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Donne tra realtà e magia

Nel medioevo la società feudale era fortemente gerarchica ed organizzata in caste chiuse. Oltre agli oratores, bellatores e laboratores, che costituivano la tripartizione della società, una realtà a parte era costituita dalle donne.
In un’epoca così vasta, in cui la componente religiosa dominava su tutto, la figura femminile era vista con sospetto, soprattutto perché si riteneva che fosse un veicolo attraverso cui il Maligno potesse manifestarsi. Per comprendere meglio come questo fenomeno fosse diffuso nel medioevo, analizzeremo qui di seguito l’immagine della figura femminile, attraverso una serie di componenti antitetiche tra loro, ma anche fortemente collegate: la magia e la santità.

Le streghe
La realtà di tutti i giorni era influenzata non solo dalle credenze religiose (forte era il timore di Dio!), ma anche da quell’immaginario collettivo, che prendeva forma attraverso l’arte e la letteratura. Nella tradizione popolare le leggendarie storie di cavalieri, che intraprendono eroiche battaglie in nome della religione contro il male e contro gli infedeli si susseguono: dalla Chanson de Roland, al Cantare del Cid fino al ciclo bretone o arturiano.

La storia, raccontata nel ciclo arturiano, che racconta le vicende del Sacro Graal, di re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda, si colloca nel genere del romanzo cortese (circa XII secolo), ed è ambientato in un’isola chiamata Avalon, [1] terra di nebbie e di magia, sede dei tre incantatori, figure cardine del ciclo: Viviana, la dama del lago e custode di Excalibur, Merlino il mago, colui che donò la magica spada ad Uther di Pendragon, padre di re Artù, e Morgana la fata, figlia di Igraine, sorellastra di Artù e madre di Mordred, il cavaliere rinnegato che metterà fine alla vita del grande sovrano.Partendo da questo romanzo si possono analizzare le diverse realtà della donna medievale. Le protagoniste femminili dell’opera, Ginevra e Morgana, rappresentano elementi diversi di una stessa realtà: la principessa Ginevra, sposa di re Artù e amante di Lancillotto (il primo cavaliere) e la fata Morgana, che come disse Artù a Merlino, rappresentava “il caos” . Il suo nome deriva da quello della dea celtica Morrigan, la triplice dea delle battaglie, dai capelli corvini e capace di trasformarsi in corvo, per librarsi sui campi di battaglia. E’ infatti colei che predice e vigila sulle guerre.
La strega è, secondo una moderna definizione, una «donna che, nelle credenze popolari di molte civiltà, e in particolare nell’Europa medioevale e rinascimentale, è ritenuta in rapporto con le potenze malefiche e accusata di azioni delittuose contro la religione e la società».[2] La stregoneria europea non è una credenza che risale alla notte dei tempi, anche se già nei testi degli antichi romani (Le metamorfosi di Apuleio, II sec., nell’Arte poetica di Orazio, in Medea di Seneca oppure nelle storie dei viaggi di Ulisse e dell’incontro con la maga Circe) sono presenti delle tracce. Prima del mille la Chiesa sembra tollerare chi compie riti magici, mentre in un secondo momento le cose cambiarono dando il via a quel fenomeno noto come la “caccia alle streghe”, che ebbe il suo apice in occidente fra il XV e XVIII secolo[3]. In questo lungo periodo uomini e donne, indistintamente, furono accusati, processati e condannati con l’imputazione di essersi allontanati dalla fede cattolica e di aver stretto un patto con il diavolo, girando per lo più di notte in volo verso riunioni orgiastiche e blasfeme, conosciute come “sabba delle streghe”.
La magia è un’arte, che si pone come obiettivo quello di acquisire una conoscenza maggiore della natura e degli elementi che la governano. Nel medioevo non esiste ancora una definizione chiara e definitiva di strega o stregone, ne di una vera e propria accusa di stregoneria. Nel 643 d.c. l’Editto di Rotari affrontava il tema dei “devianti della fede”, ma anziché condannare proibiva di uccidere queste persone, ritenendo che ogni cristiano dovrebbe vergognarsi di concepire prima di ammettere. Solo cento anni dopo, con la “Capitolatio de partibus Saxoniae” (775-790) si vietava il culto pagano e si ammonivano coloro che credevano nelle streghe o peggio ancora le mangiavano (questo tipo di antropofogia era legata ad una credenza sassone, per cui mangiando una strega, avrebbero introiettato anche i suoi poteri soprannaturali). Se la Chiesa non mostrò, allora, un particolare interesse verso il mondo della magia, fu perché era impegnata con ogni sua forza a debellare il paganesimo. Non sarà così nel 850 circa, quando l’arcivescovo di Lione Agobardo, intellettuale raffinato ed antisemita, in “Contra insulam vulgi opinionem de grandine et tonitruis”, rivela tutto il suo scetticismo nella magia. Un tale punto di vista sarà poi ripreso anche da Reginone di Prumri che ritiene un obbligo morale sradicare la superstizione dalla vita degli uomini e riteneva, inoltre, che le credenze più diffuse erano in realtà solo illusioni e fantasie.
