Vita a Sparta

La vita nella «polis» di Sparta fu dunque dura, difficile, in un’atmosfera di timore.
Mentre nelle altre «poleis» la rinascita si rifletteva in benessere esteso a strati sempre più vasti della popolazione, e si manifestava anche nella raffinatezza dei gusti e nello sviluppo della cultura, a Sparta si viveva in modo semplice, rozzo. Per molto tempo fra le leggi di Sparta fu quella che vietava l’ingresso nella «polis» ad ospiti stranieri, per timore che costoro, recando usi e costumi forestieri, corrompessero la severità spartana.
Così gli Spartani restarono a lungo i più ignoranti fra i Greci: per essi scrivere racconti o poesie, dipingere, erano attività effeminate, che distoglievano l'uomo dall’azione, dalla attività militare. Fra le pochissime opere della letteratura greca che finirono per accettare, ammirarono soprattutto l’Iliade, che è un poema di guerra; in campo musicale ammisero solo inni di battaglia ed una strana, stridula musica con la quale si accompagnavano le truppe in combattimento.
A questo concetto della vita venivano educate le generazioni di giovani. I bambini, appena nati, erano presentati al padre, il quale li esaminava attentamente: se presentavano difetti fisici, o erano troppo gracili, venivano abbandonati a morte sicura sul monte Taigeto. I bambini robusti venivano invece affidati alle madri, anche esse depositarie del concetto spartano della vita. Infatti le bambine spartane erano addestrate a sopportare freddo, fame, a non abbandonarsi alla vanità, a compiere rudi esercizi fisici insieme con i maschi. Una volta madri, queste donne educavano i figli alla stessa scuola alla quale erano state.
I piccoli Spartani restavano con le madri sino al settimo anno di età, poi la loro educazione passava allo stato.

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