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L’Unità d’Italia

La repressione fu forte in Lombardia e nel Veneto, nello Stato pontificio e nel Regno delle due Sicilie dove i Borboni giunsero a bloccare ogni attività, comprese le opere pubbliche in corso, nel timore che qualsiasi movimento in direzione del progresso potesse portare alla rivoluzione. Solo il Piemonte mantenne in vigore lo Statuto e indisse le elezioni per formare il nuovo Parlamento. Vittorio Emanuele II doveva fare i conti con un’opinione pubblica generalmente ostile. Tuttavia, poiché la camera si rifiutava di ratificare l’armistizio con l’Austria, emanò il proclama di Moncalieri con il quale minacciava di abolire lo Statuto qualora il Parlamento non adottasse una politica più moderata. I democratici, di fronte a questo pericolo, abbandonarono Mazzini. Intanto Massimo D’Azeglio, a capo del governo, creava con grande abilità l’immagine del “re galantuomo”, cioè di colui che aveva saputo concludere con l’Austria una pace onorevole e conservato la libertà costituzionali, attirando consensi nei confronti della monarchia sabauda.

In effetti le nuove insurrezioni organizzate da Mazzini e dal Partito d’Azione (che dal 1848 aveva sostituito la Giovine Italia) in Lombardia, in Toscana e nel Nord erano fallite miseramente. Ciò spinse Mazzini a tentare una nuova strada, cioè a permettere una spedizione nel Meridione guidata da Carlo Pisacane. Quest’ultimo sosteneva la possibilità di coinvolgere nella lotta i contadini, i quali avrebbero potuto far parte di un esercito regolare di volontari ottenendo, come contropartita, una legge agraria. Purtroppo anche la spedizione di Pisacane si concluse tragicamente. Dopo quest’ultimo fallimento la popolarità di Mazzini crollò. L’abbondono che più danneggiò il Partito d’Azione fu quello di Garibaldi, il quale aderì ad una nuova organizzazione, la Società Nazionale, la quale si proponeva come scopo la liberazione dell'Italia sotto la guida dei Savoia.
I consensi alla monarchia sabauda erano dovuti anche al consolidamento del regime liberale attuato dal governo D’Azeglio. Esso rafforzò il ruolo centrare del parlamento, garantì l’autogoverno locale e modificò i rapporti con la Chiesa togliendole i privilegi che essa deteneva nel campo dell’istruzione. Le leggi Siccardi (1850) abolirono inoltre le prerogative del clero in ambito giudiziario.
A D’Azeglio era succeduto Cavour il quale era riuscito a costituire una maggioranza parlamentare alleandosi con i democratici di Urbano Rattazzi, un’alleanza considerata disonorevole tanto da essere definita illecita, ma che avrebbe permesso al nuovo capo di governo di compiere importanti riforme. Che Cavour fosse un governante straordinariamente capace lo si era già capito quando, ancora ministro, aveva concluso un trattato commerciale con la Francia, il Belgio e l’Inghilterra. Ora, grazie alla riforma fiscale, fu varato un piano di lavori pubblici e creato un sistema bancario moderno il quale, raccogliendo il piccolo risparmio, permetteva l’erogazione di prestiti agli imprenditori. Poi, attraverso lo strumento del bilancio dello Stato, il preventivo cioè delle spese statali, egli, divenuto il ministro delle Finanze, riuscì a coinvolgere il Parlamento circa la necessità di svecchiare la burocrazia e di rendere più moderno ed efficiente l’esercito. Inoltre Cavour si batté per l’indipendenza della magistratura e favorì la nascita di Società operaie con compiti assistenziali.
Tuttavia, fra gli intenti di Cavour c’era la ripresa della guerra contro l’Austria, ma era necessario un forte alleato e un’occasione propizia. Tali condizioni si verificarono con la Guerra di Crimea, quando la Russia occupò la Moldavia e la Valacchia che appartenevano all’impero ottomano. La Francia e l’Inghilterra appoggiarono militarmente i Turchi, mentre l’Austria si mantenne neutrale isolandosi diplomaticamente. Cavour, su richiesta francese, inviò un contingente militare che partecipò alla vittoria della Cernaia e ciò consentì al Piemonte di partecipare al Congresso di Parigi, tenutosi nel 1856 per dettare le condizioni della pace. In tale occasione Cavour, pur non ottenendo nulla di concreto, poté denunciare al livello internazionale la questione italiana.
