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Il Banchetto di Attila (Prisco di Panino, Storia, V secolo)

Nel 448 un’ambasceria romana viene inviata a banchetto dal re degli Unni, Attila, per discutere la pace durissima che questi aveva imposta ai Romani.
Come emerge dal brano giunto attraverso Prisco, un funzionario che faceva parte dell’ambasceria, Attila si serve di tutta la scenografia del banchetto per contrapporre la superiorità del proprio popolo alla decadenza morale dell’Impero romano.
Mentre agli altri barbari e a noi venivano imbanditi cibi raffinati su vassoi d’argento, Attila teneva sulla sua tavoletta nient’altro che carne. E si mostrava per tutto il resto. Agli ospiti erano state date coppe d’oro e d’argento, mentre la sua tazza era di legno. Semplice era anche il suo vestito che si distingueva soltanto per essere pulitissimo. E neppure la spada al suo fianco né i lacci dei calzari barbarici né le briglie del cavallo erano come quelli degli altri Unni decorati di oro o di gemme. Attila se ne stava impassibile senza battere ciglio e né un gesto rivelarono alcuna partecipazione all’allegria generale.

Quando però il minore dei suoi figli, che si chiamava Ernach, entrò, e gli si mise accanto, egli gli pizzico la guancia guardandolo con occhi gioiosi. Alla mia domanda incuriosita, un barbaro che capiva il latino mi spiegò che gli indovini avevano vaticinato ad Attila che la sua stirpe si sarebbe estinta, ma che poi sarebbe risorta proprio in questo figlio.

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