saraaz di saraaz
Ominide 42 punti

L’inutile massacro della Grande Guerra

Il 28 giugno 1914 a Sarajevo, nella Bosnia da poco annessa all’Impero austro-ungarico, Princip, uno studente bosniaco membro di una società segreta nazionalista, uccise in un attentato l’arciduca Francesco Ferdinando, principe ereditario dell’Impero asburgico. Il dissidio tra l’Impero austro-ungarico e la Serbia, che ambiva al ruolo di guida spirituale e politica delle popolazioni slave, esisteva già da un decennio; e l’arciduca ucciso era odiato dai serbi perché aperto a richieste di maggiore autonomia avanzate dai croati e dagli sloveni. L’episodio scatenò un conflitto mondiale. Il governo austriaco progettò una rappresaglia ed ebbe l’immediato appoggio di quello tedesco, suo alleato. Il 23 luglio un ultimatum austriaco imponeva alla Serbia di far cessare ogni propaganda contro l’Austria-Ungheria, sciogliere le associazioni ostili all’Austria, interdire dai pubblici uffici i funzionari compromessi in attività antiaustriache. Funzionari del governo austriaco avrebbero inoltre dovuto partecipare alle indagini sull’attentato. Queste pretese, che non rispettavano la sovranità dello Stato serbo, apparvero inaccettabili e furono respinte. Il 28 luglio 1914 l’Austria dichiarò guerra alla Serbia. Perché l’attentato di Sarajevo produsse un conflitto mondiale? Innanzitutto perché in esso si ebbe il coinvolgimento diretto di una delle grandi potenze del tempo, l’Impero austro-ungarico, che fece scattare l’intervento russo contro l’Austria e quello tedesco in funzione antirussa (attaccando prima la Francia alleata e poi i russi stessi), secondo le procedure previste dalle preesistenti alleanze militari. La Gran Bretagna era da tempo impegnata a difendere il suo primato economico e marittimo, minacciato dalla politica di riarmo di Guglielmo II e in particolare dal rafforzamento della flotta militare tedesca. Alla costruzione di sempre più potenti corazzate tedesche gli inglesi risposero costruendo la dreadnought (corazzata veloce), una nave armata di cannoni di grande calibro. Entrambi i paesi s’impegnarono in una crescente corsa agli armamenti navali. La Francia inoltre, che aveva perso nello scontro con la Germania del 1870 l’Alsazia-Lorena, non si era rassegnata alla sconfitta ed era ossessionata dalla revanche (rivincita). A dividere le nazioni europee c’era poi la “questione coloniale”. Germania e Italia erano giunte tardi ad una politica imperiale e potevano cercare solo di erodere i territori che le maggiori potenze europee si erano già accaparrati. La Germania non sopportava di avere dei possedimenti coloniali irrisori (Togo, Camerun) e gli ambienti militari e di corte aspettavano da tempo una buona occasione per strappare alla Francia le sue colonie in Africa centrale e al Belgio quella congolese. Il loro sogno era di formare una Mittel Africa. I dirigenti politici e militari della Germania puntarono ad una politica imperiale e colsero l’occasione favorevole offerta dall’attentato di Sarajevo per completare il rafforzamento della flotta militare. Le maggiori potenze europee erano dunque da tempo impegnate in una lotta per spartirsi i mercati mondiali e affermare la propria supremazia politica, così che lo scontro armato risultò la soluzione più semplice. Acuto in Europa era il confronto economico tra il capitalismo franco-britannico da una parte e quello tedesco dall’altro. Lo sfruttamento dei mercati esteri era ormai una condizione essenziale per lo sviluppo economico di questi stati; Gran Bretagna, Germania e Francia fornivano il 62% delle esportazioni mondiali di manufatti e l’83% degli investimenti di capitali all’estero, mentre gli Stati Uniti erano ancora intenti a sviluppare il loro mercato interno. Il capitalismo tedesco, con la sua economia in crescita, aveva bisogno di quei mercati extraeuropei che francesi e inglesi controllavano strettamente. Le tendenze imperialistiche però approfittavano anche delle tensioni nazionalistiche, che si esprimevano in Europa con l’irredentismo (movimento politico nazionalistico che mirava a ricongiungere alla madrepatria gruppi etnici o territori sottoposti a dominanza straniera. In Italia si sviluppò con l’obiettivo di liberare i