il papa avesse autorità assoluta in campo spirituale.

Trasferita ad Avignone la sede papale, Roma si impoverì e divenne arena delle lotte tra i nobili. Capeggiando una rivolta popolare, Cola di Rienzo si impadronì del governo della città. Personaggio di umili origini, egli sviluppò un utopistico progetto secondo il quale Roma avrebbe dovuto guidare la lotta di tutti gli italiani per la libertà. Le preoccupazioni papali di fronte a tale progetto, unite agli aspetti eccentrici e dispotici del nuovo governo repubblicano, provocarono la fine di Cola, massacrato nel corso di una sommossa popolare. Il compito di ristabilire l’autorità papale fu affidato al cardinale Egidio di Albornoz: alla sua opera e alle «costituzioni» da lui emanate si fa risalire il fondamento dello Stato pontificio.

In Inghilterra, il processo di rafforzamento della monarchia iniziò prima che in Francia e, soprattutto, coinvolse i grandi feudatari. Tappa fondamentale di tale processo fu la concessione, sotto la pressione dei baroni inglesi, della Magna Charta (1215) da parte di Giovanni Senza Terra; la carta garantiva le libertà dei nobili, della Chiesa e delle città, e sottoponeva anche il re al rispetto della legge.

Nella seconda metà del XIII secolo, l’ascesa di nuovi ceti mercantili e imprenditoriali provocò una profonda trasformazione del quadro sociale dei comuni italiani, con forti riflessi sulla vita politica. A Milano, le organizzazioni del «popolo», ovvero di mercanti, imprenditori, artigiani, bottegai, riuscirono a ridurre i privilegi dei «magnati», ovvero delle famiglie aristocratiche o mercantili di più antica ricchezza, ma il gioco politico rimase nelle mani delle due fazioni capeggiate dai nobili Torriani e Visconti. A Firenze, invece, il «popolo grasso», organizzato nella Arti maggiori, riuscì, dopo una lunga fase di lotte dalle alterne vicende, ad assumere il predominio, costituzionalmente consolidato negli Ordinamenti di giustizia del 1295. A Venezia, infine, non essendoci mai stata un’aristocrazia feudale forte, il potere fu assunto da una «aristocrazia degli affari» che, preso il controllo delle elezioni del doge, nel 1297 limitò l’accesso al Maggior consiglio a un numero ristretto di famiglie.

Mentre le monarchie francese e inglese consolidavano lentamente le loro basi, nell’XI secolo il regno normanno comprendente il Mezzogiorno continentale e la Sicilia, creato dalla dinastia normanna degli Altavilla, costituiva il più importante e avanzato esempio di organizzazione statuale centralizzata, governata attraverso un forte ed efficiente apparato burocratico e difesa da un esercito direttamente mobilitato dalla corona.
Il regno normanno (Regno di Sicilia, dal 1130), ad eccezione che per la splendida città capitale, Palermo, soffocò tuttavia le autonomie cittadine impedendo lo sviluppo nel Mezzogiorno dell’esperienza comunale. Il Regno di Sicilia conobbe il suo momento di massimo fulgore sotto l’imperatore Federico II che ne fece il principale perno della sua attività politica e militare. Il crollo della costruzione federiciana fu seguito dall’occupazione del trono meridionale da parte degli Angiò, i quali sottoposero il regno ad un pesantissimo sfruttamento fiscale, ma soprattutto ne distrussero l’apparato di governo sia affidando la finanza pubblica e i principale traffici ai potenti banchieri fiorentini che avevano sostenuto la spedizione di Carlo d’Angiò sia concedendo larghi benefici feudali ai nobili francesi al seguito del nuovo sovrano. Nel 1282, la Sicilia, che aveva sofferto anche per il trasferimento della capitale da Palermo a Napoli, insorse e si consegnò a Pietro III d’Aragona. Questo evento segnò la frattura dell’unità del regno e, in palese controtendenza rispetto al consolidamento delle corone francese e inglese, il declino della prima grande esperienza statuale a livello europeo.

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