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L’ITALIA DEI COMUNI E DELLE SIGNORIE

La spinta all’associazionismo

Il Basso Medioevo si caratterizzò per la ripresa economica che coinvolse l’intera Europa occidentale. Il dinamismo economico stimolò forme spontanee d'associazione nelle campagne e nelle città. Contadini e borghesi cominciarono a raccogliersi in gruppi omogenei e ad agire collettivamente. A ciò erano spinti dal bisogno di difendere interessi comuni, di sostenersi reciprocamente nei momenti d'emergenza, di salvaguardare i propri diritti

La coniuratio: impegno di solidarietà

Nelle campagne e nelle città nacquero associazioni i cui membri assumevano, mediante la coniuratio, un solenne impegno giurato di solidarietà reciproca. Le associazioni dei rustici (i contadini delle campagne) faticarono ad affermarsi a causa della fitta presenza di poteri signorili nelle campagne. Le associazioni ebbero maggior successo nelle città, dove il potere dei signori e quello dei vescovi, era meno incisivo.

Da queste associazioni, in molte regioni europee nacquero i comuni che costituirono, soprattutto in Italia, un elemento di rottura con le vecchie Istituzioni.

Autonomia per le città

La popolazione urbana si presentava composita e stratificata, ma compatta nella richiesta di una giurisdizione che rispettasse le nuove attività economiche e le condizioni di vita cittadina. Anche le città e i loro abitanti, infatti, erano formalmente sottoposti al dominio dei principi e dei signori feudali e in ultima istanza dell’imperatore.
Per sottrarsi a tale dominio cominciarono a rivendicare il riconoscimento della loro specifica condizione di abitanti delle città e uno Stato giuridico che favorisse le attività economico-produttive. Ciò non significava una lotta contro i principi e i signori, quanto piuttosto la richiesta a questi di concessioni e privilegi che sancissero la particolarità della vita cittadina, riconoscendole una sostanziale autonomia.

Cives maiores alla guida delle cittadinanze

Alla testa di questi movimenti, che rivendicavano una certa autonomia per le città e i suoi abitanti, si posero i cosiddetti “cives maiores”, cittadini appartenenti a ceti sociali eminenti per fortune economiche o sociali, spesso nobili o vassalli, grandi mercanti o imprenditori, i quali si riunirono in associazioni a cui giuravano solennemente fedeltà mediante la coniuratio.
Queste associazioni (le cosiddette coniurationes) si fecero interpreti delle esigenze dell’intera cittadinanza.

Rivolgendosi ai signori locali per ottenere concessioni o franchigie, le coniurationes si presentavano come una nuova forza politica, capace di contrastare quella tradizionale e di modificare a proprio vantaggio i rapporti di potere all’interno del territorio. I membri delle associazioni si riunivano in assemblea per decidere la comune linea d’azione e per eleggere i rappresentanti, in un numero diverso da comune a comune e generalmente chiamati “consoli”.

Città-stato nell’Italia centro settentrionale

Rispetto a quanto accadeva In Francia e in Germania, in Italia centro-settentrionale i comuni si affermarono in modo rilevante. In questa parte della penisola, formalmente sottoposta all’Impero, nacquero veri e propri Stati cittadini.
Furono diversi i fattori che permisero il verificarsi di questa situazione: la scarsa capacità, da parte dell’Impero, di esercitare il proprio potere; l’indebolimento dell’autorità vescovile, in concomitanza con il diffondersi del movimento per la riforma della Chiesa; la significativa presenza nelle città di autorità nobiliari che appoggiarono le rivendicazioni delle coniurationes. L’affermazione del movimento comunale in Italia centro-settentrionale trasse la sua vera forza dall’appoggio dell’intera comunità cittadina.

La conquista del contado

L’aspirazione dell’autonomia dei comuni italiani si espresse nell’esercizio di una serie di diritti pubblici (amministrazione della giustizia, controllo dei mercati e della zecca) e nell’espansione del proprio governo sul territorio circostante. La conquista del contado comportò conflitti con i signori rurali che, fino ad allora, avevano esercitato sulle campagne quei poteri che ora rivendicavano i comuni.

