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L'unità d'Italia

Unità Italia: L'Italia dopo le rivoluzione del 48 fu segnata dall'arresto di ogni spirito riformatore a cui conseguì un arresto economico e politico. In quasi tutti gli Stati (Lombardo Veneto, Granducato Toscana, ducato Modena e Parma, Stato Pontifico, Regno 2 Sicilie) furono restaurati i vecchi sistemi assolutistici a opera di Austriaci, Borboni, Papa a discapito dell'evoluzione industriale il che portò a un'arretratezza dell'istruzione e delle opere pubbliche. Diversa era la situazione in Piemonte dove sopravvisse la costituzione dello Statuto Albertino. Dopo la guerra con l'Austria il Piemonte dovette pagare una grande indennità di guerra, senza subire mutilazioni territoriali ma la Camera rifiutò dapprima di approvare questa risoluzione. La corona e il governo, presieduto da Massimo d'Azeglio, sciolsero la camera e invitarono gli elettori a nominarne un'altra più moderata: così fu e la pace con gli Austriaci fu accettata. D'Azeglio portò così avanti l'opera di modernizzazione dello Stato già avviata negli ultimi anni di Carlo Alberto, riordinando per esempio i rapporti tra stato e chiesa. Emerse nella maggioranza liberal-moderata la figura del conte Camillo Benso di Cavour, aristocratico uomo d'affari, diretto de "Il Risorgimento". Era imbevuto di ideali conservatori, di un'intraprendenza borghese e di un liberalismo moderato, lontano dai democratici ottocenteschi. Secondo lui la tendenza verso un maggior allargamento delle basi dello Stato doveva essere attuata con gradualità e incanalata in un sistema monarchico costituzionale fondato sulla libertà individuale e sulla proprietà privata. Cavour fece parte del governo D'Azeglio nel 1850 e divenne ministro dell'Agricoltura. Quando il presidente si dimise per contrasti col re Cavour fu incaricato di formare il nuovo governo, creando un accordo tra l'ala della maggioranza progressista e i moderati di sinistra, formando così un "centro" (con il cosiddetto connubio) che relegava all'opposizione le due ali più radicali: i clericali conservatori e i democratici più intransigenti. Fece propria la politica antiaustriaca e fece in modo che la vita del Governo dipendesse si dalla fiducia del sovrano, ma anche dalla maggioranza in parlamento. Come presidente del consiglio sviluppò l'economia italiana in modo da integrarla in un contesto europeo: assunse una linea liberoscambista (trattati con Francia, Belgio, Austria e G.B.), abolì i dazi, e eliminò le barriere doganali. Fece progredire anche le opere pubbliche come strade, canali, porti (Genova) e soprattutto ferrovie che stimolarono la crescita dell'industria siderurgica e meccanica. Si sviluppò anche l'industria della seta, un sistema di banche, di collegamenti con l'Europa (frejus) e il commercio con l'estero che portò il Piemonte all'avanguardia. Inoltre molti esuli politici si stabilirono in Piemonte dando un importante spinta alla vita intellettuale dello Stato. Nei primi anni del suo governo Cavour mirava non all'unità d'Italia ma all'allargamento del Piemonte verso il nord a scapito dei domini austriaci. Prima prerogativa fu avvicinare il Piemonte all'Europa più moderna, trasformandolo in potenza Europea. In questa direzione nel 1855 il Piemonte si unì alla Francia e all'Inghilterra nella guerra contro la Russia (18.000 uomini al comando di La Marmora in Crimea) e ottenne così la partecipazione alla conferenza di Parigi nel 1856 portando la questione italiana: Cavour protestò contro la presenza austriaca nelle zone pontefice e si lamentò del malgoverno dello stato della chiesa e delle due Sicilie causa tensioni rivoluzionarie perenni, che potevano intaccare l'equilibrio europeo. Questo congresso fu però avaro di risultati. Era così necessario sia mantenere viva la fiamma patriottica sia assicurarsi l'alleanza dell'unica potenza Europea interessata al cambiamento dello status quo: la Francia di Napoleone III con la quale, grazie all'attentato all'imperatore di un mazziniano, Orsini, Cavour riuscì a allearsi nel 1858. Gli accordi prevedevano una nuova spartizione Italiana: un regno settentrionale comprendete Piemonte, Lombardo Veneto e Emilia Romagna, sotto la casa Sabauda (in cambio di Nizza e Savoia), un regno centrale formato dalla Toscana e dalle province pontificie e un regno meridionale coincidente con le 2 Sicilie liberate però dalla dinastia borbonica. Al papa sarebbe stata offerta la presidenza della Confederazione Italiana. Dietro questi progetti stavano 2 diverse ambizioni. Quella di Napoleone che mirava a assoggettare l'Italia e quella di Cavour che, pur mostrandosi accondiscendete, contava