Roma – Nerone

Quando divenne imperatore Nerone, aveva 17 anni; era rosso di capelli e pareva mansueto. Sua madre Agrippina gli pose accanto, come consiglieri, il filosofo Seneca ed il generale Burro, due intelligenti persone, che cercarono di guidare Nerone ad amministrare l’impero secondo la linea di Claudio.
Ma ben presto Nerone rivelò un carattere stravagante, che ricordava quello dello zio Caligola. Fece uccidere Britannico, per paura che gli portasse via il trono, fece uccidere sua madre che gli vietava di divorziare da Ottavia per sposare Poppea, poi, in un accesso di follia, uccise anche Poppea. Per liberarsi di Seneca, Nerone colse il pretesto di una congiura (la «congiura dei Pisoni») e costrinse al suicidio, oltre che Seneca, il poeta Lucano, lo scrittore Petronio.
Rimasto libero di darsi alla pazza gioia, Nerone sperperò somme favolose per farsi costruire, sui ruderi della città che in parte era stata distrutta da un incendio, una dimora sontuosa, la «Domus aurea». Contemporaneamente si dava alle sue più grandi passioni, quella di cantare in pubblico e di esibirsi sulle scene. Istituì le feste neroniane in cui cantava per il popolo, fece poi una «tournée» in Grecia, dove ricevette molti applausi, in cambio dei quali proclamò i Greci liberi!
Le follie di Nerone danneggiarono l'impero non solo dal punto di vista economico. I pochi uomini capaci venivano fatti eliminare dall’imperatore, per invidia. La sorte toccata a Seneca toccò ad esempio a Corbulone, un valente generale che era riuscito a ricacciare oltre i confini dell’impero i Parti, una popolazione orientale assai bellicosa.
Si ebbe poi la ribellione di molti soldati in varie zone dell’impero, in quanto gli sperperi di Nerone avevano talmente vuotato le casse dello Stato che non era più possibile pagare regolarmente gli stipendi alle truppe. La ribellione si estese a Roma e Nerone si dette alla fuga, inseguito dai pretoriani. Per non essere catturato si fece uccidere da uno schiavo. Pare che prima dì morire abbia detto «Quale grande artista sta morendo!» (68 a.C.).

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