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Crisi della Democrazia

con la“democratizzazione” del Comune il popolo diede sostegno all’attività produttiva e mercantile. Sull’onda del movimento democratico, l’alta borghesia si era alleata col popolo minuto. Nacque la crisi della democrazia comunale: per fronteggiare le pressioni del popolo minuto e i ritorni di fiamma dei ceti sconfitti, la nuova classe dirigente porse dei limiti al sistema democratico, favorendo l’instaurazione del potere personale di un signore.
La Signoria ridusse o annullò le conquiste politiche degli artigiani e dei piccoli mercanti e moderò i conflitti tra le potenti famiglie magnatizie.
Il movimento di espansione verso l’esterno e di assoggettamento dei piccoli ai grandi Comuni creò la struttura di Stati cittadini: a Ferrara gli Estensi; a Milano i Visconti; a Mantova i Gonzaga; a Urbino i Montefeltro. Con questa trasformazione però ci furono feroci lotte, causa le rivalità e ambizioni di persone e famiglie non disposte ad accettare un’autorità personale superiore.
L’evoluzione politica del Comune di Firenze e delle città italiane nell’attività marinara (Genova, Venezia, Pisa): il collegamento della borghesia fiorentina con la fazione guelfa, facilitò i rapporti con Roma e quindi l’inserimento dei bancari fiorentini nel giro d’affari finanziari che faceva capo alla corte pontificia, favorendo un periodo di convivenza pacifica della classe magnatizia e il popolo grasso. Ma la grande borghesia attuò una riforma che spostava l’asse del potere politico sulle Arti maggiori e medie. Le difficoltà finanziarie sorte per i contrasti tra i mercanti fiorentini e i sovrani dell’Inghilterra e Francia e per l’impegno di guerra del Comune inasprirono nuovamente i conflitti interni. Nel 1293 ci fu una nuova riforma realizzata da Giano della Bella, capo dei popolari. Furono poi promulgati gli Ordinamenti di giustizia, riconoscendo alle Arti mediane i diritti politici. Fu creata una nuova magistratura, il “gonfaloniere di giustizia”. La riforma fu realizzata senza violenza, ma presto ripresero i conflitti tra Bianchi e Neri, ai quali parteciparono anche forze esterne e il papato. La controffensiva dei magnati mirava alla creazione di un nuovo sistema politico ma non soddisfò le aspettative dei suoi promotori ebbe. Gli Ordinamenti di giustizia rimasero in vigore con qualche attenuazione.
In queste lotte fu coinvolto Dante Alighieri, condannato al bando e alla confisca dei beni quando il poeta era impegnato in una ambasceria che il governo cittadino aveva inviato a Roma: il mancato rientro in patria gli valse l’aggravamento della pena, con la condanna al rogo in contumacia. I rapporti tra le varie formazioni statali della penisola, furono caratterizzate dalla conflittualità intensa tra le città marinare, in particolare tra Venezia e Genova. Determinata da spinte espansionistiche e dalla concorrenza per la conquista di posizioni vantaggiose nel Vicino Oriente e nel Mediterraneo. In entrambe le città il successo economico coincise con la trasformazione delle strutture statali. La resistenza degli eredi di Federico II e del partito ghibellino non impedì la realizzazione del disegno del papato, che sperava di riprendere il controllo sull’Italia meridionale e sui Comuni, di affidare la corona del regno di Sicilia a Carlo d’Angiò (fratello del re di Francia Luigi XI). Gli episodi più clamorosi del cambiamento di dinastia furono la sconfitta di Manfredi (figlio di Federico II) a Benevento e la decapitazione dell’imperatore Corradino di Svevia (nipote di Manfredi). Ma dopo il trasferimento della capitale del regno di Palermo a Napoli e l’avvio di una politica espansionistica verso il Vicino Oriente, la politica fiscale di Carlo e il favore accordato ai nobili francesi venuti al suo seguito, a danno dei feudatari locali, contribuirono a creare un clima di ostilità antiangioina. La Sicilia insorse contro i Francesi, questa insurrezione prese il nome di Vespri siciliani, e scoppiò come uno spontaneo moto popolare, preceduta da una preparazione politica e diplomatica, gli artefici principali Pietro III d’Aragona, Giovanni da Procida e Ruggero di Lauria. I francesi furono così sterminati. Carlo tentò di recuperare l’isola facendo prima numerose concessioni ai sudditi siciliani, poi inviando una