L’età ferrea

I feudi che, regolati in sistema, potevano essere un buon avviamento alla vita civile, abbandonati a se stessi davano luogo ad un violento disordine e ad una cupa barbarie. Quando il pericolo comune non li univa, si buttavano uno contro l’altro. Ogni castellaccio ove si annidava un feudatario diventava un covo di predoni famelici, che s’avventavano sui rari viandanti, sui pacifici ecclesiastici; e questo perpetuo brigantaggio portava malsicurezza, miseria e una catena di vendette a non finire.
V’erano poi i fratelli del feudatario, privi di titolo e d’eredità (perché il castello e le terre andavano al fratello maggiore: maggiorascato), che avevano solo il prestigio del nome, le armi e il cavallo. Questi si buttavano alla ventura come lupi feroci e affamati. Uno di loro, Gerardo di Rossiglione, che aveva per motto “la forza è il mio diritto” lo vediamo, in una cronaca del secolo X, presentarsi davanti a una chiesa, sospingere all’interno i paesani sbigottiti, poi dai fuoco all’edificio bestemmiando Dio e i santi.
L’opera di incivilimento impiantata da Carlo Magno era come se non fosse nemmeno incominciata. Talvolta il papa stesso, nominato dai feudatari della campagna romana, fu un rozzo guerriero quasi analfabeta, fatto segno ad insulti d’ogni specie e ad accuse infamanti. Nell’897 un papa, di nome Formoso, venne processato dai suoi nemici otto mesi dopo la sua morte. Il suo cadavere venne dissepolto, rivestito di paramenti pontificali e collocato su una sedia al cospetto degli accusatori che gli puntavano il dito contro, al cospetto dei giudici che pronunciarono la sua condanna; e, dopo il macabro processo, lo spogliarono, gli tagliarono le tre dita con cui da vivo usava benedire, lo trascinarono per il fango delle strade e lo gettarono alfine nel Tevere.
Questo decadimento del papato ti dà la misura del rimanente. In questa guerra di belve fameliche, fra un’invasione e l’altra di Ungari o Arabi, puoi immaginare che vita grama facesse il povero popolo degli artigiani e dei servi della gleba. Senza conforto di preti, assai rari, come le chiese, nelle città decadenti, nelle campagne selvagge, in balia della violenza feudale, i popolani furono costretti ogni momento a fuggire dalla pianura coltivata e a chieder supplicando riparo nel castello, in cima al colle; per aver salva la vita, furono legati alla stretta sudditanza del feudatario che li difendeva e rischiava la vita per loro. Ogni sopraffazione, ogni umiliazione, ogni capriccio del signore diventavano cose legittime. Puoi immaginare che cosa successe nelle città semideserte, sulle cui piazze cresceva l’erba, prive com’erano ormai di mercanti e di traffici, col loro vescovo reso impotente in mezzo a tanta violenza. Eppure si deve proprio ai vescovi se in questa epoca taluna di esse (Milano, Bergamo, Modena, ad esempio) si cinse di mura, resistette alle incursioni degli Ungari e mise mano, perfino, alla ricostruzione di vecchie chiese cadenti, come S. Ambrogio a Milano e S. Abbondio a Como.
Quest’opera di protezione delle città si imponeva allora per la minaccia degli Ungari che, dalle regioni del Danubio, s’avventavano spesso sull’Italia. Nell’898 avevano devastato il Veneto; nel 921 assaltavano Brescia e nel 924 saccheggiavano Pavia, ove, secondo un cronista, incendiarono le chiese.

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