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Nel corso delle rivoluzioni del 600, gli oppositori della monarchia ne fecero un uso politico e ideologico, trasformandola in una sorta di atto fondante del patto tra sudditi e sovrano: un documento a cui fare riferimento per la revisione dei rapporti politici all’interno del regno. Fu in seguito alla battaglia di Bouvines del 1214 che re Giovanni fu costretto a concedere questa carta. Il sovrano riconosceva così alla Chiesa e al suo regno alcune fondamentali prerogative, o privilegi. Questo infatti è il senso del termine “libertà” nel Medioevo. A quei tempi si parlava invece di “libertà” al plurale, per indicare particolari prerogative giuridiche e politiche di gruppi sociali. Oggi si definirebbero “privilegi”. Per questo, secondo alcuni, la traduzione più corretta del titolo sarebbe “ grande carta delle franchige”, dove “franchigia” è il termine del diritto medievale che appunto indica un privilegio concesso dal signore ai suoi soggetti. Le richieste di clero e baroni rimanevano all’interno del quadro dei tradizionali rapporti del diritto feudale: essi infatti esigevano la conferma e il rispetto dei diritti ottenuti nei secoli dalla Corona. Si trattava quindi di ripristinare “libertà” e privilegi che Giovanni aveva violato. Inoltre il re doveva essere ridotto a un primus inter pares (primo tra pari), cioè colui al quale era riconosciuta una superiorità all’interno di un gruppo di pari. La maggior parte della popolazione era esclusa e non contemplata dai privilegi concessi dalla Carta, perciò si trattava di gruppi assai ristretti. Si può comunque scorgere un altro aspetto di modernità nella Magna Carta: i baroni, infatti, nella loro lotta contro il sovrano coinvolsero anche altri ceti sociali presenti in Inghilterra. Secondo gli storici si tratta di un momento fondamentale per la storia inglese, perché appunto intorno alla Carta si univano ceti diversi, perciò essa costituiva una prima rappresentanza della nazione inglese nel suo insieme. Inoltre, l’assemblea dei baroni cominciò lentamente a trasformarsi, prendendo il nome di parlamento, e ad ampliarsi, aprendosi a rappresentanti borghesi,inviati dalle città del regno.

La Magna Charta è composta da 63 disposizioni, scritte in un latino grossolano, pieno di parole francesi e inglesi latinizzate. Dopo la morte di Giovanni, nel 1216, suo figlio e successore Enrico III, salito al trono a soli 9 anni,confermò per 3 volte la Magna Charta, apportandovi però alcune modifiche. In particolare furono aboliti tre articoli, tra cui proprio quello che limitava le prerogative del re in materia fiscale. Fu Edoardo I, nel 1297 a fissare il testo del 1225 come definitivo; questa versione è entrata nella raccolta degli statuti fondamentali del regno, che costituiscono tuttora la base del sistema politico inglese.
Insieme al testo definitivo della Magna Charta, Edoardo I dovette promulgare lo Statuto De tallagio con concedendo, secondo cui il re non poteva imporre nessuna imposta senza il consenso dei suoi sudditi. In tutte le stesure della Magna Charta fu confermato il principio dell’”habeas corpus”, le cui parole significano “abbi il tuo corpo”. Questo principio a garanzia dell’inviolabilità personale sarebbe stato poi sancito definitivamente in Inghilterra nel 600. L’espressione habeas corpus si è quindi imposta nel linguaggio giuridico per indicare le garanzie delle libertà personali del cittadino sancite costituzionalmente.
E’ la prima parte della Costituzione italiana dedicata ai diritti e doveri dei cittadini (dal art. 13 al art. 28) a enunciare le fondamentali libertà dei cittadini. Questi articoli riconoscono gli spazi individuali e privati in cui i poteri dello Stato non possono esercitare nessuna interferenza. In questa serie di articoli si affermano, ad esempio, l’inviolabilità del domicilio (art.14), la libertà di circolazione (art.16) la libertà di riunione e associazione ( art.17), la libertà di culto (art.20) e la libertà di manifestare la propria opinione e di stampa (art.21). Ma è soprattutto nell’articolo 13 che è enunciato il principio dell’habeas corpus: il testo sancisce l’inviolabilità della libertà personale, non ammettendo alcuna restrizione che non sia motivata dall’autorità giudiziaria. Inoltre contempla casi di eccezionale urgenza per cui l’autorità può adottare provvedimenti restrittivi provvisori, fissandone però i limiti temporali, e condanna anche qualsiasi tipo di violenza contro chi è sottoposto a restrizioni della libertà.

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