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L'Italia nel XIV secolo

La crisi economica del XIV secolo e movimenti di protesta sociale


La rivoluzione sociale che si era svolta nel XII e XIII secolo e che aveva visto l’ascesa del dio denaro nella scala dei valori e di conseguenza dei ricchi a scapito della nobiltà feudale. Proprio questo denaro che aveva cambiato profondamente questa città fu poi alla base della crisi economica del XIV secolo, che fece da sfondo alla decadenza dei due poteri universali: il papato e l’impero.
La peste del 1348 decimò infatti, la popolazione dell’intera Europa, che si ridusse di in terzo. Tale epidemia aveva avuto una così grande diffusione perché la maggiore richiesta di alimenti di “lusso” dovuta all’affermarsi dei nuovi ricchi, aveva portato alla diminuzione dei campi destinati alla coltura dei cereali, per cui le masse si trovarono ad essere poco o male alimentate, e quindi deboli di fronte al morbo.
La diminuzione della popolazione portò ad una conseguente diminuzione della domanda di produzione agricola, da cui poi dipendeva la vitalità dell’artigianato urbano, che si basava sulle richieste della popolazione di campagna. I commerci, a seguito di tale crollo della produzione, divenne sempre meno vitale e le grandi banche, motori dell’ascesa della borghesie e della nascita dei comuni, fallirono. I terreni agricoli che non servivano più data la minore richiesta, vennero abbandonati.
I signori feudali, venendo meno i loro guadagni, decisero di aumentare il carico fiscale sui contadini, i quali, già esasperati e ridotti alla penuria in condizione normali, sfogarono la loro rabbia in movimenti di protesta, che consistettero in incendi, assassinii, scorrerie, ecc. che quasi regolarmente venivano represse nel sangue. Ad esempio, nei primi anni del 1300,ci fu una rivolta nel Trentino e in Lombardia guidata da Fra’ Dolcino, che predicava la povertà evangelica e si scagliava contro il clero che aveva secolarizzato i suoi costumi. Nel 1307 questa rivolta venne soffocata nel sangue da una crociata promossa da signori feudali e laici e il frate venne ucciso.
Nel 1358 ci fu la rivolta contadina della jaquerie (da Jacques Bonhomme, così venivano chiamati i contadini dai nobili), guidata da Charlse Guillaume, il quale diede un carattere unitario ai tumulti rendendoli uniformi allo scopo di ottenere una rivendicazione sociale unitaria. Catturato, i contadini rimasti senza guida vennero massacrati.
Nonostante questi sanguinosi tumulti possano sembrare negativi, alla fine questi movimenti riuscirono in qualche modo a cambiare qualcosa, perché migliorarono le condizioni dei contadini. Infatti, la diminuzione della manodopera portò ad un aumento dei salari, i signori furono costretti a stipulare contratti più favorevoli ai contadini per incentivare la ripresa economica, e inoltre i signori trovarono più conveniente affittare la terra piuttosto che coltivarla direttamente, perché era divenuta più costosa la manodopera. Così molti contadini, godendo di migliori condizioni economiche, potettero riscattare i terreni e diventare essi stessi proprietari.