sulla forza d'attrazione del Piemonte rispetto agli altri stati italiani. Il governo piemontese cercò di far salire la tensione degli austriaci, muovendo masse di soldati al confine, armando corpi volontari. Furono così gli austriaci a creare il casus belli, intimando il ritiro delle truppe dal confine nel 1859. Cavour respinse l'ultimatum e scoppiò così la guerra: gli austriaci furono sconfitti a Montebello e mentre Garibaldi combatteva nel Nord della Lombardia il grosso dell'esercito Franco piemontese sconfisse gli austriaci a Magenta: furono respinti due attacchi austriaci sanguinosissimi a San Martino e Solferino. Napoleone decise di interrompere gli scontri a causa della pressione pubblica francese, impressionata dai costi umani e finanziari della guerra, della possibilità di un intervento della confederazione germanica a fianco dell'Austria, e di firmare l'armistizio a Villafranca: gli austriaci rinunciavano alla Lombardia (che sarebbe stata girata all'Italia) mantenendo però il veneto. L'armistizio colse di sorpresa lo stesso Cavour che si dimise per La marmora. A questo seguirono numerosi moti a Firenze, Modena, Parma, Stato della Chiesa tutti saldamente controllati. Cavour, tornato al governo nel 1860, negoziò come pattuito Nizza e Savoia in cambio del consenso francese per le annessioni nell'Italia centrale: Emilia Romagna e Toscana con il plebiscito decisero di annettersi. Lo stato sabaudo divenne così Stato nazionale: ciò accontentava i moderati e Cavour ma non i democratici pronti a rilanciare l'iniziativa nel Mezzogiorno e in particolare la Sicilia, in lotta con il governo napoletano. Crispi e Pilo, due mazziniani, cercarono di creare una rivolta locale prima dello sbarco dei volontari e di garantirsi un'efficiente guida politica e qualche appoggio piemontese. Nel 1860 un'insurrezione popolare scoppiò a Palermo: Pilo si precipitò in Sicilia per capitanare il moto, represso duramente e Crispi cercò di convincere Garibaldi ad assumere la guida della spedizione. Garibaldi era capo militare prestigioso, unico capace di unire sotto di se i vari schieramenti democratici (radicali e filocavouriani). Era repubblicano convinto, con qualche inclinazione socialista, si era allontanato da Mazzini per una realistica valutazione sulle possibilità di successo del Partito d'azione. Aveva così collaborato con la monarchia sabauda. Cavuor, temendo complicazioni internazionale e un rilancio dei mazziniani, era avverso alla spedizione ma non fece nulla di concreto per impedirla mentre Vittorio Emanuele II guardava con favore Garibaldi. La spedizione fu preparata in fretta e con scarso finanziamento: tra il 5 e il 6 maggio del 1860 poco più di mille volontari provenienti prevalentemente dal nord e di varia estrazione sociale, molti dei quali veterani del 48 e del 59, si imbarcarono a Quarto (GE) e sbarcarono a Marsala, accolti con entusiasmo dalla popolazione. Poco dopo, aiutate da pochi insorti siciliani, entrarono in contatto con un contingente dei borboni e lo sconfissero, seppur in inferiorità numerica: galvanizzati arrivarono a Palermo, che insorse, facendo scappare il governo borbonico e dichiarando la dittatura in nome di Vittorio Emanuele II. Intanto 15.000 volontari giunsero in Sicilia e sconfissero le ultime resistenze borboniche a Milazzo. Questa impresa fu vista con simpatia dall'opinione pubblica europea e costrinse Cavour a cambiare strategia: da un lato egli voleva agevolarne l'esito (Favorendo armi e volontari in Sicilia), dall'altro tentò di bloccarne gli sviluppi con un movimento di opinione pubblica favorevole all'annessione al Piemonte, che fallì di fronte alla fermezza di Garibaldi. In Sicilia intanto i contadini vedevano la possibilità di abbandonare la situazione di sfruttamento semifeudale che gli opprimeva ma questo elemento non era preso in considerazione da Garibaldi che mirava alla costituzione di un esercito che potesse concludere la lotta con i borboni: la circoscrizione obbligatoria cozzò contro l'ostilità dei siciliani e molti contadini insorti furono giustiziati (a Bronte per opera di Nino Bixio). Poco dopo Garibaldi risalì la Calabria e conquistò anche Napoli nella quale Cavour aveva tentato invano di instaurare un movimento anessionista. Napoli divenne base dei democratici che puntavano ora allo Stato Pontificio il quale, se attaccato, avrebbe provocato la reazione francese mettendo in discussione l'assetto dello stesso regno sabaudo. A Cavour, con l'assenso di Napoleone III, non restava che l'intervento militare: impegnandosi a non minacciare il Lazio l'esercito sabaudo sconfisse le truppe pontefice mentre Garibaldi batteva i borbonici a