grossa spedizione contro Messina. Il successo definitivo della rivolta, che minacciava di estendersi anche al Mezzogiorno continentale, fu reso dall’intervento dello sbarco in Sicilia di Piretro III d’Aragona, al quale la nobiltà siciliana diede la corona, a Palermo nel 1282. Il conflitto con gli Angionini continuò, conclusosi con la pace di Caltabellotta, con la quale fu riconosciuta la sovranità di Federico d’Aragona, figlio di Pietro III, sulla Sicilia, mentre gli Angioini mantennero la corona di Napoli. Si ha un distaccamento della Sicilia dal Mediterraneo continentale per tutto il periodo in cui gli Angioini mantennero la corona a Napoli. La divisione del regno fu un fatto negativo, per entrambe le parti dell’Italia meridionale. La conseguenza fu il venire meno della prospettiva di una forte e grande monarchia che proseguisse l’opera iniziata da Federico II, costringendo il baronaggio a moderare il suo particolarismo, a collaborare alla creazione della nazione e dello Stato e a difendere l’identità e l’indipendenza. Il distacco del regno di Sicilia invece, favorì il riaffioramento dell’anarchismo dei baroni e la loro tendenza a esercitare un incondizionato e brutale dominio sulle altre forze sociali. Lo sviluppo cittadino, già debole, non ebbe un ulteriore svolgimento, ai sovrani delle due entità statali che allora si crearono mancò la possibilità di far leva sulla borghesia per esercitare la funzione di giustizia e di equilibrio che a essi spettava.

Bonifacio VIII (eletto nel 1294)

Fu l’ultimo fautore dell’universalismo politico della Chiesa. Egli annullò i decreti del suo predecessore Celestino V favorevoli alla corrente francescana degli Spirituali, suscitando un largo movimento di opposizione religiosa e politica. Tra i principali esponenti i cardinali Giacomo e Pietro Colonna e il frate francescano Jacopone da Todi, il quale espresse nelle sue laude la condanna della corruzione ecclesiastica e l’attesa di una nuova età purificatrice e si unì alla lotta che i Colonnesi conducevano contro Bonifacio. Il papa scomunicò i due cardinali. Palestrina fu rasa al suolo, i Colonna dovettero fuggire e Jacopone fu imprigionato. Un punto di forza di Bonifacio fu l’accordo con la monarchia francese, la quale gli permise di avere grande influenza nella situazione italiana e di liquidare l’opposizione. In cambio favorì e sostenne gli interessi dinastico- signorili francesi in Italia, come il suo impegno a favore degli Angioini e l’appoggio a Carlo di Valois. La rottura di questo accordo si tramutò in contrasto, che provocò una crisi del papato e della Chiesa, da attribuire al disegno egemonico e all’ideologia teocratica di Bonifacio, e non potè prendere atto della nuova realtà politica Europea. Alla fine del Duecento, in Francia i vari elementi che avevano determinato lo sviluppo della sua civiltà nazionale avevano trovato nella monarchia un fattore importante di unificazione. Un’autorità esterna non poteva più far leva sui contrasti interni per isolare e mettere in difficoltà il sovrano. Il conflitto iniziò quando Filippo IV chiese al clero francese di contribuire finanziariamente alla guerra contro il re inglese Edoardo I. Bonifacio emanò una bolla Clericis laicos, con la quale si vietava a ogni autorità politica di imporre tasse al clero senza l’autorizzazione, minacciando la scomunica. Filippo IV rispose con una serie di provvedimenti che ostacolavano il normale flusso di denaro dal regno di Roma e l’attività finanziaria esercitata dagli Italiani in Francia, alla quale la Santa Sede era interessata. Emerse un principio di autonomia della sovranità nazionale. La formula usata dai sostenitori di Filippo IV esprime la convivenza dei nuovi elementi giuridico- politici nazionali e della tradizione romana: il termine imperatore per esprimere l’idea della sovranità assoluta, della pienezza dei diritti, senza l’idea della universalità. Un teologo affermava che i diritti della Chiesa e del pontefice sono illimitati. Il successo del giubileo indetto da Bonifacio VIII nel 1300 confermò la fiducia dei sostenitori della potenza papale. L’indulgenza plenaria accordata fece accorrere a Roma centinaia di migliaia di pellegrini. Intanto Filippo IV tendeva a rovesciare sul clero e sui mercanti forestieri,ebrei e italiani, il peso della crisi finanziaria della Francia.
