Storia della tragedia del Vajont

Una montagna di fango e pietre distrusse il mondo, la storia, le vite della gente dei paesi devastati dalla costruzione della diga del Vajont.

I lavori di costruzione della diga cominciarono nel 1957 furono consultati i migliori specialisti internazionali per valutare i problemi di stabilità della roccia.

In questo primo studio non si rivelarono problemi anche se la conclusione fu che la riserva idrica poteva causare frane.

Ma nel 1959 il geologo Edoardo Semenza scoprì in una ricognizione sul campo la presenza, nel versante sinistro, di evidenti pericoli, ipotizzando la possibilità' di una frana.

Mentre le ispezioni geofisiche del geologo prof. Pietro Caloi sembravano invece indicare nello studio successivo che la zona a sinistra della vallata fosse "eccezionalmente" solida.

Nel 1959 la diga fu terminata e si iniziò a riempire l'invaso, ma il 4 novembre 1960, con il livello del lago a 650 m.s.l., vi fu una frana di medie dimensioni (800.000 m³) sul versante sinistro; dopo questo evento si studiò il territorio e si proposero varie ipotesi per evitare frane ma tutte giudicate troppo costose e difficili da realizzare.

Nel 1960 ripresero gli studi geosismici e nel 1961 un modello in scala 1:200 del bacino del Vajont fu approntato e testato presso l'Università di Padova ipotizzando l'eventualità di una frana.

Fu considerato sufficiente per non dover temere né cedimenti della diga né svasi oltre la stessa da parte delle onde anomale generate, non più alte di una trentina di metri, corrispondenti a 40 milioni di m³ nel peggiore dei casi.

Ma nella realtà la frana fu di quasi 300 milioni di m³ (circa 8 volte il valore massimo previsto) e si mosse a velocità tripla di quella prevista; tutto ciò produsse un'energia cinetica di quasi 100 volte superiore al massimo previsto, e il livello dell'onda superò i 200 m sul coronamento della diga.

Nel frattempo furono impiantati dei marcatori di terreno per visualizzare i movimenti della frana.

La strategia fu lo svuotamento lento del bacino, da realizzare con molteplici manovre di diminuzione del livello, intervallate ciascuna da una pausa di alcuni giorni per dare il modo e il tempo al materiale di assestarsi nonostante il cambiamento di condizione idraulica.

Così, il movimento della frana quasi si bloccò in breve tempo, e non si sarebbe riattivata.

Dal 1961 al 1963 furono praticati numerosi invasi e svasi per limitare il più possibile le possibilità di smottamento del terreno circostante la diga.

Gli abitanti della zona denunciarono movimenti del terreno e scosse telluriche, inoltre venivano chiaramente uditi boati provenienti dalla montagna.

Alla fine dell'estate del 1963, poiché i sensori rilevarono movimenti preoccupanti della montagna, venne deciso di diminuire gradualmente l'altezza dell'invaso per cercare di evitare il distacco di una frana, e per evitare che una possibile frana potesse provocare un'onda che scavalcasse la diga.

Ma alle 22,39 del 9 ottobre 1963 si staccò dalla costa del Monte Toc una frana lunga 2 km di oltre 270 milioni di metri cubi di rocce e terra. In circa 20 secondi la frana arrivò a valle, generando una scossa sismica e riempiendo il bacino artificiale.
L'impatto con l'acqua generò tre onde: una si diresse verso l'alto, lambì le abitazioni di Casso e ricadendo sulla frana andò a scavare il bacino del laghetto di Massalezza; un'altra si diresse verso le sponde del lago e attraverso un'azione di dilavamento delle stesse distrusse alcune località in Comune di Erto e Casso e la terza ( 50 milioni di mc), scavalcò il ciglio della diga, che rimase intatta, ad eccezione del coronamento percorso dalla strada di circonvallazione che conduceva al versante sinistro del Vajont, e precipitò nella stretta valle sottostante.

I circa 25 milioni di metri cubi d'acqua che riuscirono a scavalcare l'opera raggiunsero il greto sassoso della valle del Piave e asportarono consistenti detriti che si riversarono sul settore meridionale di Longarone causando la quasi completa distruzione della cittadina e di altri nuclei limitrofi e la morte, nel complesso, di circa 2000 persone .

Alle ore 5:30 della mattina del 10 ottobre 1963 i primi militari dell'Esercito Italiano arrivarono sul luogo per portare soccorso e recuperare i morti.

Tra i militari intervenuti vi erano soprattutto Alpini, alcuni dei quali appartenenti all'arma del Genio che scavarono anche a mano per riuscire a trovare i corpi dei dispersi.

Dei circa 2000 morti, sono stati recuperati solo 1500 cadaveri, la metà dei quali non è stato possibile riconoscere.

Dal 15 al 25 marzo del 1971 a Roma si svolge il processo di Cassazione, dove viene confermato il verdetto del processo di secondo grado, ma vengono ridotte le pene a Biadene e a Sensidoni: il primo è condannato a cinque anni di reclusione, il secondo a dieci mesi, ma in seguito a Biadene verranno condonati tre anni per problemi di salute.

Esistono anche dei video e delle foto sulla tragedia del Vajont:

E' stato girato anche un film sulla tragedia del Vajont: Vajont - La digadel disonore.

Hai bisogno di aiuto in Storia per le Medie?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email