Volturno; Cavour, emanata una legge che permetteva l'annessione di tutti gli stati che esprimessero il consenso tramite plebiscito, ottenne la Sicilia le marche e l'Umbria con una schiacciante maggioranza. Garibaldi attese i piemontesi a Teano e si ritirò poi a Caprera. Il 17 marzo 1861 il primo parlamento nazionale eletto secondo la legge censitaria piemontese proclamava Vittorio Emanuele II re d'Italia. L'unificazione di Italia fu quindi un processo dall'alto ma anche dal basso poiché coinvolse, con un ampio moto d'opinione pubblica, anche gli strati inferiori. Mancavano però all'unità completa il Veneto, il Trentino, Roma e il Lazio; destra e sinistra erano d’accordo sulla necessità del completamento ma mentre la destra promuoveva tempi più lunghi e vie diplomatiche per favorire l'inserimento dell'Italia in un contesto europeo, la sinistra restava fedele all'idea della guerra popolare. Il problema era però rappresentato sia dalla presenza del papa, difeso ancora dai francesi sicuri alleati, sia dalla grande percentuale di cattolici (99%), sia dal fatto che gli ecclesiastici erano punto di riferimento per campagne e istruzione. Cavour cercò di assicurare al papa e al clero piena libertà di esercitare il proprio magistero in cambio della rinuncia del potere temporale (libera chiesa in libero stato), ma queste richieste si scontrarono con l'intransigenza di Pio IX: così, ripresa l'iniziativa i democratici, nel 62 Garibaldi tornò in Sicilia e rilanciò il progetto di una spedizione nello Stato pontifico. Napoleone III fece capire di essere deciso ad impedire con la forza un attacco a Roma e così il Re dovette sconfessare Garibaldi dichiarando lo stato d'assedio in tutto il Mezzogiorno. Così nel '62 vi fu uno scontro sull'Aspromonte tra reparti regolari e volontari Garibaldini dove lo stesso Garibaldi rimase ferito e venne arrestato. Lo stato italiano, per ricucire i rapporti con Napoleone, promise di non minacciare i confini pontifici in cambio del ritiro delle truppe francesi dal Lazio: venne inoltre spostata la capitale da Torino a Firenze. Intanto Bismarck nel 1866 propose un alleanza contro l'impero Asburgico: nonostante le clamorose sconfitte a Custoza e a Lissa (per mare)l' Italia ottenne il Veneto ma non il trentino e la Venezia Giulia. Dopo questo conflitto Mazzini intensificò la propaganda per una rifondazione repubblicana dello stato mentre Garibaldi riprogettò la spedizione a Roma, inserendo in essa l'apporto dei volontari che si radunarono in Toscana nel 67 che avrebbero dovuto appoggiarsi a un'insurrezione romana, che avrebbe giustificato il colpo, evitando l'intervento francese. Ancora una volta però i garibaldini ebbero la peggio, sconfitti dalle truppe pontefice a cui erano accorse in appoggio truppe francesi. In seguito (1870) dopo la battaglia di Sedan (guerra franco prussiana) il governo non sentendosi più vincolato ai patti sottoscritti con la Francia mandò un corpo diplomatico e uno militare a negoziare col Papa che, benché isolato, rifiutò ogni accordo: nello stesso anno le truppe italiane aprirono una breccia a Porta pia e entrarono nella città, accolte festosamente dalla popolazione che poco dopo sancì con un plebiscito l'annessione di Roma e Lazio. Fu così trasferita la capitale da Firenze a Roma dopo aver stabilito la legge delle guarentigie (Garanzie) secondo la quale l'Italia si impegnava a garantire le condizioni per il libero svolgimento del magistero spirituale (secondo il progetto precedente di Cavour), a riconoscere il papa come un capo di Stato, a mantenere annualmente la corte papale(rifiutata dal papa). La legge attuava il principio della libertà della chiesa che, liberata dal potere temporale, ne guadagnò in credibilità e dinamicità. Il papa rimase però contrario alla politica italiana e invitò tutti i fedeli tramite il non expedit (1874) ad astenersi da ogni partecipazione alla vita politica dello Stato e in seguito compilò "il Sillabo" che conteneva un elenco di tutti gli errori ideologici del mondo moderno.

Guerra di Crimea: la politica aggressiva del neo imperatore Napoleone III si manifestò nella guerra di Crimea nel 1853/1854 quando la Russia che aspirava ad espandersi verso il Mar Nero attaccò l'impero ottomano al quale accorsero in difesa Inghilterra e Francia, interessata a una presenza nel Mediterraneo, mentre l'alleato storico della Russia, l'Austria, rimase neutrale. La guerra si risolse con l'assedio di Sebastopoli che cadde nel 1855. Ne seguì un congresso a Parigi nel quale l'impero ottomano vide garantita la sua integrità e la Francia non ottenne nulla di concreto.

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