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Peste Nera(1348-1350)

All’inizio del XIV si creò uno squilibrio tra risorse e popolazione: le carestie colpivano i paesi europei e la crescita demografica quindi andava oltre le capacità della produzione agricola e dell’organizzazione economica. Si ha una fase di regresso demografico. Sulle popolazione occidentali, la cui resistenza alle malattie era indebolita dalle carestie e dall’insufficiente nutrizione, si abbatterono le epidemie. Il culmine fu raggiunto dalla peste nera. Un terzo degli abitanti perirono in Italia, Francia e Inghilterra. Pare che sia stata trasmessa dai Mongoli ai Genovesi. Epidemie meno gravi anche nella seconda metà del secolo. La popolazione inglese ebbe una perdita del 40%. In Italia la popolazione diminuì da dieci a sette milioni. In Francia gli abitanti si ridussero a 11 milioni nella seconda metà del Trecento.
Conseguenze:Questa rilevante perdita di popolazione ebbe profonde ripercussioni nell’economia e nei rapporti sociali. Parte della struttura produttiva fu travolta: migliaia di villaggi rimasero deserti, larghe zone coltivate abbandonate per mancanza di manodopera. Solo nelle regioni nord- orientali della Germania la coltura granaria continuò ancore nel Trecento: l’aumento dell’esportazione del grano da quelle terre non poteva però colmare i grandi vuoti che si erano creati nella disponibilità dei beni alimentari e nella stessa capacità produttiva dell’Occidente.
Alla crisi economica determinata dal regresso demografico si aggiunsero altri fattori come lo squilibrio tra esigenze finanziarie e circolazione monetaria( l’aumento degli affarri, la pressione fiscale, il consumo superò la capacità di produzione dei metalli preziosi, le monete d’oro e d’argento non furono più sufficienti e non si riuscì ad aumentarne la quantità per mancanza di materia prima. I sovrani ricorsero alla riduzione della quantità di metallo prezioso contenuto nelle leghe con cui si coniavano le monete), causati dall’intensità dello sviluppo che si era verificato nei secoli precedenti e dalle trasformazioni che si erano realizzate nell’economia e negli ordinamenti pubblici. Ci furono fallimenti anche nelle imprese finanziarie, infatti molte banche che avevano finanziato i signori, fallirono perché non riuscirono a ottenere il rimborso (i Peruzzi e i Bardi). I problemi creati dalla crisi, crearono modificazioni a lungo termine nella struttura dell’economia e nei rapporti sociali. La disponibilità di grandi spazi incolti rese possibile il forte rincrescimento della pastorizia, si cercò di realizzare una intensificazione e una specializzazione delle colture. Sul piano sociale la borghesia urbana esercitò una più forte pressione sulle campagne e sui feudatari. I contadini e i lavoratori più poveri delle città rivendicavano a loro volta miglioramenti nelle loro condizioni di lavoro. La rarefazione della manodopera rendeva efficaci queste rivendicazioni, ma le autorità pubbliche si sforzavano di impedire gli aumenti salariali e di stroncare con violenza le associazioni di lavoratori. La crisi colpì anche una parte della nobiltà feudale, per la perdita di entrate causata dalla riduzione delle colture, dallo spopolamento, dalla resistenza dei contadini e dei vassalli. Cercò di reagire imponendo l’aumento dei canoni e la loro conversione in denaro, ma la crisi provocò trasferimenti di beni fondiari dalla nobiltà alla borghesia cittadina e un ulteriore attenuazione dei vincoli feudali. Molti nobili ripresero l’esercizio delle armi e la pratica del brigantaggio. A eccezione le regioni orientali della Germania e la Polonia, dove ci fu un rafforzamento del baronaggio, come nell’Italia meridionale e la Spagna, in cui la borghesia cittadina non era abbastanza forte da poter trarre profitto dalla crisi. Scoppiarono rivolte popolari nelle città e nelle campagne: la rivolta parigina di Etienne Marcel, durante la guerra dei Cento anni, le insurrezioni rurali dell’Ile de France, la rivolta dei ciompi a Firenze, la rivolta di Cola di Rienzo a Roma, il movimento dei lollardi in Inghilterra.
