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I sentieri delle lacrime

Un buon inizio
Quando nel 1783 gli Stati uniti conquistarono l’indipendenza, i loro tre milioni e mezzo di cittadini erano concentrati sulla costa atlantica.
I duecentomila indiani, invece, divisi in ottanta tribù – ognuna con la propria lingua – occupavano l’area situata tra i monti Appalachi e il Mississippi.
Tra il 1789 e il 1830 i coloni bianchi fondarono nove Stati proprio in questa regione, inglobando i territori degli Indiani.
Si presentò allora il grande problema della convivenza delle nazioni indiane con quella americana.
Gli indiani erano proprietari delle terre su cui vivevano? Erano sovrani in quei territori? E questa sovranità non era in contrasto con quella degli Stati Uniti?
Per l’illuminato presidente George Washington ciascuna tribù doveva essere considerata una nazione. E con ciascuna tribù era necessario stipulare trattati che garantissero l’autogoverno e proteggessero i confini dalle intrusioni dei bianchi.

In cambio, gli indiani avrebbero dovuto rimanere fedeli agli Stati Uniti: si voleva evitare che Francia e Spagna trovassero in loro comodi alleati per ricacciare gli Americani verso est.

Il piano per l’integrazione
Il pensiero di Washington era ispirato dal ministro della Guerra, Henry Knox, fautore di una politica illuminata e umana, che partiva dal presupposto che gli indiani, fisicamente e mentalmente pari agli Europei, fossero i legittimi proprietari delle terre su cui vivevano.
I coloni bianchi, però, si stavano spostando in modo inarrestabile verso ovest, e avrebbero volentieri sterminato i nativi americani pur di guadagnare territori.
Come risolvere la situazione? Non certo come le guerre: sarebbero state troppo costose (specie se avessero coinvolto Francesi o Inglesi): meglio, allora, instaurare buoni rapporti con le tribù.
I progetti di Knox, però, non contemplavano la sopravvivenza delle nazioni indiane, né erano così disinteressati.
Prevedevano che gli indigeni si convertissero all’ agricoltura, perché la selvaggina sarebbe stata sempre più scarsa.
L’uomo bianco avrebbe insegnato loro la tecnica agricola, e avrebbe fornito gli attrezzi necessari, gratuitamente.
Gli indiani, in questo modo, si sarebbero convinti a vendere le terre in eccedenza: per l’agricoltura occorrevano terreni meno estesi di quelli che servivano per la caccia.
Infine, gli indiani si sarebbero convertiti al cristianesimo: in questo modo, nel giro di cinquant’anni sarebbero stati totalmente assimilati. Sarebbero divenuti cittadini americani e i loro diritti di proprietà sulle terre si sarebbero estinti: ogni famiglia indiana avrebbe conservato solo una piccola fattoria a titolo di proprietà privata.

Qualcosa va storto
In effetti, cinque delle maggiori tribù fecero progressi molto rapidi sulla via dell’ assimilazione: arrivarono, nel 1830, a possedere quasi tremila schiavi africani per la coltivazione dei campi.
Molte terre vennero cedute, come previsto, al governo federale: quest’ultimo vendeva gli appezzamenti ai coloni, e con il ricavato finanziava lo sviluppo economico delle tribù.
A un certo punto, però, qualcosa non andò per il verso giusto. Da una parte, i bianchi furono sempre più allettati dai territori degli indiani.
Dall’ altra, gli Indiani iniziarono a rifiutare di essere fagocitati dal mondo dei bianchi.
Nel 1812 all’ Ovest scoppiò la guerra. Gli Shawnee si erano alleati agli Inglesi e avevano formato, insieme ad altre tribù, una confederazione che si oppose a ogni ulteriore avanzata dei bianchi a ovest degli Appalachi. Gli Stati Uniti ebbero la meglio, e l’ostilità nei confronti degli Indiani <<traditori>>, ovviamente, crebbe. In più, con la guerra, l’industria tessile aveva conosciuto un rapido incremento: occorrevano campi di cotone, e le tribù indiane occupavano i territori più adatti a tale coltura.

Cacciati dalle terre degli antenati
Gli Indiani a poco a poco si erano resi conto che non solo l’integrazione avrebbe cancellato la loro cultura, ma anche che ben pochi Americani li avrebbero accettati come concittadini dotati degli stessi diritti. La seconda vittori sugli Inglesi, nel frattempo, aveva alimentato, tra i bianchi, la convinzione generale che gli Stati Uniti fossero stati scelti da Dio come guida del mondo intero. Erano quindi destinati a espandersi fino alle coste del Pacifico. Gli indiani, però, si rifiutarono di cedere le ultime terre.

Col crescere del fervore nazionalistico americano, crebbe anche quello degli Indiani.
I Cherokee nel 1827 affermarono la propria sovranità adottando una Costituzione, un sistema giudiziario, e un Parlamento elettivo. Una clausola della Costituzione statunitense, però, affermava l’impossibilità di creare nuovi Stati entro la giurisdizione di uno Stato. La Georgia se ne avvalse per considerare inesistente le nazioni cherokee e creek, e per invalidare i trattati che queste tribù avevano stipulato con il governo federale.
Ne nacque un conflitto tra la sovranità federale e quella statale.
La Corte Suprema degli Stati Uniti cercò di porre ordine nella controversia, affermando che la Georgia, come singolo Stato, non aveva il potere di denunciare i trattati.

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