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Maometto

In un primo tempo egli aveva praticato i culti tradizionali della sua gente: ma la sua inquietudine religiosa, legata a profonde esigenze etiche e alimentata dalla conoscenza del giudaismo e del cristianesimo (non però diretta dei testi sacri e quindi piuttosto confusa e tuttora controversa) lo portarono a isolarsi nella meditazione in una caverna del monte Hira, presso La Mecca. Convinto della necessità di rinnovare l'insegnamento della vera fede monoteista, la fede degli hanif, fu colto da visioni che gli portarono le prime rivelazioni sulla onnipotenza di Allah, sul giudizio universale, sull'inferno e il paradiso. L'aristocrazia commerciale della Mecca, praticante un politeismo che facilitava le buone relazioni con le genti vicine, e che traeva grandi vantaggi dal pellegrinaggio al santuario della Kaaba, si sentì minacciata dall'apostolato di Maometto, che faceva balenare terribili castighi per chi non abbandonasse l'idolatria per sottomettersi all'Islam, abbandono volontario e totale alla volontà divina. Il suo messaggio venne invece accettato pienamente dai familiari e dai componenti la sua cerchia più intima, come Khadigia, 'Ali, Abu Bakr, Othman, e da persone di condizione modesta, da schiavi e da liberti, il che diede agli inizi dell'Islam un certo carattere, talvolta sopravvalutato, di rivolta sociale. Perseguitati, alcuni fedeli emigrarono in Abissinia: ma intanto si manifestavano conversioni tra personaggi influenti, come Hamza, zio di Maometto, e 'Umar. Alla fine di questo periodo della vita del Profeta (“periodo della Mecca”) si colloca l'episodio leggendario del viaggio notturno a Gerusalemme e dell'ascensione al cielo (mi'rag). Maometto entrò allora in contatto con alcuni abitanti di Yathrib (la futura Medina), città più cosmopolita e più tollerante e in cui egli possedeva relazioni familiari. Fu invitato a stabilirsi in quella città e vi si trasferì con parte dei suoi seguaci nel 622, stabilendovisi come ospite di Abu 'Ayyub (“periodo di Medina”). Da questa “separazione” o “emigrazione” (higra, da cui “egira”) ha inizio l'era musulmana. A Yathrib, destinata a diventare Madinat al-Nabi, cioè “la città del profeta” (da cui Medina), Maometto organizzò la comunità musulmana al di fuori degli antichi legami di clan, sostituiti dal nuovo legame religioso e costituita da due categorie di adepti, per altro assolutamente uguali, i Muhagirun, compagni nell'emigrazione, e gli Ansar o “ausiliari” convertitisi a Medina. La comunità si rafforzò senza attriti interni sotto la guida politico-religiosa indiscussa di Maometto, il quale le diede un'organizzazione cultuale con una liturgia di grande semplicità: la prima moschea riproduceva la struttura della casa dove il Profeta riuniva i suoi discepoli. Egli intanto veniva rendendo pubbliche nuove rivelazioni, quale la dottrina del primitivo monoteismo di Abramo, costruttore della Kaaba, e spesso di contenuto giuridico, per le accresciute necessità in questo senso della “nazione” (umma) musulmana. Intanto però si mise in urto con la comunità ebraica di Medina, dalla quale gli venivano critiche per la sua insufficiente conoscenza dei testi biblici: a esse Maometto rispose che erano stati gli Ebrei ad alterare le scritture di cui erano depositari. Le ostilità contro gli avversari della Mecca si concretarono nel 624 con una razzia ai danni di una carovana da essi organizzata (battaglia di Badr): i meccani contrattaccarono sconfiggendo i medinesi nella battaglia di Uhud, e giunsero a porre l'assedio a Medina (627). Maometto organizzò la difesa della città munendola di un fossato davanti al quale i nemici si fermarono interdetti; e con la ritirata dell'esercito meccano il prestigio di Maometto giunse al colmo ed egli ne approfittò per espellere dalla città gli Ebrei. Conclusa una tregua (628) i musulmani poterono recarsi come pellegrini alla Mecca. In quest'epoca si ebbero le conversioni di 'Amr ibn al-'As e di Khalid ibn al-Walid. Agli occhi di Maometto si profilava la visione dell'Islam come religione universale, ed egli rivolse inviti ai sovrani vicini perché si convertissero alla fede da lui predicata. Nel 630 i meccani ruppero la tregua: Maometto si impadronì allora della Mecca, distrusse gli idoli, decretò un'amnistia generale e fece poi ritorno a Medina. Nel 631 nuove vittorie sulle tribù arabe ribelli e sui beduini (battaglia di Hunayn, non lontano dalla Mecca) ebbero come risultato numerose sottomissioni accompagnate da più o meno sincere conversioni. Così nel 632, nonostante episodi di apostasia e malgrado l'apparizione di profeti avversi, tutta l'Arabia si poteva considerare conquistata all'Islam. Maometto compì il pellegrinaggio detto “dell'addio”, rivelò le norme relative al pellegrinaggio stesso e al ritorno a Medina cadde malato e morì. Fu sepolto a Medina e il pellegrinaggio alla sua tomba, almeno una volta nella vita, è un dovere religioso per ogni musulmano.
Morta Khadigia Maometto aveva sposato, spesso per motivi politici, quattordici donne: di queste la più nota è 'A'isha figlia di Abu Bakr; un'altra, Maryam, era una cristiana copta.
Maometto considerava se stesso “sigillo dei profeti” destinato da Allah a confermare le rivelazioni precedenti, non a innovare, e si dichiarava incapace di compiere miracoli. La sua personalità e la sua azione religiosa e politica, che per i musulmani costituisce altissimo modello di vita, è stata interpretata in Occidente in modi molto vari. Il medioevo sia bizantino sia latino fece di Maometto un cosciente impostore e un turpe profittatore (Dante lo pone, come seminatore di scisma, in Inf., XXVIII), e vide nelle sue manifestazioni estatiche un semplice caso di epilessia; analoghi atteggiamenti sopravvivono ancora nel giudizio comune sul fondatore dell'islamismo. Tuttavia la moderna ricerca tende a mettere in luce la fondamentale sincerità e la profondità della sua ispirazione religiosa, che animarono la sua azione politica. La sua psicologia può apparire contraddittoria: in lui coesistevano la mentalità del mistico e quella dell'abile e astuto uomo d'affari; energico uomo politico, esperto nella condotta della guerra, era talvolta terribile nella sua collera, spietato coi nemici, più spesso dava prova di straordinaria adattabilità alle circostanze, di estrema generosità, di profonda umanità, doti che spiegano l'illimitata devozione che ebbero per lui i suoi seguaci. Comunque la sua figura va valutata, più serenamente, negli imponenti risultati e nella durata della sua opera e della sua riforma religiosa, tuttora viva presso centinaia di milioni di fedeli.

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