Il movimento insurrezionale partì nel 1378 dai lavoratori della lana, tra i quali gli scardassatori(ciompi), che intendevano costituire una propria organizzazione autonoma e non essere più soggetti all’Arte della lana. Uno dei centri principali del fenomeno rivoluzionario fu Firenze. La città era particolarmente esposta ai contraccolpi e alle conseguenze della crisi. Uno dei fattori che determinarono il movimento insurrezionale fu la precarietà delle condizioni di vita della massa dei lavoratori dipendenti.
Motivi di tensione anche degli strati intermedi della cittadinanza:
* Le difficoltà di accesso alle corporazione, che ostacolavano l’ascesa economica e sociale di consistenti gruppi di artigiani
* Il monopolio delle cariche corporative da parte dei mercanti e dei maestri
* Le disparità giuridiche e politiche ancora esistenti tra i magnati e i piccoli mercanti e imprenditori
* Gli eccessi della persecuzione politica contro gli avversari del governo guelfo
L’abuso della “ammonizione”:condanna politica che privava di ogni diritto coloro che ne erano colpiti e si trasmetteva anche ai discendenti delle vittime. I promotori del moto (22 giugno 1378) furono i lavoratori dipendenti, e i ciompi assunsero il ruolo di punta. Il governo formò una commissione per la riforma dell’ordinamento comunale e adottò provvedimenti per attenuare le “ammonizioni” e per punire alcuni esponenti delle classi più elevate responsabili di angherie nei confronti dei ceti inferiori. L'inadeguatezza di queste misure e le tergiversazioni dei priori(reggitori del governo) provocarono una nuova esplosione.
Il programma rivoluzionario rivendicava la libertà di associazione per i dipendenti, l’abolizione dei poteri giudiziari che l’Arte della lana aveva sugli operai. La partecipazione dei loro rappresentanti al governo della città. I ribelli ottennero l’autorizzazione a creare tre nuove associazioni corporative (Arti dei tintori, dei farsetti e del popolo minuto, compreso anche dai ciompi) chiamate “Arti del popolo di Dio”. Dopo gli stessi priori furono costretti ad abbandonare il palazzo della Signoria. Il capo popolare Michele di Lando, appartenente ai ciompi, fu eletto “gonfaloniere di giustizia” e gli ordinamenti del Comune furono riformati in modo che le Arti minori e medie ebbero la maggioranza nei consigli. Il nuovo durò quattro anni, finché la grande borghesia commerciale e finanziaria tornò nuovamente alla riscossa, instaurando l’oligarchia delle maggiori famiglie cittadine. La jacquerie scoppiata nel 1358 nell’Ile de France (il termine rimase anche in seguito a indicare i moti contadini spontanei e senza prospettive politiche: deriva dal soprannome Jacques Bonhomme attribuito tradizionalmente ai contadini di quella regione).
L’acuirsi del contrasto tra l’esigenza di riforma e l’indirizzo del papato era legato alle condizioni di disordine e di instabilità in cui versava lo Stato ecclesiastico dopo il trasferimento della sede pontificia ad Avignone. Nel mondo cattolico si diffuse l’opinione che il ritorno della sede pontificia a Roma avrebbe potuto creare condizioni favorevoli alla riforma e contrastare i fenomeni di corruzione che aveva cominciato a diffondersi nella corte pontificia.
Riguardo la riorganizzazione dello Stato, erano gli strati popolari della città a sentirne maggiormente l’esigenza, che comportava la sottomissione della nobiltà. Assente il pontefice, l’iniziativa partì da un movimento guidato dal popolano Cola di Rienzo. Divenne studioso di storia antica ed esperto conoscitore del materiale archeologico che Roma gli offriva. Apparve sulla scena politica dopo che un moto popolare abbatté il Senato e costituì il governo dei tredici boni homines, rappresentati dalle corporazioni. Fu poi inviato al governo di Roma ad Avignone per esporre al papa Clemente VI le ragioni del mutamento e deplorare lo stato di anarchia in cui viveva la città. Roma non aveva governo, viveva una situazione di guerra civile.
