Inghilterra dei Tudor

Nel 1485, con la battaglia di Bosworth era finita la guerra delle due rose: un trentennio di devastazioni e scontri fra le milizie feudali inglesi, raccolte nei
due partiti dei Lancaster (la “rosa rossa”) e degli York (la “rosa bianca”). Sul trono era salito Enrico VII Tudor, erede da parte di madre dei Lancaster:
la sua politica aveva puntato alla pacificazione del paese stremato dal lungo conflitto (non a caso aveva sposato Elisabetta di York) e al recupero della sovranità regia, fortemente limitata tanto dalla feudalità quanto dal parlamento. Però, il parlamento inglese conservò sempre ampi poteri legislativi e un forte controllo sull’imposizione fiscale, forse anche in virtù della sua composizione particolare, che lo differenziava dalle istituzioni simili dei paesi continentali: invece di essere articolato su tre ordini o stati (clero, nobiltà e città), esso era suddiviso in due camere, che rappresentavano rispettivamente gli interessi dell’aristocrazia laica ed ecclesiastica (la Camera dei Lords) e della classe media rurale e cittadina (la Camera dei Comuni). Nella sua azione Enrico VII poté contare sulla disponibilità dei beni sequestrati ai suoi avversari (beni che in parte furono usati per compensare i suoi collaboratori), ma adottò anche strumenti più moderni, come gli altri sovrani del tempo: nel 1487 creò una corte suprema, composta da sette consiglieri regi e competente sopra i reati più gravi per la sicurezza dello stato. Nel frattempo la corona inglese intraprese una politica interventista in campo economico, con l’intento di favorire l’affermazione di un ceto di imprenditori locali, non subalterni al capitale straniero; perciò nel 1493 vennero cacciati dall’Inghilterra i fiamminghi.

Registrati via email