Genius 7012 punti

Dalla metà del Trecento all'inizio del Cinquecento: crisi e ripresa demografica.


La grande peste. La peste del 1348 fu la più famosa della storia, producendo importanti effetti sulla popolazione europea.
Si è sempre pensato che la peste avesse cancellato circa la metà degli abitanti del vecchio continente, oggi però questo dato viene ridimensionato dagli studiosi, i quali preferiscono parlare di una riduzione di meno del 20% della popolazione: una cifra molto elevata, ma molto più vicina alla realtà.
La peste del '48 non si abbatté ovunque con la stessa intensità, in Italia paese ad alta concentrazione urbana, la mortalità fu superiore al dato medio europeo, mentre risultò scarsa in Europa orientale, se non addirittura nulla, come del resto anche in Polonia. In una stessa regione, poi, la peste fece più vittime in città, dove la densità degli uomini era massima e più forte la concentrazione di topi, rispetto alle campagne.
Allo stesso modo, l'epidemia non colpì tutti gli uomini allo stesso modo, la resistenza fisica, il tipo di nutrizione, le condizioni igieniche risultarono determinanti. Determinante allo stesso modo fu la condizione sociale: la mortalità risultò assai maggiore tra i ceti popolari, i quali vivevano in condizioni di igiene precarie e non potevano a differenza dei ceti dirigenti, cercare scampo in luoghi più salubri.

Crisi e ripresa demografica.
Quando questa forte epidemia ebbe fine, il vuoto demografico non venne colmato in breve tempo grazie alla forte natalità, anzi, si allargò sempre di più, a causa del ritorno di epidemie nei decenni successivi.
Così la popolazione europea continuava a diminuire, toccando il suo livello più basso all'inizio del Quattrocento e mantenendo una costanza tale fino alla metà di quello stesso secolo.
In Spagna e in Asia Minore, la mortalità fu inferiore e ne trasse vantaggi per un'adeguata base demografica per il periodo più splendido della Spagna asburgica e dell'impero ottomano.
Dal XV secolo e per gran parte del XVI secolo, la popolazione tornò ad aumentare in modo costante e significativo, grazie ance al cessare delle epidemie e grazie anche allo sviluppo dell'economia.
Sta di fatto che, nel primo Cinquecento, l'Europa recuperò il terreno perduto, toccando le soglie di circa 80 milioni di abitanti, di poco superiore a quello che contava all'inizio del Trecento, prima della "peste nera".

La ristrutturazione dell'economia. Le nuove frontiere del grande commercio.


La tendenza di prezzi e salari
. La grande crisi demografica avvenuta con la peste del 1348, produsse effetti rilevanti e contraddittori sull'economia europea.
A partire della seconda metà del Trecento, ci fu la tendenza dei prezzi al ribasso dei cereali e contemporaneamente la tendenza all'aumento dei salari.
Questa diminuzione dei prezzi e aumento di salari, si spiga con la stessa causa, cioè la riduzione della popolazione. Infatti il calo demografico, significò diminuzione di consumi, con conseguente ribasso dei prezzi; ma significò anche diminuzione di forza lavoro e quindi maggior potere e salari più alti per i braccianti e per i lavoratori delle botteghe artigiane.
Questa trasformazione portò a un calo della produzione e una contrazione degli scambi, anche se, nel caso del Trecento e della prima metà del Quattrocento, i due fenomeni non costituiscono la prova di una situazione economica difficile.
Con questo, infatti, l'aumento dei salari, pose i ceti popolari in una condizione più favorevole, potendo migliorare il loro tenore di vita rispetto al recente passato. Il rapporto tra produzione e consumo risultava più equilibrato rispetto a quanto era accaduto nell'Europa sovrappopolata del Trecento: lo dimostra l'incremento della domanda di carne, frutta e vino, che a differenza dei cereali, aumentarono di prezzo.

L'agricoltura. L'espansione del mercato di carne, frutta e vino spiega un altro dei fenomeni di questo periodo: l'estendersi delle colture specializzate (vino, alberi da frutta, canapa, gelso, lino) e,soprattutto dell'allevamento (bovini e ovini). Infatti i proprietari preferivano introdurre attività più redditizie, espellendo i contadini delle terre non più destinate alla coltivazione dei cereali.


L'industria.
Molto importante fu anche l'aspetto del settore trainante della produzione industriale dell'epoca, cioè quello tessile. Infatti la produzione dei panni più pregiati cambiò notevolmente, conobbe un'espansione la produzione dei panni a buon mercato, come il fustagno, questo significa che la domanda dei panni comuni era in ascesa e che i ceti popolari potevano permettersi di acquistare capi di abbigliamento.
Quindi dal caso dell'industria tessile possiamo dedurre che, secondo l'economia tre-quattrocentesca non era entrata in una fese di recessione, ma in un periodo di vigorosa ristrutturazione , che determinò crolli di certi settori, compensati però dal decollo di altri.

