Il cristianesimo e i barbari.

Il cristianesimo fece a tempo a diffondersi e a consolidarsi nel mondo romano prima che l’impero si sfasciasse. Per tutto il secolo IV, da Costantino che tollerò il cristianesimo a Teodosio che ne fece religione dello Stato, l’impero fu salvo da invasioni di barbari e il cristianesimo poté propagarsi tranquillamente. Anzi, un vescovo di stirpe germanica Ulfila, portò la religione di Cristo oltre i confini, tra i Goti, diffondendo l’eresia di Ano, che egli professava. Sicché, quando dal 396 al 430 si abbatté sulle terre dell’impero la prima grande ondata di invasioni, i barbari in gran parte erano, a loro modo (secondo la forma ariana), cristiani; e, davanti all’imponenza delle basiliche, davanti alla sacerdotale maestà dei vescovi cattolici, spesso s’inchinarono reverenti, riconoscendo confusamente nella Chiesa cattolica la santità del verbo evangelico e la potenza di Roma. Ciò indubbiamente contribuì a renderli più mansueti, o meno feroci; li indusse a rispettare le popolazioni dei paesi conquistati e ad organizzarsi nelle terre conquistate con leggi e ordinamenti romani, tenendo per sé le funzioni militari ed affidando a magistrati romani il governo civile.
Si formarono allora i così detti regni romano-barbarici. Romani e barbari vissero gli uni accanto agli altri con funzioni, lingue, costumanze diverse, accomunati nel culto di Cristo, considerato dai Romani cattolici come Figlio di Dio e dai barbari ariani come uno straordinario profeta. In parecchie città, accanto alle basiliche e ai battisteri dei cattolici ortodossi (= di retta dottrina), sorsero le chiese e i battisteri degli ariani.

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