La crisi del potere imperiale e lo sviluppo dei comuni: Federico Barbarossa

La crescita dei comuni avvenne nel quadro di una profonda crisi del potere imperiale tra i secoli XI e XII a causa dello scontro con il papato, poi delle guerre fra guelfi e ghibellini e infine dell’ascesa al potere di Federico I Barbarossa.
Mancando in Italia una forte aristocrazia legata all’imperatore, Federico I progettò di riaffermare il proprio potere collocando a capo delle singole realtà cittadine uomini di sua fiducia, i podestà, che dovevano esercitare funzioni amministrative e di governo, pur lasciando minimi spazi di autonomia alle città. Federico I, infatti, si aspettava cospicui contributi fiscali dai comuni italiani che sarebbero serviti a sostenere gli sforzi di restaurazione del potere imperiale. Con l’obiettivo di ristabilire il controllo imperiale sulle terre italiane, Federico I scese una prima volta nel 1154 in Italia, di comune accordo con il papa Eugenio III.
Il papa aveva appoggiato la discesa dell’imperatore, contando sulla promessa di questi di intervenire contro il predicatore Arnaldo da Brescia che aveva fondato un movimento comunale a Roma che si rifaceva alla tradizione repubblicana romana e predicava la riforma della Chiesa.
Federico I sconfisse il movimento di Arnaldo da Brescia, ma l’intervento non permise la pacificazione della città, suscitando la reazione di tutte le altre città italiane che cercarono di opporsi alla politica imperiale.

La rivendicazione dei diritti regali da parte di Federico I

Nel 1158 Federico I scese una seconda volta in Italia. L'obiettivo principale era il controllo su Milano, una delle realtà comunali più potenti del tempo, avendo esteso il suo controllo a scapito dei comuni vicini come Pavia, Como e Lodi che si attendevano dall’imperatore un ridimensionamento del potere della città meneghina.

L’imperatore convocò una dieta a Roncaglia alla quale parteciparono grandi signori, laici ed ecclesiastici, e magistrati comunali. In quell’occasione Federico I emanò una Costituzione sui diritti regali allo scopo di recuperare le entrate fiscali, di cui i comuni si erano illegittimamente appropriati. Nella Costituzione sui diritti regali erano elencati i tributi dovuti dai sudditi all’imperatore, tra cui quelli dovuti per il riconoscimento imperiale, quelli per i pedaggi per il passaggio su vie pubbliche e fiumi navigabili, quelli per il diritto di battere moneta e quelli derivanti dai proventi delle multe.
Nella stessa occasione fu anche emanata una norma che vietava i patti giurati all’interno delle città e le alleanze tra città diverse. Infine Federico I nominò i podestà che dovevano esercitare il potere in suo nome. Su questo punto Milano e altri comuni italiani ripresero a fare resistenza.
Federico I concentrò le ostilità contro Milano che venne assediata e, dopo essere costretta alla resa, rasa al suolo (1162) e contro il nuovo pontefice Alessandro III a cui Federico oppose in rapida successione due antipapi. Il pontefice rispose mobilitando le monarchie d’Europa, soprattutto quella francese e quella inglese che lo riconobbero come unico e vero capo della Chiesa.
La dura fiscalità imposta da Federico spinse molte città, anche alcune che prima si erano schierate al fianco dell’imperatore, a unirsi in un’alleanza, la Lega Lombarda. Nel 1168 fu fondata una nuova città, Alessandria, in posizione strategica nei confronti di Pavia e del marchese del Monferrato che erano filo imperiali. Nel 1174 Alessandria fu assediata da Federico I, ma inutilmente. L’imperatore fu costretto a tentare di trovare un accordo con la Lega Lombarda, ma il tentativo fallì. I comuni, alleati nella Lega, attaccarono Federico I e lo sconfissero a Legnano (1176).
La lotta tra Federico I e i comuni dell’Italia settentrionale e centrale si concluse con la pace di Costanza, stipulata nel 1183 dopo sette anni di tregua.
Con la pace di Costanza, Federico I riconosceva un’ampia autonomia politico-amministrativa ai comuni che si esplicitava nella piena libertà di eleggere le proprie magistrature, di darsi leggi e Istituzioni, di amministrare la giustizia, il fisco e le finanze pubbliche. I comuni italiani divennero delle vere e proprie città-stato con una propria politica interna ed una politica estera. In cambio i comuni accettavano di essere inquadrati nell’Impero e di rispettare l’autorità imperiale come fondamento di ogni pubblico potere.