Il medioevo fu un periodo lunghissimo in cui si susseguirono grandi battaglie ingaggiate in nome della fede cristiana e dell’evangelizzazione e che confluiranno, poi, in un fenomeno conosciuto con il nome di “Inquisizione”.
Questa fece la sua prima comparsa nel 1184, quando papa Lucio III, ne formò il primo nucleo, a causa delle crescenti difficoltà della chiesa di fronteggiare fenomeni come l’eresia e la stregoneria. Queste due categorie ben presto tenderanno ad assimilarsi e a confondersi fra loro, tanto da arrivare a distorcere la vera realtà della strega. Tutto ciò che oggi sappiamo di queste donne, proviene proprio dai documenti conservati da coloro che si dedicarono alla loro persecuzione.
L’inquisizione intesa come procedura giudiziaria spettava di norma all’autorità vescovile, ma è tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, quando la Santa Sede ritenne opportuno affiancare misure eccezionali ai mezzi ordinari di repressione, che si fa risalire la comparsa della figura dell’inquisitor, ossia un giudice straordinario le cui funzioni possono chiarire i compiti dell’Inquisizione stessa, vista nella sua realtà di istituzione. Inganno e tortura erano messi al servizio di Dio pur di strappare l’animo umano degli imputati dalla servitù del demonio. L’evento che fa da spartiacque fra la giustizia ecclesiastica ordinaria e quella speciale è la crociata contro gli Albigesi del 1209, promossa da Innocenzo III, deciso ad un intervento di forza contro gli infedeli. Nel 1215 l’idea sarà rilanciata dal IV Concilio Lateranense, quindi rinvigorita da una serie di interventi di papa Onorio III. Con la disfatta degli Albigesi e il Trattato di Parigi, siglato da un delegato della Santa Sede e dal conte Raimondo VII di Tolosa, nasce l’organizzazione dell’inquisizione. Ma se in un primo momento questo fenomeno investe solo l’haeretica pravitas (la malvagità eretica), sarà con il XII secolo (1258/60 con papa Alessandro IV), che la lotta contro le streghe si inasprirà a tal punto da dare il via ad una vera e propria caccia: esisteva, a tale proposito, oltre al tribunale, anche una categoria speciale di persone, in grado di riconoscere una strega a colpo d’occhio solo guardandola negli occhi: i cacciatori di streghe. Uno degli episodi più salienti risale al 1674 circa quando un garzone di bottega del Béarn, convinto che gli stregoni si riconoscessero per un segno nero fibromatoso, che avevano sul viso, provocò la morte di 6210 persone, di cui 195 nel solo villaggio di Labourcase. Le calunnie, spesso dettate da motivi del tutto personali, erano all’origine di molti arresti, certe notizie, infatti, si diffondevano in modo fulmineo e, passando di bocca in bocca, si gonfiavano, colorandosi, e finendo con l’assumere una vita propria. Ma tutte le maldicenze di villaggio sono poca cosa rispetto all’efferata morsa della macchina giudicante.
Bernard Gui scrive che l’Inquisizione ha il compito di perseguitare coloro che si «distaccano dalla comunità degli altri e minano l’autorità del papa e della Chiesa». Alcuni fra i processi e i processati più illustri della storia ritroviamo: il processo contro i Templari, quello a Giovanna d’Arco, le persecuzioni contro ebrei e mussulmani (l’inquisizione spagnola), Galileo Galilei, Giordano Bruno, Tommaso Campanella ecc…, mentre uno dei più terribili e tristemente famosi inquisitori, fu Tomas de Torquemada, il quale nel 1483 divenne inquisitore generale delle terre spagnole.
Con l’editto di fede la Chiesa ordinava che chiunque fosse venuto a conoscenza della presenza di eretici o streghe aveva l’obbligo di denunciarli.
Le condanne a cui queste persone andavano in contro poteva variare per gravità e per crudeltà del supplizio inflitto, in relazione al grado di colpevolezza accertato. Si andava dalla semplice abiura, accompagnata dall’imposizione di un marchio sul corpo o sugli abiti detto saco bendito, dai cui l’abbreviazione sanbenito, alla flagellazione, fino al carcere perpetuo o la consegna al braccio secolare, ossia la condanna al rogo o, in alcuni casi, la morte per strangolamento. La tortura veniva applicata quando le prove raccolte erano considerate insufficienti per pronunciare la sentenza o non era constatabile con chiarezza l’innocenza dell’imputato. E modalità più ricorrenti erano inizialmente la garrucha o carrucola e la tortura dell’acqua. Molte furono le confessioni estorte dopo ore di torture indicibili, comunque non erano mai indici di una vera colpevolezza, ma piuttosto di uno stordimento e di grande sofferenza. Venne pubblicato ad opera di due domenicani, uno dei massimi trattati di stregoneria: il Malleus Maleficarum (Il Martello delle streghe). In casi come questi il ricorso alle Sacre Scritture, era necessario per giustificare in modo incontrovertibile, la necessità di perseguire la stregoneria.

