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I problemi dell’unità d'Italia

All‘indomani dell’unificazione la popolazione italiana ammontava a 22 milioni di abitanti. Il 78% dei cittadini era analfabeta, il 28% dei giovani risultava inabile alla visita di leva, era diffusa la malaria e frequenti erano le epidemie di colera. Pressoché inesistente era il sistema fognario e del tutto insufficienti, a paragone di altri paesi europei, erano la rete stradale, quella ferroviaria e telegrafica. Solo Torino, Genova e Milano avevano attività produttive importanti, ma il 70% della popolazione attiva era occupato nell’agricoltura.
In questo settore, peraltro non favorito dalle caratteristiche geografiche del nostro paese, solo il Piemonte e la Pianura Padana avevano grandi aziende agricole moderne organizzate in modo capitalistico, mentre in Italia centrale era diffusa la mezzadria che, se da una parte salvaguardò il territorio, dall’altra espose i mezzadri ai ricatti dei proprietari e, per l’esiguità dei poderi, non fu in grado di garantire una produzione competitiva. Disastrosa era la condizione del mezzogiorno e delle isole dove dominava il latifondo. Vigevano contratti agrari di origine medioevale, i contadini dipendevano strettamente dai proprietari o dai loro indenti ed era diffuso il bracciantato a giornata. Le popolazioni meridionali erano colpite dalle malattie legate alla denutrizione, le loro condizioni culturali erano molto arretrate. Per di più la classe dirigente dell’Italia unita non conosceva questo stato di cose.

Quanto fosse esplosiva la condizione del Sud divenne chiaro con l’aggravarsi del fenomeno del brigantaggio che diede luogo a una vera e proprio guerra civile. I soldati garibaldini e i liberali avevano già sperimentato l’ostilità armata delle plebi meridionali, sostenuta dall’aristocrazia borbonica e da gran parte del clero, alle quali si erano aggiunti elementi dell’ex esercito borbonico e alcuni briganti. E, ancora prima, la Repubblica partenopea del 1799 era stata sconfitta dalle bande di briganti assoldate dal cardinale Ruffo di Calabria. Con l’unità, il fenomeno del brigantaggio assunse dimensioni impressionanti anche perché il nuovo governo indisse la leva di massa alla quale due terzi dei giovani meridionali si sottrasse dandosi alla macchia e diventando così fuorilegge. Contro queste bande, che contavano almeno 20.000 uomini a cavallo, il governo italiano intervenne verso la fine del 1861 inviando 100.000 soldati. Oltre ad essere impreparati dal punto di vista tecnico, i militari dovettero fare i conti con il sostegno dato agli insorti da parte delle numerose amministrazioni locali filoborboniche, del clero e della popolazione oltre che dei contadini. I briganti godevano dell’appoggio di diverse categorie sociali e soprattutto dei latifondisti privati dallo Stato dell’appalto delle tasse.
La guerra durò quattro anni. Essa, dunque, nata dalla disperazione dei contadini che non avevano ottenuto una riforma agraria, fu anche un “guerra civile antiunitaria”. Fu proclamato lo stato d’emergenza, furono varate leggi eccezionali e il Meridione fu posto in stato d’assedio: alle efferatezze dei briganti militari risposero con brutalità. Nel 1865 il cosiddetto “grande brigantaggio” fu sconfitto, ma la sconfitta morale ricadde sullo Stato italiano.
Le conseguenze di questa guerra furono gravi perché produssero nelle popolazioni meridionali una profonda sfiducia verso lo Stato, i cui provvedimenti (tasse, leva e altro) furono considerati ingiusti e repressivi. Per altri verso il ricorso a leggi eccezionali diede a esercito e polizia la facoltà di intervenire in modo analogo anche in occasioni di scioperi o di manifestazioni di piazza. Si approfondì il solco tra Paese legale, cioè la classe politica e Paese reale, cioè i singoli cittadini con i loro bisogni, i loro diritti e le loro volontà. Di fatto il Risorgimento non era concluso, bisognava vincere l’analfabetismo, costruire industrie, razionalizzare l’agricoltura e migliorare le condizioni di vita della popolazione. All’Italia unita mancavano inoltre il Veneto e Roma.
La Questione romana si presentava molto complessa. Occorreva risolvere diversi problemi: il potere dello Stato rispetto alla Chiesa, la legittimità o meno del potere temporale del papato, il privilegio della Chiesa di non pagare le tasse, l’esclusione dalle università e dalle carriere pubbliche dei non cattolici. Cavour, che era morto nel giugno 1861, aveva affermato con la formula “libera Chiesa in libero Stato” la netta separazione tra Stato e Chiesa, ma nel 1860 lo Stato della Chiesa era stato invaso. Dopo inutili tentativi condotti dalla Francia e Pio IX, nel 1862 il capo del governo Rattazzi incoraggiò Garibaldi a liberare Roma con una spedizione di volontari, ma le minacce di Napoleone III indussero il governo italiano a fermare il condottiero.
Nel 1864 la capitale fu significativamente spostata da Torino a Firenze e ciò provocò in Piemonte una violenta reazione con morti e feriti; e nello stesso anno Pio IX pubblicò il Syllabus errorum, un documento nel quale si condannavano gli errori della modernità: il socialismo, le società segrete, le teorie liberali relative alla separazione del potere temporale da quella spirituale, la libertà di religione e di stampa.
La guerra franco - prussiana segnò la fine del potere temporale del papato. Il governo italiano infatti, libero dal timore di un intervento francese (visto che erano impegnati nella guerra contro la Prussia), ordinò alle sue truppe di impadronirsi di Roma, cosa che avvenne il 10 settembre. Un plebiscito della popolazione romana confermò l’annessione al Regno d’Italia. Con la legge delle guarentigie il Parlamento italiano definì una serie di provvedimenti volti a tutelare l’autonomia della Chiesa in campo spirituale, a garantirle la sovranità su alcuni beni e i risarcimenti di danaro. Nacque lo Stato Vaticano.
Pio IX non accettò questa legge, scomunicò i Savoia e proibì ai cattolici italiani di votare o essere votati creando così nel giovane Stato una gravissima frattura fra laici e cattolici.

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