Il conflitto si riaccese e si spostò sul piano della lotta dei principi. La protesta di un vescovo contro alcune ordinanze reali e il suo arresto diedero occasione alla ripresa. Filippo IV intanto convocava l’assemblea degli Stati generali che gli avevano dichiarato il loro appoggio. Così pubblicò un documento in cui venivano addebitate al pontefice diverse colpe e si avanzava la richiesta di un concilio per giudicarlo. Inoltre Filippo IV inviò in Italia Guglielmo di Nogaret per prendere Bonifacio. Con una schiera di armati, Guglielmo insieme a Sciarpa Colonna, raggiunse il papa ad Anagni, e lo fece prigioniero. Bonifacio venne liberato due giorni dopo da una rivolta del popolo, tornò a Roma, ma morì un mese dopo. L’attacco di Filippo IV al papa, fu reso possibile grazie anche all’opposizione in seno alla Chiesa stessa e negli ambiti religiosi contro Bonifacio. Anche Dante, lo accusa di aver servito la Chiesa a interessi mondani e di aver tradito la sua missione spirituale. Negli anni successivi si manifestarono le conseguenze della crisi provocata nella Chiesa. Dopo Benedetto XI, fu eletto l’arcivescovo di Bordeaux, Bertrand de Got (influenza re di Francia). Il nuovo papa, che prese il nome di Clemente V, rifiutò di recarsi a Roma per la consacrazione che avvenne a Lione. I successori fissarono la dimora pontificia ad Avignone, nella Francia meridionale. Clemente accondiscese a molte pretese di Filippo IV, fino all’azione contro l’ordine dei Templari. Filippo scatenò una campagna contro i suoi membri, accusandone molti di eresia, soppresse l’ordine e incamerò i suoi beni. Clemente si oppose ma finì col decretare lo scioglimento dell’ordine, autorizzando anche i sovrani degli altri stati a seguire l’esempio di Filippo nei confronti delle sedi locali. Filippo IV tentò di ottenere l’appoggio di Clemente V per eleggere imperatore suo fratello Carlo di Valois, ma non gli riuscì e fu eletto Enrico VII di Lussemburgo. Nell’Italia tormentata dalle lotte delle fazioni cittadine si era formata una corrente politica che vedeva nell’imperatore l’unica possibilità di restaurare la pace. Dante sosteneva che l’autorità imperiale deriva direttamente da Dio e non dal pontefice. Influenzato da queste idee, Enrico VII venne in Italia con l’intenzione di esercitare in modo imparziale un potere superiore a fini di pace e di ordine. Ma le lotte e gli scontri prevalsero e si accompagnavano al rafforzamento delle Signorie. Enrico VII si inserì a sua volta nel corso reale degli avvenimenti, contribuendo al consolidamento dei grandi signori ghibellini dell’Italia settentrionale, Visconti e Scaglieri, che ottennero il titolo di vicari imperiali. Durante una spedizione contro il regno di Napoli, sfidando l’opposizione del pontefice, nel 1313, morì nei pressi di Siena. Il programma pacificatore era fallito, ma il ghibellinismo italiano era in ripresa. I iorentini furono poi nuovamente sconfitti. Il papa Giovanni XXII cercava intanto di demolire la roccaforte del ghibellinismo, la signoria viscontea.

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