Ma come era fatta una strega?
La stregoneria costituì un elemento articolato, complesso, che racchiuse in se un insieme di mitologie e rituali provenienti da contesti sociali e realtà religiose diverse. Infatti, mentre in alcune culture (come ad esempio per i nativi d’America) la magia è praticata dallo stregone sciamano, che influiva sui fenomeni atmosferici e guariva dalle malattie, in altre culture la strega è colei che pratica magia nera per nuocere agli uomini. La medicina medioevale, d’altronde, non sempre costituiva un valido sostituto, infatti, a parte la limitata diagnostica le terapie consistevano principalmente in salassi e bagni, quando non in costosissime diete e cure. Non bisogna allora meravigliarsi di come le persone preferissero ricorrere ai ciarlatani, ai saltimbanchi e a quelle malfattrici, che venivano chiamate dal popolo streghe.
Le forme di superstizione pagana non erano mai tramontate, soprattutto nelle campagne. La qualificazione tipicamente femminile di attività come l’assistenza alle partorienti, contribuiva ad identificare nella donna colei che, avendo a che fare con la vita al suo inizio, potesse avere stretti contatti anche con il suo opposto, la morte, inoltre i continui passaggi degli eserciti, l’instabilità sociale, l’imprevedibilità del clima e la scarsa conoscenza delle nozioni igieniche e psichiatriche, erano alla base delle più svariate e misteriose malattie, contribuendo a creare un clima favorevole alle accuse di stregoneria. Ma anche chi, mediante sortilegi, intendeva scacciare il demonio era facilmente confuso con quanti volevano ingraziarselo tributandogli il proprio culto. Il patto con “Satana” celebrato nei Sabba divenne oggetto di maldicenze prima e di trasfigurazioni fantastiche poi, e le streghe, insieme con i maghi e gli indovini, bruciarono sui roghi che l’inquisizione innalzò per ordine dei pontefici. A un certo punto ogni distinzione fra superstizione ed eresia venne meno: «tutto veniva ormai considerato come attentato contro la fede, e la punizione dovuta agli eretici era ormai riservata a tutti i settori della stregoneria».[4]
Prima che fossero accusate di adorare uno dei 133 306 668 diavoli che Alfonso Spina aveva contato nel Quattrocento, le streghe erano considerate esseri dotati di poteri soprannaturali, in grado di cambiare il destino degli uomini attraverso pratiche rituali e simboliche. Sembra chiaro, quindi, di come la figura femminile nel passato sia stata legata all’immagine della strega da una forte componente misogina, anche se ovviamente non si trattò di un fenomeno esclusivamente femminile. Qualunque pratica sessuale superasse i limiti del lecito era vista con sospetto, come manifestazione di immoralità e proposito di oscenità. La superstitio non è un elemento proprio del cristianesimo, ma fa parte di quel bagaglio di tradizioni pagane sopravvissute all’evangelizzazione e che deve prendere in considerazione come uno dei punti base per comprendere un fenomeno di tale portata. La specialità di queste maghe, streghe e fattucchiere era, quindi, quella di togliere e gettare il malocchio, credenza questa che veniva ripresa proprio per cercare di dare una spiegazione agli eventi incomprensibili e calamitosi. Questo genere di credenza, però, non era diffusa solamente fra gli analfabeti, ma fra tutte le classi e categorie di persone e in tutte le epoche (“I Promessi sposi” e “La storia della Colonna infame”di Alessandro Manzoni): nel XII secolo il monaco Guiberto di Negent racconta che suo padre era rimasto per sette anni senza avere figli a causa di un maleficio.
Le streghe o fattucchiere nel loro stereotipo sono brutte, vecchie e malvagie. Nell’immaginario popolare la strega era sempre insieme ad un gatto nero, una scopa e aveva una scorta di erbe per i suoi incantesimi.[5] A tale proposito si possono citare due fonti: la prima risale al 1190, quando il cronista inglese Walter Map parlando dei Sabba, fece riferimento ad un gatto nero sceso dal soffitto. La seconda fonte è invece una bolla papale di Gregorio IX, la Vox in rama, del 13 giugno 1233, in cui si parla di questo essere che cammina all’indietro e con la coda eretta. Molti gatti bruciarono sul rogo e il loro sacrificio fu in alcune regioni considerato propiziatorio di fortune o di buoni raccolti.
Uno dei eventi che ebbe maggiore “successo”, evolvendosi e proiettandosi nel tempo fino ai giorni nostri è la festa di Ognissanti, oggi conosciuta con il nome di Halloween[6]. Questa parola di origine Anglosassone, risale secondo la tradizione cattolica, alla notte di Ognissanti, che si festeggia il 31 ottobre e che nel V secolo a.c. in Irlanda coincideva con la fine dell’estate. I celti ritenevano che in questa magica notte tutte le leggi fisiche che regolano lo spazio e il tempo venissero sospese, rendendo possibile la fusione tra il mondo reale e quello ultraterreno. La tradizione di mascherarsi e di utilizzare decorazioni per la casa aveva il solo scopo di tenere lontani gli spiriti malvagi. Mentre è del IX secolo la tradizione del dolcetto o scherzetto (trick-or-treat). Si narra che il giorno di Ognissanti i primi cristiani andassero di villaggio in villaggio ad elemosinare un po’ “di pane d’anima”, dolci di forma quadrata con uva passa, promettendo in cambio preghiere per i defunti (quella dei suffragi sarà una pratica molto diffusa nel medioevo, a partire dal XII secolo quando “nasce” il Purgatorio, come garanzia per il defunto di un passaggio più rapido in Paradiso).