territori dell’impero austro-ungarico abitati da popolazioni di lingua italiana) italiano nei confronti dell’Austria-Ungheria. Il pangermanesimo tedesco (corrente politica e culturale che voleva riunificare in un unico stato tutte le popolazioni di lingua tedesca sparse per l’Europa) nei confronti in particolare dell’impero russo, e il panslavismo (movimento politico nazionalista che mirava ad unificare le popolazioni slave. Si diffuse nella Russia zarista.) che mirava alla “russificazione” dei popoli slavi. La Germania puntava a nuove annessioni in Europa e i suoi circoli militaristi svilupparono già prima della guerra ideologie razziste per giustificare la sottomissione delle “stirpi inferiori” (gli slavi in particolare). L’idea di una grande Mittel Europa, da costruire anche a scapito di Francia, Belgio e Lussemburgo, diventò programma ufficiale del governo tedesco. La guerra fu per tutti i paesi coinvolti un acceleratore dello sviluppo economico e un mezzo per incrementare la produzione industriale senza rischiare crisi di sovrapproduzione. Delle commesse belliche statali si avvantaggiarono le fabbriche d’armi, l’industria laniera e quella automobilistica. Non ci fu ramo dell’industria che non ottenne contratti vantaggiosissimi dagli stati, assillati dalle necessità imposte dalla guerra e convinti della sua breve durata. In Italia ad esempio, la Fiat monopolizzò la produzione italiana di automezzi, di motori d’aviazione e di mitragliatrici. Pesava nelle classi dominanti delle varie nazioni, Stati uniti compresi, una crescente preoccupazione per i conflitti sociali interni, che si erano intensificati e avevano portato ad una notevole avanzata delle forze politiche socialiste. All’inizio della guerra, nella maggioranza dei paesi belligeranti si verificò una nazionalizzazione delle masse, cioè un loro coinvolgimento a favore del conflitto. In tutti i principali Stati europei, grazie all’incoraggiamento venuto dai ceti dirigenti, si produsse così un clima politico che ridimensionava i contrasti interni fra i gruppi e le classi sociali in nome dell’unità nazionale, spingeva a diffidare dei partiti (accusati di dividere la patria), e faceva prevalere scelte plebiscitarie a scapito della democrazia parlamentare liberale Le prime fasi della guerra Grazie al sistema di alleanze, dopo la dichiarazione di guerra indirizzata dall’Austria alla Serbia, l’Impero zarista, principale alleato della Serbia, mobilitò le proprie truppe al confine con l’Impero austro-ungarico e poi su tutto il proprio territorio, per prevenire un eventuale attacco della Germania, alleata principale dell’Austria. Il governo tedesco reagì: chiese a quello russo di annullare la mobilitazione e inviò alla Francia, alleata della Russia, un ultimatum per indurla a restare neutrale. I russi rifiutarono di smobilitare, i francesi esitarono a rispondere e il 3 agosto 1914 la Germania dichiarò guerra alla Francia, attuando un piano d’intervento militare predisposto fin dagli inizi del Novecento da un suo feldmaresciallo, il conte Alfred von Schlieffen. Il piano prevedeva che l’esercito tedesco colpisse in modo fulmineo la Francia e impegnasse tutte le proprie forze contro l’Impero zarista. Esso contava anche sulla lentezza di mobilitazione dei russi e calcolava che lo scontro sul fronte orientale sarebbe durato più a lungo. Per infliggere più velocemente il colpo decisivo alla Francia, il piano Schlieffen aveva programmato l’invasione del Belgio, la cui neutralità era fissata da precisi trattati internazionali. La Germania non esitò a violarli. Immediatamente, il 4 agosto 1914, la Gran Bretagna, alleata di Francia e Russia, dichiarò guerra alla Germani. La Germania sapeva di provocare l’intervento in guerra dell’Inghilterra, ma calcolava che gli inglesi, essendo privi di un esercito a coscrizione obbligatoria, avrebbero impiegato circa sei settimane per organizzarlo, giungendo in ritardo sul campo di battaglia. In pochi mesi il conflitto dilagò in varie aree del mondo: il Giappone, per impossessarsi di zone della Cina sotto influenza tedesca, dichiarò guerra alla Germania; l’Impero ottomano, legato alla Germania, l’affiancò nella guerra. Negli anni successivi fu la volta dell’Italia, che si