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Dal wilsonismo alla politica conservatrice di Harding

All'inizio degli anni Venti del Novecento, mentre l'Europa stava attraversando una critica condizione politica, economica e sociale, gli Stati Uniti si affermarono progressivamente come guida del mondo capitalistico, occupando così il posto della Gran Bretagna.
Il presidente americano Wilson tentò di consolidare il ruolo di egemonia degli Stati Uniti in ambito internazionale, attuando una politica democratica, basata sui principi dell'autodeterminazione dei popoli, del liberismo economico e del rispetto delle nazionalità, al fine di fondare una comunità mondiale su basi pacifiche. Tale teoria, detta "wilsonismo", espressa nei Quattordici punti nel 1918, non fu accettata dall'opinione pubblica americana, poiché implicava una piena adesione alla Società delle Nazioni e l'assunzione di responsabilità di fronte a numerose controversie, scaturite dalla guerra.

Con le elezioni del 1920, che si svolsero a suffragio universale (per la prima volta poterono partecipare anche le donne) fu nominato presidente il repubblicano Harding, fautore di una politica isolazionista e conservatrice, che favoriva le classi più agiate.
Il governo repubblicano adottò un isolazionismo politico ed economico, ovvero un orientamento in base al quale un paese non stipula alleanze internazionali permanenti per evitare di essere coinvolto in conflitti tra altri stati e non favorisce il commercio internazionale. Infatti, gli Stati Uniti rifiutarono di prendere parte alla Società delle Nazioni e agli affari europei, inoltre furono imposte delle misure protezionistiche e alte tariffe doganali per difendere i prodotti nazionali e favorire lo sviluppo industriale nazionale.

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