Malgrado la difficoltà di qualche prelato della Curia egli fu accolto da Clemente VI e tornò a Roma con la carica di notaio della Camera Municipale. Preparò la congiura anti nobiliare che lo portò al potere di tribuno e col consenso di una larga parte del popolo romano. La costituzione era improntata a uno spirito fortemente ostile ai nobili e ispirata al profondo desiderio di ristabilire l’autorità pubblica, la sicurezza, la pace. Si orientarono così anche il programma d’azione del suo governo. L’opera di Cola si estese al di là di Roma, e ai territori del ducato romano. L’esercito dei nobili fu vinto da quello popolare, alle porte di Roma nel 1347. Aspirazione a una più vasta azione politica che ebbero l’adesioni di uomini come il Petrarca, si accompagnò a quest’opera suscitando contro il tribuno una reazione di risentimento e di resistenze dei nobili. L’ostilità del pontefice fu decisiva, il cui inviato venne a Roma a coordinare le forze degli avversari di Cola. Il tribuno fu abbandonato. Roma mancava di una nuova forza dirigente, di un ceto borghese capace di far da sostegno efficiente. Cola si rifugiò tra un gruppo di Spirituali in Abruzzo, si recò poi presso l’imperatore Carlo IV. Il programma universalistico si era sovrapposto al disegno di riorganizzazione “democratica” dello Stato romano. La missione presso l’imperatore si concluse con l’invio di Cola prigioniero ad Avignone. A Roma l’anarchia era ripresa e si invocava la liberazione dell’ex tribuno dall’Italia. Venne eletto Innocenzo VI, il quale si pose come primo compito quello di ristabilire l'autorità nello Stato ecclesiastico. L’esigenza da cui era sorto il movimento di Cola di Rienzo la riconobbe legittima anche se su un diverso piano politico. Quindi fu inviato in Italia il cardinale Albornoz, il quale riuscì a far riconoscere l’autorità pontificia dalle molte signorie che si erano formate nello Stato ecclesiastico. Cola di Rienzo rientrò a Roma e fu nominato senatore. Ma cadde vittima di un moto suscitato da famiglie nobili. Albornoz proseguì la propria opera fissando nelle “costituzioni egidiane” le norme che regolavano la vita dello Stato e che furono approvate da una assemblea generale di rappresentanti della nobiltà, dei Comuni e del clero.L’ordinamento delineato lasciava larga autonomia ai signori locali. Si crearono così le condizioni per il ritorno della sede papale a Roma. Urbano V fece il primo passo andando a Roma, ma respinto poi dalle pressioni francesi ad Avignone. Con il successore Gregorio XI il trasferimento a Roma fu definitivo. Ma Petrarca si immaginava risultati ben diversi.
Fu eletto un italiano, arcivescovo di Bari, che prese il nome di Urbano VI. I cardinali francesi insieme a uno spagnolo si riunirono e dichiarata nulla l’elezione perché avvenuta sotto minaccia popolare, elessero un nuovo papa, Clemente VII e fissò la sua residenza ad Avignone. Il mondo cristiano si divise: alcuni stati( Francia, Napoli, Scozia, Pastiglia, Aragona, Navarra, Portogallo) riconobbero il papa avignonese, altre quello romano (Inghilterra, impero, Polonia, Ungheria, Fiandre, Italia centro- settentrionale).
Questa frattura diede ulteriore incremento alle tendenze riformatrici. La critica delle nuove correnti religiose investì anche i dogmi, i principi fondamentali del cattolicesimo. John Wycliff,professore di Oxford, elaborò una dottrina che dai tradizionali motivi della povertà evangelica e dall’affermazione che l’opera della Chiesa deve svolgersi su un piano spirituale, negò completamente la gerarchia ecclesiastica e l'autorità del pontefice, i sacramenti, il culto dei santi e della Madonna, le indulgenze e la confessione. Secondo lui queste istituzioni non trovano conferma e giustificazione nella Bibbia. Egli si adoperò per la conoscenza diretta e la diffusione della bibbia. Condannate dalla Chiesa, le sue idee si diffusero tra i ceti popolari formando il movimento dei Lollardi, antica associazione religiosa fiamminga col quale furono chiamati i gruppi di “poveri predicatori” costituiti da Wycliffe. Nonostante la condanna ecclesiastica e l’ostilità del sovrano e dei nobili, il movimento potè svilupparsi anche per l’appoggio della Camera dei Comuni, che riuscì a impedire la persecuzione per un certo periodo. Ma dal 1401,anno nel quale Enrico IV emanò uno statuto, i Lollardi furono duramente perseguitati. Poi furono protagonisti di una sommossa che fu repressa. Le idee di Wycliffe penetrarono nella coscienza religiosa del popolo inglese e contribuirono a preparare il terreno per la Riforma protestante.