schierò a fianco dell’Intesa (Francia, Inghilterra e Russia), della Bulgaria, alleata con gli Imperi centrali (Germania e Austria-Ungheria); e poi della Romania, degli Stati Uniti e della Grecia, che sostennero l’Intesa. La guerra si svolse principalmente in Europa, ma i legami militari, politici ed economici la tramutarono inevitabilmente in guerra mondiale. I tedeschi travolsero la resistenza belga e si diressero su Parigi, cogliendo di sorpresa l’esercito francese. Il suo stato maggiore aveva concentrato il grosso delle truppe in Lorena per penetrare in Germania. Di fronte all’invasione della parte settentrionale del proprio territorio, la Francia fu costretta precipitosamente a passare da una strategia offensiva ad una strategia difensiva, mentre il suo governo si rifugiava a Bordeaux e la Germania si apprestava a dettare le sue condizioni di pace: annessione di territori francesi e sottomissione del Belgio. Tra il 6 e il 12 settembre 1914, l’esercitò francese, con l’aiuto di un corpo di spedizione inglese, arrestò l’avanzata dei tedeschi sul fiume Marna e li respinse, influendo così su tutto l’andamento della guerra. I piani tedeschi, che prevedevano una guerra rapida, dovettero infatti essere abbandonati per affrontare gli imprevisti problemi di una guerra di posizione. L’esito dello scontro favorevole alla Francia fu dovuto sia agli errori tattici dei tedeschi, che avanzando a grande velocità avevano creato il caos nei collegamenti fra i reparti del loro esercito, sia ad una improvvisa ed imprevista offensiva russa contro la Prussia e la Galizia austriaca. Sul fronte orientale, la Russia aveva infatti mobilitato più velocemente del previsto il suo esercito e cominciava ad invadere la stessa Prussia. Per difenderla, i tedeschi dovettero spostare alcune loro divisioni dal fronte occidentale. L’esercito tedesco fermò quello russo nelle due battaglie di Tannenberg e dei laghi Masuri nell’attuale Polonia. Il progetto di raggiungere rapidamente Parigi era ormai fallito. Le sorti della guerra si giocarono contemporaneamente su più fronti. In particolare, si costituirono un fronte occidentale e un fronte orientale. Quello occidentale si allungava per 800 km dall’Yser fino alla regione dei Vosgi; qui combattevano francesi e tedeschi. Sul fronte orientale si contrapponevano invece l’esercito austro-tedesco e quello russo; qui, all’inizio del 1915, i russi attestati ai confini della Prussia e della Galizia austriaca subirono le controffensive tedesche, perdendo la Galizia e la Polonia, mentre l’esercito tedesco piegava anche la Bulgaria e la Serbia. La pozione dell’Italia Il 2 agosto 1914, l’Italia aveva proclamato la propria neutralità. Contraria alla guerra era la maggioranza del parlamento e del paese: i liberali di Giolitti, i socialisti e i cattolici. La Triplice Alleanza, che legava l’Italia a Germania e Austria-Ungheria, aveva un carattere esclusivamente difensivo e l’Austria, aggressore della Serbia, non aveva neppure avvertito la propria alleata della dichiarazione di guerra. In Italia i favorevoli alla guerra erano una minoranza nel parlamento, una minoranza però aggressiva e capace di raccogliere consenso anche negli altri schieramenti politici. Erano per l’intervento gli “irredentisti” trentini (tra cui Cesare Battisti) e singole personalità socialiste come Salvemini e Bissolati, che vedevano nella guerra un’occasione offerta all’Italia per completare il ciclo risorgimentale con una “quarta guerra d’indipendenza”, o ritenevano necessario schierarsi con le democrazie (Francia e Inghilterra) contro il dispotismo militarista degli Imperi centrali. Interventista diventò anche un altro esponente della sinistra socialista, Benito Mussolini. I più attivi interventisti furono i nazionalisti, capeggiati da Corradini e sostenuti da D’Annunzio. Per loro, partecipando alla guerra, l’Italia avrebbe dimostrato di essere matura per una “politica di potenza”, acquisendo così un maggior prestigio internazionale. Fedeli all’inizio della guerra alla Triplice Alleanza e orientati ad una politica di espansione coloniale in Africa, i nazionalisti passarono poi dalla parte dell’Intesa in nome della difesa degli interessi “naturali” dell’Italia e puntarono alla