La santità
La religiosità delle donne nel medioevo ha dato origine ad una sensibilità religiosa particolare. Riuscirono ad esprimere tutta una serie di pensieri e di riflessioni su Dio e sul rapporto con il Sacro, suscitando poi culti e devozioni con tratti nuovi e personali.
In occidente la donna arriva al monachesimo più tardi rispetto all’uomo, e quando vi arriva, viene chiusa tra le mura di un monastero, passando da una vita familiare sotto la tutela del padre ad una monastica sotto la tutela di Dio, rappresentato dal Papa o dal vescovo diocesano.
Manca inizialmente la componente dell’esperienza eremitica, la solitudine è infatti considerata pericolosa per la donna, ritenuta incapace di resistere alle tentazioni.
Il simbolo della monaca è l’evangelica virgo prudens, che non si abbandona al sonno durante l’attesa dello sposo, ma vigila e porta con se una riserva d’olio, per poter sempre tenere accesa la sua lampada, come appare nella Regula virginum, prima regola scritta per donne di Cesario di Arles del 534.dal monastero la donna cercherà di svincolarsi solo dopo il mille, e se nel VI secolo Cesario di Arles prevede una vita comune sotto rigida clausura, nel XII secolo diventano sempre più numerose le donne, che vivono da sole nelle celle o nelle loro stanze nella casa paterna, osservando i valori di castità e povertà. Si considerano, comunque, appartenenti allo status ecclesiastico.
Nell’iconografia e nella letteratura l’immagine del monachesimo femminile si configura con quello della sposa di Cristo. Ma accanto al tema dello sposalizio mistico, possiamo ritrovarne anche un altro: quello della maternità mistica, e in modo particolare nel soffrire i dolore della crocifissione del figlio.
In questo lungo periodo la storia del monachesimo femminile si divide in due parti: il primo che ricopre la fase dell’alto medioevo, riguarda la storia del monachesimo benedettino, mentre nel secondo tra la fine del XI e l’inizio del XII si hanno nuove esperienze religiose ed istituzionali. La prima fioritura di un monachesimo femminile è databile VII e VIII secolo. I monasteri femminile e le loro comunità godono della tutela dei sovrani, o comunque di quella dei loro fondatori e i loro patrimoni sono tutelati, come quelli di coloro che li hanno donati. La donazione aveva due finalità: la prima era pro rimedio animae, la seconda era un’iniziativa volta a difendere il proprio patrimonio, mettendolo al servizio di un’istituzione religiosa. Le conseguenze di tali azioni sono le interferenze esterne su decisioni importanti, come ad esempio l’elezione delle badesse e il governo della proprietà fondiaria.
La prima comunità per donne è stata fondata nel 667, vicino alle mura di Pavia, ed è dedicata a Sant’Agata. Mentre a Roma il più antico monastero femminile è quello di Sant’Agnese fuori la mura, che sorge sopra la catacomba della santa , che subì il martirio verso la metà del III secolo.
Le comunità monastiche seguivano la regola benedettina, pensata per uomini, ma adattata anche alle donne. La prima vera regola scritta pensata per comunità femminili è quella di Cesario di Arles, del 534.
Questa regola prevedeva, oltre alla povertà e alla castità, l’obbligo di dormire in camerate comuni, il divieto di accettare lavori per estranei, ma anche per i propri parenti o membri del clero e un periodo di prova per coloro che manifestavano il desiderio di essere ammesse.
Molto diverso è il De institutione sanctimonialium del Concilio di Aquisgrana dell’817, che introduce lo status di canonichesse secolari.
Per quanto concerne l’aspetto culturale va messo in evidenza l’elevato livello di analfebetizzazione, ma soprattutto la conoscenza della Sacra Scrittura, legata sia alle prediche ascoltate durante i riti sacri, sia, come per la maggior parte della popolazione nel medioevo, dal linguaggio iconografico degli affreschi che ornavano le chiese. Non era necessario per loro fare discorsi eloquenti, ma un “simplex et pedestre sermo”, necessario solo per fare conoscere loro le cose più semplici della vita religiosa.
Le cose cambiano quando si diffondono idee nuove sulla spiritualità. La nuova cultura religiosa femminile mette in discussione soprattutto la regola benedettina. Il fatto che gli ordini istituiti fra i secoli XI e XII (camaldolesi, Vallombrosani, Certosini, Cistercensi) abbiano anche i rami femminili, ci avverte del profondo cambiamento istituzionale che stava attraversando il mondo religioso cristiano. Non più infatti istituzioni private gestite da sovrani o regine, ma gli stessi organi religiosi, che incorporano donne che intendono vivere secondo la loro regola.[7] Ma persiste comunque un clima di restrizioni. Mentre i nuovi monaci si impongono nella vita della chiesa, contribuendo alla lotta per la corruzione del clero, le nuove monache continuano ad essere rinchiuse dietro le grate della clausura. A tale proposito Le Bras afferma che monache dopo il mille mutano solo «la distribuzione degli organi liturgici e il rigore dell’isolamento». Mentre i monaci combattono come guerrieri contro i nemici della fede, le monache, come militari della retroguardia, pregano per il successo dei loro confratelli. La sua preghiera diventa in tal modo azione, che si spinge ben oltre le mura del monastero, nonostante la clausura, divenendo un fattore su cui contare.
Il primo ordine la cui fondazione risale ad una donna è quello delle Clarisse di Santa Chiara, che grazie ai molti sacrifici della sua fondatrice riuscì ad ottenere l’indipendenza, quando nel 1228 ottiene il privilegium paupertatis, diversamente dagli altri monasteri che accettano donazioni e possessi di beni.
Un altro fenomeno, che interesserà il monachesimo femminile nel medioevo è la forma di eremitismo:

L’inclusa è colei che, «rinunciando al mondo, sceglie la vita solitaria, desidera nascondersi, non farsi vedere mai e, quasi “morta seculo, in speculunca Christi consepeliri”». Così la definisce il cistercense Aelred de Rievaulx scrivendo la sua De institutione invlusarum, intorno al 1160.

Come osserva Aelred de Riveaulx, eremitismo, non voleva dire per una donna vivere da sola in un eremo, ma «anelare più liberamente a Cristo, sospirandone l’amplesso», ossia le nozze mistiche (come nel caso si Santa Caterina da Siena). San Bernardo, come molti altri del suo tempo, era convinto della fragilità della donna di cadere in tentazione, e quindi della necessità di un controllo da parte della famiglia o del monastero. A partire dal XII secolo, la cella delle incluse può appoggiarsi non solo alle chiese amministrate dal clero secolare, ma anche a quelle degli ordini secolari, per lo più maschili, e qualche volta sono le stesse incluse a chiedere delle norme per regolarizzare la propria vita. Queste norme rappresentano per noi una fonte importantissima per comprendere il sentimento religioso generale e questa scelta di vita.
A partire dal XII secolo le celle delle incluse sono aumentate considerevolmente, le vediamo, infatti, non solo presso le chiese (sub pariete ecclesie), ma anche nel cimitero degli Innocenti di Parigi, in una cella a Bonn, a Tolosa sulle sei porte della città o su un ponte della Garonne… Ma mentre le celle costruite presso le chiese avevano lo scopo di soddisfare le esigenze spirituali delle donne, quelle costruite in altri luoghi della città, erano volute e mantenute dalle città stesse a difesa degli abitanti, dei pellegrini e della città stessa. Quindi dalla pietà individuale si passa al ruolo di protettrice della città, un aspetto questo da non sottovalutare, in quanto l’inclusa dovrebbe servire solo il Signore.
I rituali di reclusione sono modellati sull’officiatura liturgica dei defunti: si entra in questo stato di vita come nel sepolcro e si attende che l’anima sia portata dagli angeli nel seno di Abramo, ma è un’attesa che può durare anche lunghi decenni, trascorsi in devozioni e pratiche ascetiche.
Il Liber confortatorius Goscelini monachi ab Anglia ad Evam, apud S. Laurentium, pro Christi nomine inclusam, una fonte degli ultimi decenni del XI secolo, vede la cella sotto due aspetti particolari: luogo di martirio e tomba. Goscelin ritiene la donna in grado di vincere le tentazioni, tenendo una croce in mano, e alla sua vittoria presenzierà il Signore con gli angeli come testimoni. La cella diventa in questo modo un mezzo di congiunzione fra la donna sulla terra e Cristo in cielo. Ogni cella deve avere un crocifisso, che rappresenta il Redentore che apre le sue braccia, a simbolo della vittoria sul male e di salvezza dell’umanità.
L’ultimo esempio è l’esperienza di povertà al femminile. Sin dal XII secolo il ricco e in special modo il mercante viene visto in modo negativo, o addirittura viene additato come usuraio, quindi un peccatore obbligato a giustificarsi di fronte a Dio. L’usuraio che da in elemosina ai lebbrosi delle false monete, diventa la controfigura del mondo femminile, delle donne che vanno a medicare e curare la loro figure. La povertà quindi non solo come esperienza sociale, ma anche come spirituale.
