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La città

Fra le rovine delle città, soltanto gruppi sparsi di povere popolazioni testimoni di calamità passate, attestano ancora per noi i nomi di un tempo”. Così scriveva nel V secolo Orosio – storico cristiano discepolo di Sant’Agostino – delineando un desolante scenario di decadenza diffuso in tutte le città del continente europeo. Le sue parole testimoniano, da un lato, un momento della grave crisi demografica che colpì l’Europa tra il III e il VII secolo, dall’altro, la profonda decadenza di quello che era stato il cuore pulsante dell’Impero, il sistema urbano.
Già dal III secolo, in seguito alle invasioni dei barbari e all’indebolimento dello Stato imperiale, i centri urbani persero la loro sicurezza, mantenendo però saldo il compito di conservare e preservare le funzioni civili ormai minacciate. Dovettero quindi scegliere un perimetro definito, per poi consolidarlo e difenderlo con la costruzione di mura. Ciò significò nella maggior parte dei casi. Restringere un’area urbana vasta e discontinua inglobando – o escludendo – elementi naturali (per esempio fiumi), cinte murarie precedenti o grandi edifici romani (anfiteatri, acquedotti ecc). Nel 271 era stata avviata a Roma la costruzione delle mura aureliane, che chiudevano solo una frazione dell’immensa superficie in precedenza abitata. In Gallia le fortificazioni finirono per cingere una piccolissima parte della città antica: a Bordeaux un quarto, ad Autun addirittura solo un ventesimo.

La situazione si aggravò pesantemente nel corso dei secoli successivi.
Il fenomeno dello spopolamento accelerò la crisi economica che era già in atto, colpendo in particolare le città. Poiché il numero degli abitanti subiva un’enorme diminuzione, le città si “restrinsero”, contraendosi in “gusci” sempre più piccoli: la città di Spalato, in Dalmazia, sorgeva tutta all’interno di quello che era stato il palazzo dell’imperatore Diocleziano: Napoli, con circa 50 000 abitanti, era forse la più grande città dell’Europa cristiana (nella stessa epoca. Cordova, capitale della Spagna musulmana, ne contava circa 160 000); Bologna passò da un’estensione di 70 ettari a una di 25; a Roma 25 000 abitanti (una cifra nettamente superiore alla media) si concentrarono nelle zone pianeggianti a cavallo del Tevere, mentre sui colli giganteggiavano le antiche rovine. L’ordine di grandezza medio delle città di ridusse progressivamente fino a oscillare fra i 10 e i 14 ettari, con un numero di abitanti compreso fra le 2 000 e le 10 000 unità. Un esempio eclatante di questo fenomeno della “città retratta”, è rappresentato da Arles, in Provenza, dove una popolazione ridotta a circa 2000 abitanti si ritirò tutta all’interno dell’arena romana, il cui recinto divenne la fortificazione della cittadella.
Venendo meno le condizioni tecniche, economiche e amministrative che avevano fatto funzionare le città romane, gli abitanti superstiti si adattarono a vivere accanto all'antico patrimonio urbanistico senza essere in grado di utilizzarlo pienamente. Le grandi infrastrutture e gli edifici pubblici ( come terme, teatri, e basiliche) furono abbandonati o utilizzati come fonte di materiale per altre costruzioni nella migliore delle ipotesi, riadattati ad altro uso. Interi quartieri vennero abbandonati, ridotti in macerie e, lentamente ricoperti di vegetazione, si trasformarono in pascoli intra moenia (“entro le mura”). In alcuni casi l’abbandono fu totale: i vecchi centri assunsero l’aspetto di città-fantasma fino a che se ne perse ogni traccia e perfino la memoria. La città come l’avevano “pensata” i Romani sparì per rinascere in forme nuove solo dopo il X secolo

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