Repubblica Romana - Prima guerra con Vejo


I plebei ostacolarono fieramente il potere patrizio: i tribuni della plebe presentavano continuamente proposte di legge in favore dei plebei, esercitavano senza posa il diritto di veto. Ciò finì per bloccare tutta l’attività politica ed amministrativa. I patrizi allora tentarono di corrompere i tribuni perché non esercitassero più il diritto di veto e, in qualche caso, fecero assassinare i tribuni più animosi. Ciò provocò disordini ed ai tribuni venne concessa una prerogativa che spettava solo ai consoli e ai senatori: l'Inviolabilità.
Chiunque avesse disturbato un tribuno nell’esercizio delle sue funzioni sarebbe stato condannato a morte.
Tuttavia i disordini continuarono; quando Roma affrontò la guerra con Vejo, potente città-stato etrusca, era divisa internamente, male organizzata. La guerra così si concluse con un armistizio di 40 anni, senza vincitori né vinti.
Roma dovette contentarsi di occupare solo il territorio degli Ernici. La lunga tregua con Vejo fu necessaria, poiché la plebe appariva decisa a non collaborare se non avesse ottenuto quello che voleva.
Nel 452 a.C. venne creata una commissione di decemviri (10 uomini) per elaborare delle leggi scritte; questa commissione, presieduta da Appio Claudio, mise insieme dieci tavole di leggi che furono approvate dai comizi centuriati e affisse nel Foro. In realtà si trattava di leggi che, sostanzialmente, favorivano i patrizi; la plebe si oppose e vennero aggiunte altre due tavole, le quali però non modificavano gran che le precedenti. Restava sancito dalle XII tavole, ad esempio, il divieto di matrimonio tra patrizi e plebei.
Solo nel 446 a.C., con la legge Canuleia il divieto fu abolito. Nel 445 vennero creati nuovi magistrati, i censori, per controllare in che modo i cittadini più autorevoli avevano creato la loro ricchezza, ed ai tribuni della plebe venne concesso di sostituire i consoli, laddove il senato lo ritenesse necessario.

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