Atene - Sistema politico


Il primo sistema politico creato in Atene fu sostanzialmente quello nel quale il potere era nella mani dei nobili, cioè dei proprietari terrieri.
Le leggi erano fatte dall’Areopàgo (una specie del nostro Senato: era un’assemblea di nobili anziani che avevano già ricoperto cariche di governo) e venivano approvate dall’Ecclesìa (assemblea di tutti gli Ateniesi, nobili e non nobili, dalla quale però erano esclusi i «teti», ossia gli operai e i contadini). Le leggi erano fatte applicare dal governo, composto da tre àrconti (l’«àrconte eponimo» era una sorta di ministro della Giustizia, l’«àrconte polemarco» una specie di ministro della Guerra, l'«àrconte basileus» una specie di ministro degli Interni), che provenivano sempre dalla classe dei nobili (o «eupatrìdi» = nati bene).
Con lo sviluppo della «polis» di Atene il sistema politico creato dai nobili non fu più sufficiente a governare la città.
Con esso il potere stava quasi tutto nelle mani dei nobili, cioè dei proprietari terrieri; ben presto i ricchi commercianti, gli artigiani, gli armatori, anche gli operai e i contadini, presero ad agitarsi ed a battersi per partecipare al governo, non più solo all’«ecclesia».
Nacque così un forte movimento democratico e nacquero vivissime discussioni sulla maniera migliore di governare la «polis»: in altre parole era nata la «politica», che significa appunto «arte di governare la polis».
Il movimento democratico Iniziò una dura lotta contro i nobili, anche con manifestazioni e tumulti: i nobili si difesero inasprendo le leggi esistenti. L’arconte Dracene emanò leggi severissime per i colpevoli di reati contro i proprietari ed istituì pene atroci per chi non pagasse i debiti.
I nobili, i proprietari terrieri, con l’aumento della ricchezza, potevano acquistare a buon mercato molti schiavi, ai quali facevano lavorare la terra senza pagarli, dando solo vitto e alloggio. Non avevano, perciò, più bisogno dei contadini liberi, ai quali andava pagato il salario, e li licenziavano. Costoro restavano cosi disoccupati e poveri. Inoltre i nobili che possedevano un maggior numero di schiavi potevano produrre a prezzi di concorrenza, poiché non dovevano pagare i lavoratori; ciò danneggiava i contadini che producevano in proprio e li costringeva, per tirare avanti, a fare debiti con i padroni più ricchi. Se non riuscivano a pagare i debiti perdevano la loro terra e addirittura se stessi, in quanto il creditore aveva il diritto di trasformarli in schiavi.

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