Un personaggio caratteristico della vita quotidiana urbana, è la povera vecchierella inferma, che, sopportando con pazienza e rassegnazione la propria miseria sosta presso le chiese. Accetta l’elemosina solo se può ricambiarla con la preghiera, per l’intenzione della donatrice. Queste vecchiette, dette «care a Dio», ci trasmettono messaggi caratterizzanti la mentalità del XII secolo: sopportano la miseria senza ribellione, anzi rendendosi utile, fa prendere coscienza dell’importanza delle preghiere per i defunti (siamo nel secolo che J. Le Goff indica come quello della nascita del Purgatorio) e del fatto che queste possono raddoppiare il loro valore, in quanto frutto dell’elemosina elargita ai poveri.

Se il secolo precedente offre una notevole unità, conferitagli dal vasto uso del volgare e dall’origine toscana degli scrittori, il Quattrocento presenta lo spettacolo di due letterature contemporanee e avverse l’una all’altra. Per quantità, la produzione in latino ha il netto sopravvento: molti prosatori e poeti si attengono risolutamente al latino, disdegnando il volgare come incolto e scarso di risorse. D’altra parte la letteratura in volgare si fa di toscana nazionale: la valle del Po dà il Boiardo, Napoli il Sannazzarro.
Secolo d’intenso e fecondo travaglio, il Quattrocento, e non soltanto nel campo delle lettere: le arti celebrano trionfi, la vita politica è tutta un fremito di splendori e ambizioni. Le personalità sorgono a schiere, in un cosciente riaffermarsi dell’io individuale. Si consideri che nel Quattrocento operano architetti come il Brunellesco e l’Alberti; scultori come Jacopo della Quercia, il Ghilberti, Donatello, il Verrocchio; fra cento pittori, Piero della Francesca e Leonardo da Vinci. Si hanno importanti Papi, grandi principi e potenti signorie. Non v’è dubbio che l’impulso più forte al generale fervore partì dal movimento dell’umanesimo.

Nei sotterranei dell'Umanesimo
La persecuzione delle donne per stregoneria, il lato invisibile dello splendore. Parla Esther Cohen, autrice del saggio «Con il diavolo in corpo. Filosofi e streghe nel Rinascimento»
Esther Cohen ha scritto un libro intitolato Con il diavolo in corpo. Filosofia e streghe nel Rinascimento (ombre corte, pp. 173, € 13,50), nel quale pone al centro la sessualità femminile, l'eccesso del godimento che la caratterizza, e il corpo, per leggere il lato in ombra, il lato oscuro del Rinascimento. Esiste una linea di rottura, una faglia, a partire dalla quale poter vedere il lato invisibile dello splendore del Rinascimento: si tratta della persecuzione delle donne per stregoneria. Si sa che i rapporti tra donne e uomini variano nel tempo e slittano e si modificano impercettibilmente, ma al medesimo tempo si inscrivono con nettezza nel simbolico. Uno dei segni più significativi è la forma che prende la sessualità accolta e riconosciuta, e l'esclusione che ciò implica. Alla fine del Quattrocento si gioca una battaglia simbolica sulla sessualità - su quella femminile - proprio nel definire i tratti e i comportamenti e i patti attribuiti a quelle donne che vengono considerate e condannate come streghe.