La Chiesa attraversò una grave crisi. Dubbi e perplessità sulla struttura monarchica dell’organismo ecclesiastico e sulla secolare linea di sviluppo si accentuarono. La Chiesa fece quindi ricorso al concilio, assemblea dei rappresentanti della cristianità.
Contemporaneamente la Chiesa subiva le conseguenze della crisi economica, alla quale si aggiunse il fiscalismo pontificio che suscitava insofferenza nei possessori di benefici ecclesiastici e nella massa dei lavoratori da questi dipendenti. Le rivolte contadine coinvolgevano anche le grandi proprietà ecclesiastiche. Gli stessi beneficiali accusavano il fiscalismo della Curia pontificia. Lo sconvolgimento religioso, morale ed economico era profondo.
Il concilio si riunì a Pisa. Deposti i due papi di Avignone e di Roma, fu eletto Alessandro V, ma i due antagonisti non riconobbero le decisioni conciliari e ci fu la contemporanea presenza di tre papi. Venne convocato un nuovo concilio a Costanza nel 1414. La divisione del papato fu superata con la deposizione di Giovanni e l’elezione di un nuovo pontefice, Martino V. il concilio affrontò i temi della lotta contro le eresie e della riforma della Chiesa. La riforma veniva invocata, ma non ci fu una precisa indicazione dei rimedi. Il problema si complicò dal crescente peso degli interessi nazionali, che si manifestarono nella stessa organizzazione conciliare. Ci fu una convergenza di opinioni riguardo l’affermazione della superiorità del concilio sul papa. L’assemblea proclamò che il concilio riceveva il potere direttamente da Cristo. Martino V era contrario alle teorie conciliari. Ma si aprì un nuovo concilio a Basilea, caratterizzato da una scarsa partecipazione di prelati. La lotta si chiuse con la vittoria del papato, grazie anche all’equilibrio tra la Chiesa e gli Stati attraverso convenzioni che regolarono in particolare le nomine ai benefici ecclesiastici.
Il clero francese, nel quale prendevano maggiore consistente le tendenze all’autonomia della Chiesa nazionale, impose un regolamento ecclesiastico che dava al re larghi poteri nella concessione dei benefici.
L’uomo del Trecento è spinto e intimorito contemporaneamente verso il nuovo. È portato a esercitare più liberamente la critica ma non vuole allontanarsi dalle certezze acquisite. È spinto a considerare la precarietà dell’esistenza terrena a causa dai fenomeni naturali e dall’instabilità sociale. Il senso del peccato e la paura del castigo si accentuano. Si ha un bisogno del superamento dei tradizionali atteggiamenti etico-religiosi ma anche il bisogno di purificazione.
Uomini e donne in processione si flagellarono a sangue per borghi e città, questo prese il nome di movimento dei flagellanti manifestazione caratteristica ed esasperata di questi stati d’animo. In un secolo ricco di contraddizioni, fra gli strati superiori della società l’amore del lusso cresce straordinariamente.
L’arte e la cultura danno la misura di queste contraddizioni e inquietudini. Alla sobrietà di Giotto e al perfetto equilibrio tra la religiosità e il senso dei valori umani, nelle arti figurative si ha un atteggiamento più patetico e sentimentale. Si insiste sul tema della morte e della sofferenza e la frequente rappresentazione del Trionfo della morte e della Danza macabra, si ha un mutamento dello stile che tende alla ricerca dell’effetto, a colpire la sensibilità. Nell’architettura le linee del gotico si complicano, creando il gotico fiammeggiante. Nella letteratura si manifesta il dissidio tra vecchio e nuovo, per l’incapacità del secolo di restare ancorato alla sensibilità e alle concezioni tradizionali e di superarle decisamente raggiungendo un nuovo equilibrio. La fede nelle capacità, nelle virtù dell’uomo, prende il nome di umanesimo. Nelle manifestazioni letterarie e artistiche, la crisi del Trecento appare come un momento positivo di crescita. Maturano i germi di nuove conquiste intellettuali e morali e si pongono le premesse di una nuova fase di sviluppo generale della società. Risultato dell’evoluzione complessiva della società europea. In lotta con l’imperatore il papato aveva sottovalutato l’importanza delle monarchie e la forza dei sentimenti di appartenenza alle comunità nazionali che erano in via di formazione.

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