Napoleone III si dimostrò favorevole alla creazione di una Repubblica dell’Alta Italia sotto i Savoia, ma solo due anni dopo, dopo essere scampato all’attentato messo in atto da un mazziniano, Felice Orsini, accettò di incontrare segretamente Cavour a Plombières.
Con i Patti di Plombières la Francia promise di intervenire a fianco dell’Italia in caso si attacco austriaco. In cambio del suo aiuto avrebbe ricevuto Nizza e Savoia. Dopo la guerra l’Italia sarebbe diventata una Confederazione composta di tre regni (Nord, Centro, Sud) e presieduta dal Papa.
Da quel momento, Cavour ricorse ad ogni tipo di provocazione per indurre l’Austria a scendere in guerra.
I piani di Cavour però sembravano dover naufragare dal momento che Napoleone III, improvvisamente, decise che la questione italiana dovesse risolversi in un congresso in cui anche l’Austria avrebbe potuto far valere la sua opinione. Malgrado tutto Cavour non smise di intensificare i preparativi militari anzi convocò Garibaldi e permise che egli creasse e comandasse un corpo di volontari, i Cacciatori delle Alpi. Gli Austriaci caddero nella trappola. Il 30 aprile 1859 l’esercito austriaco varcò il confine con il Piemonte. Cominciava così la Seconda guerra d’indipendenza e la Francia non poté più ritirarsi indietro.
Gli Austriaci furono battuti prima a Magenta, poi a Solferino e a San Martino ma, al momento di stendere la guerra al Veneto, Napoleone III, preoccupato dalle insurrezioni messe in atto dai patrioti in diverse città italiane e pressato dall’opinione pubblica francese, propose all’Austria di trattare l’armistizio. Napoleone III convinse facilmente Vittorio Emanuele. Cavour, per protesta, rassegnò al re le dimissioni. L’11 luglio 1859 a Villafranca fu firmato l’armistizio.
Ma, anche per le esortazioni di Cavour, le città insorte durante la guerra, che si erano date dei governi provvisori, rifiutarono di ritornare sotto i loro sovrani e chiesero di essere annesse al Piemonte. Tornato al governo, Cavour propose a Napoleone di accettare come fatto compiuto l’annessione delle città insorte ottenendo in cambio Nizza e Savoia. Nelle città in questione furono celebrate i plebisciti: il 97% della popolazione votò per l’annessione al Piemonte.
Nonostante le annessioni, l’armistizio di Villafranca aveva risvegliato lo sdegno dei democratici, i quali, trascinando per il momento la liberazione del Veneto, decisero che fosse ora di liberare il Sud, sui cui regnava il giovani e inetto figlio di Ferdinando II, Francesco II detto Franceschiello. Francesco Crispi e Rosolino Pio, per non ripetere l’errore di Pisacane, decisero di organizzare una rivolta locale in appoggio a una spedizione comandata da Garibaldi.
Il 5 maggio 1860 i Mille si imbarcarono a Quarto, nei pressi di Genova, a sei giorni dopo sbarcarono a Marsala. Dopo la battaglia di Calatafimi, il 27 maggio i Mille entrarono a Palermo e ne scacciarono le truppe borboniche.
Il successo di Garibaldi fu dovuto alle qualità militari del generale, ma anche della collaborazione dei contadini in rivolta i quali chiedevano la riforma agraria. La reazione dei garibaldini, che erano di estrazione mazziniana e come tali contrari a una “guerra sociale” e sostenitori della proprietà privata, fu totalmente negativa. I contadini, sentendosi traditi, continuarono la rivolta da soli, abbandonandosi a incendi, saccheggi e aggressioni contro i proprietari. Crispi si assunse la responsabilità della repressione, particolarmente sura nel caso di Bronte, dove Bixo fece fucilare i responsabili.
Intanto Garibaldi temeva l’instaurazione di una repubblica democratica nel Meridione. Qualora poi Garibaldi avesse attaccato Roma, Napoleone III sarebbe stato costretto a difendere il Papa. Con trattative febbrili, Cavour riuscì a convincere Napoleone che ormai il male minore era che Vittorio Emanuele stesso invadesse lo Stato pontificio, prima di Garibaldi. Garibaldi, dopo la vittoria sul Volturno, il 26 ottobre 1860 incontrò Vittorio Emanuele a Teano e gli consegnò il Regno delle Due Sicilie. Il 17 marzo 1861 si riunì a Torino il primo Parlamento nazionale e fu proclamato il Regno d’Italia.

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