conquista dei territori di Trento, Trieste e della Dalmazia. Allo schieramento interventista si associarono i liberali di destra, Sonnino e Salandra, che nel 1914 sostituì Giolitti alla guida del governo. Appoggiati dal re, giudicavano la guerra un ottimo strumento sia per espandere l’economia sia per disinnescare le tensioni sociali interne. Il 26 aprile 1915, giorno di chiusura del parlamento, il ministro degli Esteri Sonnino e il presidente del consiglio Salandra scavalcarono la maggioranza neutralista dei deputati e stipularono con l’Intesa un trattato segreto, il Patto di Londra: l’Italia sarebbe entrata in guerra nel giro di un mese e in caso di vittoria avrebbe annesso i territori di Trento, Trieste e della Dalmazia. Contemporaneamente i nazionalisti promossero le cosiddette “radiose giornate”, clamorose manifestazioni di piazza contro i neutralisti, contro il parlamento e a favore dell’immediato ingresso in guerra dell’Italia. Il 3 maggio Salandra si dimetteva. Il re respingeva le dimissioni. Il liberale Giolitti abbandonava la sua battaglia neutralista non volendosi mettere contro il re, che aveva firmato il Patto di Londra. La camera approvò i pieni poteri al governo in caso di guerra; tra i voti contrari, quelli dei socialisti, di alcuni giolittiani e di alcuni popolari. Il 24 maggio 1915 l’Italia dichiarò guerra all’Austria. L’Italia schierò il suo esercito, guidato dal generale Cadorna, su un fronte lunghissimo e molto vulnerabile. Fra il giugno e il dicembre del 1915, alcune posizioni furono conquistate agli austriaci con quattro sanguinose battaglie sul fiume Isonzo. Ma a Gorizia gli austriaci resistettero e, anche su questo nuovo fronte meridionale, per i soldati italiani e austriaci la guerra diventò di posizione, come avveniva contemporaneamente ai francesi e agli inglesi che si logoravano inutilmente sul fronte occidentale. Le fasi centrali del conflitto: la guerra d’usura e la guerra sui mari Alla fine del 1915, quando sul fronte occidentale francesi e inglesi si erano già logorati nelle offensive di Artois e Champagne, tutti gli eserciti impegnati nella guerra erano costretti alla pesante guerra di posizione. Diventava sempre più importante rifornirsi in modo continuo. L’industria e la popolazione di ciascun paese belligerante furono perciò messe al servizio della guerra: in Francia furono chiamati alle armi i riservisti (militari in congedo richiamabili in caso di guerra o soldati che fanno parte delle forze di riserva destinate a operazioni strategiche), le classi anziane e i giovani; l’Inghilterra sostituì il volontariato con la coscrizione obbligatoria. All’inizio del 1916, la Germania preparò una violenta offensiva sul fronte occidentale. Per tutto quell’anno fu sperimentata la tattica detta dell’”usura”: invece di cercare di “sfondare” il fronte avversario, s’impegnava il nemico in un solo punto vitale per costringerlo a esaurire tutte le sue risorse. E così, per cinque mesi, intorno alla fortezza di Verdun esercito francese e tedesco si dissanguarono, usando tutti i mezzi bellici di cui disponevano. Nessuno dei due riuscì a prevalere. Subito dopo,i francesi, impiegando 65 divisioni e con l’appoggio degli inglesi, sottoposero a loro volta l’esercito tedesco ad una “battaglia d’usura”, quella della Somme, dove per la prima volta le truppe franco-inglesi usarono i carri armati. L’Intesa ottenne una sostanziale vittoria, ma nel complesso lo scontro era costato un milione di morti. Nel 1916 anche sul fronte meridionale gli austriaci lanciarono un’offensiva (“spedizione punitiva”) contro l’ex alleato italiano. Si concentrarono sulle linee tra il lago di Garda e il fiume Brenta e penetrarono fino all’altopiano di Asiago per raggiungere Vicenza, tentando di accerchiare le armate impegnate sul fiume Isonzo. Negli scontri vennero catturati e impiccati per tradimento gli irredentisti trentini Cesare Battisti e Fabio Filzi, che combattevano nell’esercito italiano ma erano considerati cittadini austriaci. L’offensiva austriaca fallì, ma solo grazie alla contemporanea offensiva dei russi nei Carpazi, sollecitata dal re e dal governo italiani. L’impreparazione dell’esercito italiano costrinse Salandra alle dimissioni. Il nuovo governo, presieduto da Paolo Boselli e appoggiato da tutti i partiti interventisti, fece riprendere l’offensiva sull’Isonzo. Il 9 agosto fu conquistata Gorizia. Il 27 agosto 1916 l’Italia dichiarò guerra anche alla Germania. All’inizio della guerra, i francesi e gli inglesi avevano iniziato un blocco del commercio internazionale: le navi dirette verso i porti europei venivano perquisite e certi prodotti, considerati “contrabbando di guerra”, venivano sequestrati. 