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Evoluzione storica del Matrimonio

In epoca medievale la teologia e le leggi della chiesa avevano attribuito agli sposi un ruolo attivo e decisivo nella celebrazione del matrimonio: senza il loro consenso questo era nullo e poteva essere sciolto dai tribunali ecclesiastici. Il matrimonio non rappresentava solo l'unione di un uomo e di una donna, ma si configurava come un vero e proprio contratto. Per le famiglie aristocratiche, il matrimonio di un figlio o di una figlia era essenzialmente un'importante questione economica, perché incideva sui patrimoni familiari, e anche politica, perché le nuove unioni andavano contratte in modo da mantenere o elevare il prestigio della casata. I matrimoni facevano parte di complesse strategie familiari, che spesso coinvolgevano l'intera parentela, ed erano stipulati dopo lunghe trattative. In simili affari i sentimenti d'amore erano un elemento del tutto estraneo. Per evitare la dispersione dei matrimoni, nel XVI secolo era diventata regola comune che solo il figlio maschio maggiore dovesse sposarsi ed ereditare, mentre gli altri erano destinati al celibato e a intraprendere la carriera ecclesiastica o quella militare. L'alto livello raggiunto dalle doti delle spose faceva si che normalmente solo a una delle figlie ( non necessariamente la maggiore) venisse concesso di sposarsi. Le altre sarebbero rimaste come zitelle nella casa paterna o avrebbero marcato la soglia di un convento. Il principio del matrimonio d'interesse si impose anche tra i ceti borghesi,attratti dall'ascesa sociale che si poteva ottenere con legami ben combinati. Seppur in maniera meno drastica che nell'aristocrazia, l'attenzione a non dividere i patrimoni e la tendenza a innalzare le dote femminile spinse anche la borghesia a limitare l'accesso dei figli al matrimonio.

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