Lei parla del Malleus maleficarum (il martello delle streghe) del 1486, come uno scritto fondamentale perché descrive che cosa sia una strega. I domenicani, che ne sono gli autori, segnalano l'ambiguità della strega, l'impossibilità di ridurla a un tipo preciso. In che senso? Perché questo testo segnala un nodo cruciale di quel passaggio di civiltà che a lei interessa mostrare?
Mi sembra che la pubblicazione del Malleus maleficarum costituisca un momento di rottura con il passato medievale. Si tratta del momento nel quale la «strega», che aveva rivestito fino ad allora un ruolo importante nell'economia simbolica medievale e in fin dei conti aveva avuto una funzione precisa anche per la Chiesa, cambia nello sguardo sociale. In questo periodo siamo di fronte a una nuova disposizione del sapere, vengono gettate le basi del pensiero scientifico: la strega ha una posizione che niente ha a che fare con tale nuovo inizio. E' per questo che viene annullata, nella forma molto concreta di essere bruciata viva. Con lei vengono bruciati tutti i desideri, che in qualche modo rimanevano ai margini della nuova organizzazione del sapere rinascimentale. Se nel testo parlo di ambiguità, è perché non c'è nessun tratto che la possa caratterizzare in modo univoco, distinguendola dal resto delle donne. In questo senso tutte le donne possono, a un certo punto, diventare streghe. Ma quello che mi è interessato di più mettere in evidenza è l'incapacità di queste donne di formulare un discorso proprio, che autolegittimasse la loro pratica. E questo a differenza dei maghi e filosofi del Rinascimento che, anche se praticavano la magia, avevano la capacità di produrre discorsi all'altezza di una accettabile difesa di tale pratica.
La donna, accusata di stregoneria, è presentata nel libro come portatrice di un sapere popolare, radicato e diffuso. Sono gli inquisitori a descriverla come una strega secondo i loro modelli di riferimento. Queste donne hanno un loro sapere, fondato sull'esperienza, hanno delle loro logiche discorsive. Quello che è mancato loro è stata la capacità di entrare in un rapporto di mediazione con il discorso dominante. Potrebbe spiegare in che senso?
Certamente, la donna nel Medioevo aveva di frequente delle conoscenze precise e questo era accettato dalla Chiesa. Ma è proprio questo sapere a venir escluso dal sapere ufficiale nel Rinascimento. Prima la loro esperienza, che si fondava su un sapere concreto, era vista come parte del sistema simbolico del tempo. Il problema si avverte quando il sistema scientifico incomincia a riorganizzarsi nello spazio sociale del Rinascimento. E' a questo punto che le donne «di sapere» incominciano a essere indicate come streghe, come donne cioè che agiscono fuori dal contesto riconosciuto, ufficiale. Sono state bruciate per bruciare in fondo un sapere popolare che si è avuto intenzione di cancellare dal paradigma dominante.

Parla di una alterità dentro di sé, che a ognuno di noi fa paura. Cita in questo senso Derrida, e a me viene in mente anche Kristeva di Stranieri a noi stessi. Si tratta dell'essere invasi, posseduti tra sé e sé da un fantasma, scrive Derrida. Da una alterità in conoscibile, scrive Kristeva, che l'io non può controllare. Questa idea l'ha guidata nel libro. Come?
Credo, con Derrida, che la paura per le streghe non mostri se non la propria paura, la paura dei nostri desideri più bassi, e, in un certo senso, più nascosti. Quando si legge il Malleus maleficarum, l'impressione che si ha è decisamente quella di un paio di uomini di chiesa che semplicemente hanno paura e che si immaginano perciò ogni sorta di perversione. Questa paura è il filo conduttore che attraversa tutto il mio libro, o, per meglio dire, questa idea di Derrida è il sostegno di una buona parte del mio testo. Ma dietro questa idea c'è anche Bataille e la sua parte maledetta, cioè l'idea dello spreco, del desiderio improduttivo di vecchie donne che godono di una sessualità senza limiti, che non hanno più l'età per procreare. Come l'ebreo medievale faceva usura, guadagnando senza lavorare e così rubava il tempo che apparteneva solo a Dio, allo stesso modo queste donne sfruttavano il piacere del corpo senza produrre.