1916, il blocco cominciò a far sentire i suoi effetti in Germania e in Austria. Venne danneggiata la produzione industriale e, essendo la massa dei contadini mobilitata al fronte, quella agricola praticamente s’arrestò. I governi imposero il razionamento dei generi alimentari; aumentarono di conseguenza malattie e morti per denutrizione. Gli Imperi centrali decisero di forzare il blocco sul mare, ma la controffensiva non ebbe successo: il 31 maggio 1916, nella battaglia dello stretto di Skagerrak (vicino allo Jutland), la flotta tedesca non riuscì a lasciare i porti del mare del Nord. La Germania rispose al blocco con la guerra sottomarina, che prevedeva una morsa attorno all’Inghilterra e il siluramento di ogni nave inglese o alleata che si avvicinasse alla sua costa. Per un errore, già nel maggio 1915 era stata silurata una nave passeggeri inglese, la Lusitania, e fra i morti si contarono anche quasi 200 americani. Per placare il presidente statunitense Wilson, che minacciò d’intervenire nel conflitto, la Germania dovette promettere che non avrebbe più colpito alcuna nave senza preavviso. Tuttavia, dopo il fallimento delle offensive di terra del 1916, dal gennaio 1917 la Germania passò alla guerra sottomarina totale, sfidando apertamente gli stessi Stati Uniti. E così i comandi militari tedeschi ordinarono l’affondamento di tutte le navi sia mercantili che passeggeri, puntando a far crollare l’Inghilterra nel giro di sei mesi, in modo da rendere vana l’entrata in guerra degli Stati Uniti (che invece avvenne il 6 aprile del 1917, neppure tre mesi dopo). Neppure la guerra totale sui mari ottenne il collasso dell’Inghilterra, e anzi l’Intesa, appoggiata dagli americani, rese ancora più impenetrabile il blocco commerciale. Le importazioni tedesche crollarono e la situazione interna di Germania e Austria diventò tragica. La Rivoluzione russa e il rifiuto della guerra Nel febbraio del 1917 si verificò un evento che portò indirettamente ad uno squilibrio delle forze in campo e alla fine della guerra: una rivoluzione sociale all’interno dell’Impero russo travolse il regime zarista e il 15 marzo Nicola II dovette abdicare. A far cadere il regime zarista fu proprio la rivolta dell’esercito: i soldati inviati a sedare le manifestazioni popolari di protesta a Pietrogrado si unirono a quanti manifestavano per la carenza di cibo; mentre fra le truppe al fronte, imitando il modello dei soviet operai, si organizzavano autonomamente anche i soviet dei soldati. Il governo provvisorio volle continuare la guerra e lanciare un’offensiva in Galizia, che fallì, spingendo i soldati russi a fraternizzare con gli austriaci e i tedeschi o a disertare in massa. In seguito a questo cedimento della Russia, gli eserciti degli Imperi centrali poterono concentrare i propri sforzi sul fronte occidentale. Nell’aprile 1917 gli operari delle fabbriche militarizzate di Berlino proclamarono un grande sciopero appoggiato dai socialisti pacifisti di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, che nel 1914 si erano opposti alla guerra. Due reggimenti di fanteria francesi si ammutinarono, marciarono su Parigi e coinvolsero nella rivolta contro i capi politici e militari altri reggimenti e battaglioni. Lo stato maggiore francese fermò a stento la rivolta. Anche in Italia, a Torino la città insorse: le donne manifestarono contro la mancanza di pane e gli operai resistettero per quattro giorni su improvvisate barricate. Tra il 23 e il 24 ottobre 1917 l’offensiva congiunta degli austriaci e di sette divisioni tedesche sfondò il fronte italiano sull’Isonzo, a Caporetto. I comandi italiani riuscirono a fatica a riorganizzare una linea di resistenza sul fiume Piave e sul monte Grappa. I soldati italiani si trovarono fra due