Decadenza del papato e Bonifacio VIII

Il XIII secolo aveva messo in evidenza l’inadeguatezza dei due poteri universali, papato e impero, a mantenere l’ordine che loro stessi avevano istituito, il XIV secolo aveva invece svelato il loro anacronismo, dando via libera definitivamente ai moderni stati territoriali e alla laicizzazione del potere.
La carica di papa da troppo tempo era diventata più una carica temporale che spirituale, infatti il pontefice allo stesso tempo era capo di uno stato e anche alla testa della comunità cristiana. Per questo motivo l’elezione del pontefice era diventata appannaggio delle famiglie aristocratiche romane, che imponevano a seconda della loro potenza l’elezione del proprio rappresentante. L’esigenza di rinnovamento spirituale all’interno della Chiesa portò all’elezione dell’eremita abruzzese Pietro da Morrone, che venne consacrato nel 1294 a L’Aquila col nome di Celestino V. Trasferitosi a Napoli un mese dopo sotto le pressioni di Carlo II d’Angiò, non appena si rese conto di essere un fantoccio nelle mani dei potenti, nel dicembre 1294 depose la tiara, diventando l’unico papa della storia a pronunciare il gran rifiuto. Al suo posto venne eletto Benedetto Caetani, che venne consacrato con il nome di Bonifacio VIII. Gli elettori, questa volta, vennero convinti dalle sue qualità “politiche”, dalla sua personalità forte e decisa che sembrava essere adatta a proseguire la politica espansionistica dei suoi predecessori.
Per prima cosa il neo papa si sbarazzò dei colonna, che nel 1297 assediò e sconfisse nella loro fortezza di Palestrina, e li escluse dalle indulgenze plenarie del Giubileo del 1300, che fu proprio un’invenzione di Bonifacio, che gli fu molto utile per attirare pellegrini a Roma, che fu sottoposta a lavori di ristrutturazione, e ribadire la potenza del papato, facendo allo stesso tempo guadagnare molto denaro alle casse pontificie, che potevano beneficiare di così ingenti ricavi economici. Il motivo religioso dell’indulgenza plenaria passava sicuramente in secondo piano nella mente del pontefice. La sua politica estera lo dimostra. Per prima cosa cercò di estendere la sua influenza su Firenze e sulla Sicilia.
La Sicilia era sempre stata considerata dal papato come un feudo, anche fin da quando in Normanni l’avevano governata, ma quando salì al trono Federico II, la sua politica e poi quella del figlio Manfredi, palesemente avverse alla Chiesa, impedirono al papato di esercitare questa influenza sull’isola. Perché si restaurasse la posizione privilegiata sulla Sicilia, la Chiesa doveva sostenere Carlo II d’Angiò, che cercava di riprendersi il trono del regno insidiato dagli Aragonesi, venuti in aiuto dei siciliani, ma la Guerra dei Vespri, iniziata nel 1282 e conclusasi nel 1302 con la vittoria di questi ultimi, pose fine al dominio angioino e quindi ai sogni di ingerenza del papa.
Gli altri interessi espansionistici del papa erano rivolti al comune di Firenze, in cui, nonostante i guelfi si trovassero in posizione di maggioranza, dopo la vittoria guelfa nella battaglia di Benevento nel 1266, contro l’esercito ghibellino di Manfredi, figlio di Federico II, essi però non lasciavano spazio all’ingerenza del pontefice. Infatti era avvenuta una divisione all’interno degli stessi guelfi, infatti c’era una partito, dei cosiddetti guelfi bianchi, formato dai ricchi appartenenti al popolo grasso, che non voleva sottomettersi al volere papale e anzi sosteneva la teoria dei due soli (potere temporale distinto da quello spirituale); l’altra fazione, dei guelfi neri, era composta dal popolo minuto e non era contrari all’ingerenza del papa su Firenze. I guelfi bianchi, però, erano al comando, perché a Firenze il Capitano del popolo e il Podestà era affiancato da sei Priori, magistrati a carica bimensile. Gli “Ordinamenti di Giustizia” di Giano della Bella, nel 1293, permettevano l’accesso al priorato solo agli iscritti alle corporazioni, a tutto vantaggio delle arti maggiori e mediane, e a danno del popolo minuto e plebe, oltre che dei nobili.
Ne scaturirono scontri tra bianchi e neri, quest’ultimi appoggiati dal papa Bonifacio VIII, e alla fine prevalsero anche grazie all’appoggio di Carlo di Valois, fratello di Filippo il Bello, che arrivato a Firenze sotto le pressioni del papa (era giunto in Italia per aiutare Carlo II d’Angiò), e invece di svolgere il ruolo di paciere, come si era presentato, favorì i guelfi neri, che tuttavia nel giro di pochi anni persero questo potere a favore del popolo grasso. Anche qui il papa aveva perso.

Schiaffo di Anagni e cattività avignonese.

La fine delle ambizioni di potere temporale della Chiesa avvenne ad opera di Filippo IV il Bello re di Francia, rappresentante di uno stato, la Francia, che era a tutti gli effetti uno stato di tipo territoriale moderno e non più l’impero di qualche secolo prima. Filippo fu il primo a tentare con convinzione un politica accentratrice in piena indipendenza dal papato e a cercare di creare una Chiesa francese dipendente dal punto di vista economico e politico dal papato, anche se strettamente dipendente da Roma dal punto di vista religioso.
Filippo nel 1296 impose pesanti tasse al clero, che ne era stato sempre esente. Allora Bonifacio VIII, con la Bolla Clericis Laicos, impose ai laici, pena la scomunica, di non imporre tasse ai clerici, e a quest’ultimi di non pagarle. Filippo, di tutta risposta, vietò l’esportazione di denaro francese e vietò anche agli stranieri di soggiornare e commerciare con la Francia. Ciò danneggiava sia i banchieri del centro Italia, che sollevarono un coro di proteste, e sia la Santa Sede, che si vedeva così privata dei proventi delle sue proprietà francesi, il papa, allora, ritirò la bolla per rendere possibile nuovamente l’afflusso nelle casse pontificie delle decime francesi e quindi di nuovi fondi per portare avanti le costose lotte intraprese dal papa.
Nel 1301 ci fu un nuovo episodio clamoroso, Filippo il Bello, infatti, arrestò un vescovo francese, reo di non aver pagato le tasse. Il pontefice convocò un concilio a Roma durante il quale Filippo IV si sarebbe dovuto presentare per scusarsi. Ma il re francese, nel 1302, convocò per la prima volta gli Stati Generali (un’assemblea di rappresentanti di clero, nobiltà e popolo) e deliberò l’indipendenza del potere politico da quello spirituale, vietando inoltre ai vescovi francesi di partecipare al concilio. Nel novembre dello stesso anno, il papa emanò la bolla Una Sanctam nella quale dichiarava eretico chiunque affermasse l’indipendenza del potere politico da quello spirituale.
Filippo, allora, nel settembre 1303 inviò un piccolo esercito con a capo Sciarra Colonna e Guglielmo di Nogaret, che sorprese e sequestrò il papa ad Anagni. I francesi furono costretti a retrocedere dalla popolazione, ma Bonifacio, provato da tale affronto (è pura leggenda lo schiaffo che Sciarra Colonna con il guanto, da qui il nome dello “schiaffo di Anagni”) morì nell’ottobre dello stesso anno. Il suo successore, Benedetto XI, morì nel 1304, e il pontefice eletto subito dopo, Clemente V, l’arcivescovo di Bordeaux, nel 1309, nonostante le suppliche di numerosi prelati, stabilì la sua sede ad Avignone, e il suo successore, Giovanni XXII, la accettò. Così rimase fino al 1377, questo periodo di sottomissione del papato alla Francia, viene definito cattività avignonese, con evidente riferimento alla cattività babilonese degli ebrei.

