Gregorio Magno

In questo tempo oscuro spicca luminosa la figura di un papa romano di nobile famiglia, di grande pietà e autorità: Gregorio I, detto poi Magno. Fu lui che confortò e soccorse la popolazione italiana nei tempi più duri dell’invasione longobarda, che si volse alla pietà della regina Teodolinda per convertire quei feroci dominatori alla mansuetudine cristiana. Ed inviò anche monaci missionari a convertire i pagani Angli e Sassoni d’Inghilterra, gli ariani Visigoti di Spagna. E a lui si deve il rituale liturgico che si pratica anche oggi nelle chiese cattoliche, tranne che a Milano, dove vige il rito ordinato da s. Ambrogio (rito ambrosiano); a lui la forma del canto pacato e solenne delle funzioni di chiesa (canto gregoriano); a lui, infine, il rafforzamento e la diffusione dei monasteri benedettini.
Questo secolo VI era cominciato bene, con il regno di Teodorico; era proseguito di male in peggio con la guerra greco-gotica e con le epidemie e carestie che la seguirono, al tempo del dominio bizantino; e s’era chiuso desolatamente con l’invasione dei Longobardi. Ma proprio sul finire vedeva accendersi, per opera di papa Gregorio, un lume di speranza. Si poteva infatti ragionevolmente auspicare che l’insegnamento cattolico, penetrando fra i Longobardi, i Visigoti, gli Anglo-sassoni, portasse anche i barbari a collaborare per la costruzione della civiltà. Fin qui essi non avevano portato che distruzione; si poteva ora sperare che divenissero anch’essi, accanto al cristianesimo e alla tradizione romana, un terzo fattore positivo nella nuova epoca di storia che era cominciata.

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