FEDERICO II E LA RIPRESA DELO SCONTRO TRA I COMUNI E L’IMPERO

Il conflitto tra comuni italiani e Impero si riaccese ai tempi di Federico II, nella prima metà del XIII secolo. Federico II tentò, come aveva fatto suo nonno Federico Barbarossa, di limitare l’autonomia dei comuni italiani che erano ancora più ricchi di quanto non lo fossero nel secolo del Barbarossa. Si costituì allora una nuova Lega Lombarda (1226).
La situazione divenne subito difficile per l’imperatore anche a causa del deteriorarsi del suo rapporto con il Papato che temeva di essere chiuso in una morsa tra i territori imperiali a nord e quelli del Regno di Sicilia a sud, governati tutti da Federico II.
Nel 1237 Federico II, appoggiato dai comuni ghibellini, ottenne un importante successo militare a Cortenuova, ma la scomunica del papa, che gli imputava un debole impegno nelle crociate, indebolì l’imperatore, favorendo la vittoria delle armate comunali a Parma (1248) e a Fossalta (1249). La morte di Federico II (1250) chiuse di fatto lo scontro tra Comuni e Impero.

L’EVOLUZIONE ISTITUZIONALE DEI COMUNI ITALIANI

Il sistema della magistratura collegiale dei consoli, rinnovato di frequente, limitava i rischi di un regime autoritario e personale, ma il rapido e continuo ricambio dei consoli provocava instabilità e tensioni a causa dei contrasti che insorgevano tra le varie famiglie per la conquista del potere.
Per porre rimedio ai conflitti interni alle città tra il XII e il XIII secolo nacque un nuovo tipo di magistratura, incentrata su un unico funzionario, il podestà.
Il podestà era normalmente un estraneo, chiamato da un’altra città, per la sua fama di uomo capace e preparato. Questo magistrato era investito della carica per un periodo limitato, normalmente un anno, in base ad un contratto che fissava minuziosamente le condizioni del suo impiego.
Tra i compiti del podestà vi erano quelli di difensore del diritto e di sommo giudice, di capo della burocrazia, di Presidente del consiglio comunale, di garante della pace cittadina E di capo militare in caso di guerra.
I suoi atti, a fine mandato, erano sottoposti al giudizio di una commissione cittadina. I podestà riuscirono a dare vita A un potere esecutivo autorevole, imparziale e sganciato dagli interessi delle fazioni locali.

Ceti popolari e vecchia aristocrazia

Nelle città italiane intanto cresceva il peso dei ceti popolari. Nel mondo comunale italiano il termine “popolo” indicava i membri di quei gruppi di forze produttive (artigiani, mercanti, bottegai, professionisti) che all’interno del comune occupavano una posizione inferiore rispetto alla aristocrazia e alla ricca borghesia, ma che rivendicavano un ruolo attivo nella vita pubblica cittadina. Questi gruppi si organizzarono politicamente come popolo e costituirono delle associazioni di mestieri – le “Arti” o le “Corporazioni”, ma anche nelle società delle armi che riunivano i cittadini dello stesso quartiere in corpi armati dediti alla difesa in armi della città e per la difesa dell’ordine pubblico.

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