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La grande pestilenza del VI secolo

In concomitanza con lo svolgimento della Guerra gotica, nel 542 ebbe inizio un’epidemia di peste che si abbatté sull’Impero bizantino, provocando la morte, solo a Costantinopoli, di trecentomila cittadini. Le prime vittime si riscontrarono nei territori occidentali dell’Egitto: da lì il contagio si spinse fino ad Alessandria e fino alla regione del Delta, raggiungendo poi le regioni mediorientale (Palestina e Siria).
Nella primavera del 543 la peste arrivò a Costantinopoli, dove infuriò per quattro mesi, provocando, nella sua fase più violenta, la morte di diecimila persone al giorno; nei mesi successivi l’epidemia si diffuse verso l’interno (Asia Minore e Regno di Persia), raggiungendo poi, attraverso il mare, la Sicilia e l’Italia. Il testimone oculare che si ha lasciato una descrizione accurata della pestilenza è lo storico Procopio di Cesarea, che nel 543 si trovava al seguito dell’esercito di Belisario.

Il contagio apparentemente non avveniva attraverso il contatto fisico con le persone malate o con i cadaveri; coloro che erano stati malati e che erano riusciti a guarire ne diventavano immuni. I medici, in ogni caso, non sapevano che fare; i malati che, secondo loro, sarebbero morti, spesso si salvavano miracolosamente, quelli che invece erano ritenuti fuori pericolo morivano a volte subito dopo; ogni rimedio poteva risultare efficace per alcuni, ma letale per altri.

Nel 558 Costantinopoli subì una seconda epidemia di peste, che tuttavia fece danni molto minori e, curiosamente, colpì più gli uomini che le donne. La situazione andò progressivamente, ma soprattutto in regioni già provate dalla crisi economica la peste determinò un ulteriore aggravamento delle condizioni di vita della popolazione e un forte impoverimento.

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