Dimostra un grande amore per il Rinascimento e al medesimo tempo lo vede come luogo di scontro tra il filosofo, il mago, l'inquisitore e la strega: i filosofi maghi del Rinascimento come Pico della Mirandola, e anche Giordano Bruno, hanno separato nettamente magia bianca e magia nera, quella «buona» dalla «cattiva», impedendo in questo modo una continuità tra un sapere popolare, prevalentemente femminile, e un sapere «alto», che in questo modo si è difeso. Qual è la loro responsabilità?
Certo che guardo al Rinascimento con ammirazione, ma, come dice Walter Benjamin, non esiste un documento di cultura che non sia allo stesso tempo un documento di barbarie. Penso che la barbarie propria del Rinascimento sia rappresentata dalla caccia alle streghe. Nei confronti cioè di quelle donne rimaste al di fuori del sapere egemonico ed escluse da esso. I filosofi come Pico della Mirandola e Agrippa, sapendo qual era lo statuto della magia, hanno saputo difendersi, facendo una critica dura e precisa alla pratica della stregoneria. Eppure essi al medesimo tempo hanno utilizzato le stesse pratiche. La differenza stava nella loro capacità di dire in che senso erano fondate le loro pratiche e invece quelle della stregoneria erano da condannare. I filosofi sapevano, in linea di massima, come difendersi dall'Inquisizione, mentre erano le donne accusate di stregoneria che non avevano avuto la capacità di esprimere il senso e il valore di quello che facevano: una capacità discorsiva che le avrebbe salvate dal rogo. In questo consiste la responsabilità della cultura «alta»: questi filosofi, per salvarsi, hanno condannato le pratiche di stregoneria e in questo modo hanno indirettamente condannato quelle donne, che usavano tali pratiche. Eppure le pratiche che essi adoperavano erano simili, ma giustificate discorsivamente.

Tocca anche il problema del male. Nel caso delle streghe lo mostra legato a una erotizzazione diffusa, a una sessualità eccedente la procreazione, al legame tra donna vecchia e godimento.
Tocco il problema del male, che in qualche modo rappresenta la preoccupazione sia del Medioevo come del Rinascimento. Questo è vero anche per la tradizione ebraica: dal Medioevo in poi il problema che ad esempio si poneva la cabala era «de unde mallum»? E a me sembra che il male nel Rinascimento abbia preso la figura ossessionante della libera e improduttiva sessualità delle donne. Questa eccedenza del godimento, attribuita alla strega, penso che sia un elemento dell'immaginario, che, anche se non con quella forza, è ancora vivo nella nostra società. Ad esempio l'esistenza dell'aids è interpretata come segno del castigo per una sessualità oscena, improduttiva, che prescinde dalla questione della procreazione. A me pare che la lezione che possiamo trarre dal Rinascimento e dalla sua barbarie sia che la barbarie non è lontana da noi. Lo abbiamo visto nella Seconda guerra mondiale con la «soluzione finale»: attraverso questo filtro possiamo capire che cosa sia avvenuto nel Rinascimento. Ruanda, Cambogia e Iraq continuano a parlarci della allergia nei confronti dell'altro, sia nero, ebreo, indigeno o donna. E' per questo che il lavoro della memoria è così importante: riuscire, come dice Derrida, a fare della memoria non un problema del passato, ma dell'avvenire.

E oggi? Il patto dominante tra donne e uomini sembra essere quello che le donne nella vita pubblica diventino eguali agli uomini. Ciò tranquillizza gli uomini, che sanno le regole di questo gioco. Più provocatoria la valorizzazione della differenza femminile, che può facilmente scivolare oltre un limite, al di là del quale gli uomini l'avvertono come una minaccia. Cosa potrebbe dire dell'oggi a partire dalle analisi del suo libro?
Mi sembra che la battaglia non l'abbiamo ancora vinta. Adesso, anche se in teoria gli uomini accettano la liberazione della donna, la libertà femminile continua a essere una minaccia per la mascolinità. Io posso parlare dal punto di vista dell'America Latina - abito in Messico - e non da quello dell'Europa, dove la liberazione ha avuto altre caratteristiche. Ma direi che anche in Italia o in Francia una donna deve ancora lottare per poter essere una donna libera e allo stesso tempo avere un rapporto di felice eguaglianza con gli uomini.

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