L’impero Carolingio

Era un impero assai diverso da quello romano. Geograficamente, spaziava in Germania oltre il Reno sino all’Oder, comprendendo le odierne Boemia e Moravia; ma si fermava a sud ai fiumi Ebro, in Spagna, Garigliano, in Italia, e Narenta, in Dalmazia, escludendo quasi tutta la Spagna, l’Italia meridionale e la penisola balcanica. Era, quindi, un impero continentale, non mediterraneo: di contadini e non di mercanti e marinai; e di contadini assai poveri, senza fiorenti città, senza buone strade, senza porti; e cioè senza cultura, ricchezza, commercio. Un impero di povera e rustica gente. E questo era il primo carattere che lo rendeva omogeneo: dappertutto, dall’Abruzzo alla Sassonia, dalla Marca spagnola al Danubio, si trovava la medesima rudimentale agricoltura, praticata da servi sotto rozzi padroni dediti al mestiere delle armi, i medesimi tuguri, aratri di legno, vestimenti di pelli di pecora. Confini nettamente segnati tra gente e gente non c’erano: le lingue volgari non si erano ancora formate, a distinguere le Nazioni, né i diversi caratteri d’attività, né i diversi costumi. Dappertutto, poi, si trovava il medesimo clero, anch’esso piuttosto rozzo, con i suoi vescovi, accomunato dall’uso universale del latino e dalla soggezione alla lontana figura del papa.
Carlo seppe trarre profitto da questa fondamentale omogeneità dei popoli, da questa fede cattolica generalmente diffusa, per ricavare da quel caos informe di stirpi e di dialetti un principio d’ordine; e il prestigio del papato gli servì per riallacciare confusamente la sua autorità agli antichi ricordi romani e, più ancora, per dare a tante popolazioni divise e inselvatichite uno scopo comune, che fu la difesa e propagazione della cristianità contro gli infedeli. E alle forze guerriere messe così in campo per un’idea religiosa seppe genialmente imporre un sistema d’ordinamenti politici e civili, che si chiamò sistema feudale.

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