Cina dei Ming

I mongoli avevano governato la Cina da stranieri per un centinaio di anni: dagli anni Settanta del Duecento, in cui il loro Khan, Kubilay, si proclamò imperatore, fino al 1365-68, quando i suoi vennero inseguiti attraverso l’altopiano del Gobi e respinti nel cuore della Mongolia. Là i mongoli persero a poco a poco la loro aggressività di predatori, mentre nella zona si diffuse il buddhismo proveniente dal Tibet. Da allora in Cina tornò a regnare una dinastia cinese, quella dei Ming, il cui primo sovrano fu Zhu Yuan-zhang, il capo dei contadini che si erano ribellati ai sovrani stranieri e alla loro politica di sfruttamento. I mongoli avevano infatti governato con durezza, causando danni seri all’economia soprattutto della Cina settentrionale: molti campi abbandonati, molte città distrutte, molti cinesi ridotti in schiavitù. La stessa famiglia di Zhu Yuan-zhang aveva perduto tutti i suoi beni. Nel corso di una ventina di anni i Ming riconquistarono tutta la Cina, poi si dedicarono a ricostruire l’agricoltura del paese. Nel corso del Quattrocento vennero diffuse nuove coltivazioni, tra le quali un riso di qualità più pregiata, grano e orzo. Nelle città si svilupparono importanti manifatture, tra le quali quelle della porcellana e della seta, e tipografie per la stampa di romanzi e novelle. Infine, nel 1421, la capitale fu trasferita da Nanchino (nel sud) a Pechino (nel nord).

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