I commerci.
Questa riorganizzazione dell'economia, coinvolse anche i commerci a lunga distanza, il Mediterraneo restava sempre il più attivo tra le reti commerciali d'Oriente, dominato dalle navi genovesi e veneziane. Nuovi itinerari e nuove potenze mercantili si affermavano nel panorama europeo: come il commercio navale nei mari settentrionali, monopolizzato dai mercanti dell'Hansa (lega di 70 città tedesche settentrionali), si sviluppò così anche il ruolo commerciale dell'Inghilterra e dell'Olanda.

La formazione di una mentalità "capitalista".

Marcanti e imprenditori. Una delle novità più rilevanti dell'economia trecentesca e soprattutto quattrocentesca è il sorgere di una mentalità già definibile come "capitalista".
Infatti il mercante medievale non viaggiava più con i suoi beni per il mondo, ne sorvegliava i magazzini in attesa dell'arrivo delle imbarcazioni, divenne un uomo d'affari, che curava i suoi interessi da lontano e agiva per via finanziaria, questo significò un'evoluzione e la diffusione di nuove tecniche bancarie e commerciali.

Anche nei grandi centri urbani non esisteva più la tradizionale bottega artigiana, questa organizzazione si riscontrava ormai solo in alcuni settori, di modesto impegno ( alimentazione, abbigliamento oppure oreficeria). In altri settori, come quello tessile era stata formata come una specie di grande "industria", diretta da un mercante-imprenditore, nella quale vi era impiegata una numerosa manodopera specializzata, che svolgeva mansioni differenziate.

La produzione industriale.
Nonostante la "grande industria" tessile presentava alcuni tratti dell'impresa capitalistica, risulta ancora lontana dal modello di "fabbrica", la quale si affermò più tardi, cioè dopo la rivoluzione industriale ( fine settecento, inizio ottocento).
L'industria tardomedievale infatti, era basata sul lavoro a domicilio di contadini o semplici salariati, i loro laboratori riunivano poche persone e pochi telai; se si serviva di mulini ad acqua per la follatura (procedimento con il quale si passavano i tessuti allo scopo di renderli più morbidi) dei panni, lo faceva per modeste quantità di prodotto.
Non possiamo dire che il mercante-imprenditore medievale assomigliasse ad un manager che dirige e sorveglia, ma bensì era un mercante che si procurava la materia prima, distribuiva ordini tra i vari artigiani e vendeva in bottega i panni finiti.



La società: le rivolte degli "esclusi".

Sollevazioni popolari contro i privilegi. Tra il XIV e il XV secolo sia nelle città che nelle campagne, nacquero delle sollevazioni popolari, rivolte di origine e di finalità molto diverse tra loro, ma accumulabili dallo stesso profilo politico e sociale, in quanto era l'espressione di un disagio nei confronti dei ceti privilegiati, cioè verso la nobiltà rurale o le oligarchie mercantili o le altre gerarchie ecclesiastiche; oppure nei confronti dello Stato, colpevole di imporre tasse sempre più onerose al fine di finanziare le guerre e di mantenere un apparato burocratico sempre più complesso.

La prima rivolta più importante fu la cosiddetta Jacqerie, la quale infiammò le campagne parigine nel 1358, durante la prima fase dalla guerra dei Cent'anni. Questa rivolta provocò uno stato di malcontento tra i ceti rurali nei confronti dei signori, i quali cercavano di rifarsi del calo dei prezzi dei cereali esigendo di più dai loro contadini.
I rivoltosi assaltarono e incendiarono numerosi castelli, creando una repressione della monarchia francese.
Un'altra importante sommossa contadina scoppiò in Inghilterra nel 1381, la quale aveva come causa il rifiuto della poll-tax, un'imposta introdotta l'anno prima che si doveva pagare per testa, cioè da parte di ogni cittadino, indipendentemente dalle sue condizioni.
Si verificarono altre rivolte dei ceti subalterni, verso la fine del Trecento e per tutto il Quattrocento, in ambito urbano.
Il caso più conosciuto fu il Tumulto dei ciompi (1378), fu la ribellione dei lavoranti dell'Arte della Lana fiorentini, che si ribellarono allo strapotere della ricca borghesia cittadina, rappresentata dalle sette Arti Maggiori.

Il tumulto dei ciompi.

Nel corso del Due-Trecento, Firenze chiamò entro le sue mura, migliaia e migliaia di operai, il settore predominante era quello della lana, il quale però stava conoscendo un periodo di crisi della domanda e un calo di produzione. Questa crisi mutò ben presto in una sommossa. La rivolta del 1378 ebbe come causa primaria prevalentemente ragioni politiche, infatti la richiesta dei ciompi, non era un aumento del salario, ma il diritto di associazione.
In poche parole una volta raggiunta una posizione di forza all'interno del governo del Comune, essi chiesero e ottennero che alle sette Arti Maggiori e alle quattordici Minori fossero aggiunte tre arti nuove, dette del popolo minuto o del popolo di Dio, fra le quali anche quella degli operai dell'Arte della Lana.
La "dittatura" dei ciompi durò meno di due mesi, la reazione successiva portò all'instaurazione di un regime sempre più chiuso e meno democratico, dominato da un gruppo di famiglie appartenenti al ceto nobiliare e mercantile, proprio da questa oligarchia emerse, nel corso del Quattrocento, la signoria dei Medici.

Registrati via email