Fermenti di rinnovamento religioso

Nel XIV e nel XV secolo la crisi economica e l’epidemia pestilenziale che l’aveva determinata, insieme a tutti i cambiamenti che si erano verificati, avevano messo in evidenza che il mondo era dominato dall’inconoscibile, dalla suprema sapienza di Dio, che, come diceva S. Paolo, era impescrutabile.
Sostenitore convinto di questa teoria fu Guglielmo da Ockham (XIII secolo), che diceva che i concetti universali (verità, perfezione, divinità, ecc.) erano delle costruzioni del pensiero, che non avevano nessi con la realtà, quindi credeva solo l’intuizione sensibile, cioè quella derivante dall’esperienza concreta e dai sensi. Per questo motivo non bastava pensare alla divinità per dire che Dio esiste, perciò i concetti universali non potevano dare una spiegazione razionale dell’esistenza di Dio, solo la fede poteva fare ciò; quindi egli poneva una netta distinzione tra fede e ragione.
Questa filosofia aprì poi la strada alla scienza moderna, che era quindi libera di ricercare concretamente senza essere fermata dalla religione. Contemporaneamente si diffuse la distinzione tra potere spirituale e temporale.
Marsilio da Padova (XIII secolo) sosteneva che l’autorità del sovrano trae origine dal popolo, e che l’autorità civile e soltanto essa aveva attinenza con tutte le questioni temporali, dunque in questo campo era superiore a quella spirituale. Per Marsilio, inoltre, la Chiesa si basava sulla totalità dei fedeli, che in un concilio trovava la sua rappresentazione, perciò la comunità cristiana nei concili era superiore al papa stesso.
All’interno di questa società, che pur essendo cristiana si dibatteva sulla religione, si sviluppava un sentimento clericale, in particolare antipapale, e nacquero così delle istanze di ritorno alla povertà evangelica e quindi ad un maggiore spiritualismo del clero. Inoltre la possibilità di riscuotere tasse da parte della Chiesa nei vari paesi aveva fatto discutere. Questi temi vennero sostenuti dai pensatori Wycliffe e Hus.
Wycliffe (XIII sec.) avversava il papato di Roma, troppo attaccato al potere temporale e alle ricchezze. Sosteneva inoltre che il clero era una sovrastruttura perché si poneva come intermediario inutile tra Dio e l’uomo, infatti l’unico luogo di incontro con Cristo era la coscienza dell’uomo e la parola di Dio tramandata dalla Bibbia. Wycliffe prese posizione anche contro le tasse imposte dalla Chiesa. La sua dottrina si diffuse in tutta l’Inghilterra grazie ai lollardi, preti poveri che la predicarono.
Seguace di Wycliffe, Jan Hus predicò il ritorno ad una Chiesa priva del potere temporale e di ogni ricchezza materiale che si occupasse solo della vita spirituale seguendo il Vangelo. Le sue idee vennero condannate nel Concilio di Costanza nel 1415, che ne sancì la morte sul rogo. Ma le fiamme invece che sopprimere le sue convinzioni le ampliarono e divennero anche motivo di una guerra. I boemi, infatti, si schierarono dalla sua parte, a favore delle sue idee e contro i principi tedeschi sostenitori dell’ordine stabilito, perciò nel 1420 scoppiò la cosidetta guerra hussita che terminò nel 1936 con il riconoscimento dell’autonomia boema.

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