fuochi: quello dei nemici da una parte e quello dei reparti scelti di loro connazionali alle spalle. Scoppiarono le polemiche e si tornò ad accusare socialisti e cattolici di “disfattismo”. Anche il governo Boselli si dimise. Il successivo “ministero di unione nazionale” presieduto da Vittorio Emanuele Orlando sostituì al comando supremo il generale Cadorna con il generale Armando Diaz e furono chiamati alle armi i giovani di diciassette-diciotto anni (“giovinetti del Piave”) Nel frattempo i bolscevichi di Lenin, che nel 1917 avevano preso il potere nella Russia rivoluzionaria, decisero l’immediata cessazione delle ostilità. Firmarono prima l’armistizio di Brest-Litovsk (dicembre 1917), e poi un vero trattato di pace (marzo 1918). La nuova Russia sovietica usciva così definitivamente dalla guerra. La fine della guerra, i trattati di pace, il dopoguerra Nel 1918 furono i tedeschi a tentare una serie di offensive, stavolta basate sulla tattica della “sorpresa”, con intensi bombardamenti seguiti da rapide ondate di assalti di fanteria. Con questa nuova tattica la Germania sfondò il fronte alleato franco-inglese in Piccardia e nello Champagne e fece penetrare ben settanta divisioni; ma francesi e inglesi, arretrando fino alla Marna, riuscirono a ridurre le perdite e a resistere fino all’arrivo degli americani. Il 18 luglio l’Intesa, usando aerei e carri armati, poté contrattaccare le truppe tedesche ormai esauste (seconda battaglia della Marna). La superiorità del potenziale economico e industriale messo a disposizione dell’esercito e il blocco navale contro gli Imperi centrali decisero le sorti della guerra. Ad Amiens, il fronte tedesco fu sfondato. Il kaiser Guglielmo II, sperando di poter ancora riorganizzare l’esercito, chiese un armistizio. L’Intesa glielo rifiutò e pretese la resa totale. In settembre l’armata anglofranco-italiana sfondava il fronte bulgaro-tedesco e dilagava nei Balcani. Il 24 ottobre anche gli italiani sbaragliarono gli austriaci a Vittorio Veneto, mentre l’Impero austroungarico si disfaceva in tante repubbliche indipendenti e, a Kiel, si ammutinava la flotta tedesca. Il kaiser infine abdicò e la guerra si concluse con la firma dell’armistizio da parte dell’Austria, il 3 novembre 1918, e della Germania, l’11 novembre. I disastri causati dalla Prima guerra mondiale in Europa sono incalcolabili: oltre 25 milioni il numero delle vittime del conflitto. La situazione economica è disastrosa sia per le potenze sconfitte, che avevano il loro apparato industriale e gli impianti minerari gravemente danneggiati e si erano indebitate fino alla bancarotta, sia per le nazioni vincitrici dell’Intesa, anch’esse dissanguate dagli sforzi bellici sostenuti e indebitate pesantemente nei confronti degli Stati Uniti. L’Impero russo, quello austro-ungarico e il Reich tedesco erano crollati: il primo era stato sostituito dalla Russia comunista dei soviet; il secondo era ormai uno staterello, mentre nei Balcani entrava in agitazione il mosaico delle nuove realtà nazionali (cechi, rumeni, serbi, ecc.); il terzo aveva infine un esercito allo sbando e le principali città scosse da moti insurrezionali. Dall’inizio del 1918, il presidente americano Wilson aveva proposto “Quattordici punti” per affrontare i problemi irrisolti secondo i criteri democratici dell’autodeterminazione dei popoli e del rispetto delle minoranze. Il “wilsonismo” (movimento d’opinione prevalente negli ambienti diplomatici) attribuì la responsabilità dello scoppio della guerra alla Germania, che fu perciò chiamate a pagarne le spese. Il 18 gennaio 1919, a Parigi iniziò la conferenza di pace dei paesi vincitori. I lavori erano diretti dal presidente francese Clemenceau ed erano presenti il primo ministro inglese George, il presidente americano Wilson e il capo del governo italiano, Vittorio Emanuele Orlando. Nessuno dei rappresentanti dei paesi sconfitti poté partecipare alla discussione. Vennero approvati cinque trattati, che presero i nomi dalle città in cui furono siglati. Il più importante fu firmato a Versailles il 28 giugno 1919 e decise le sorti della Germania. I vincitori della Prima guerra mondiale vollero che la Germania riducesse in modo permanente il suo esercito a 100.000 uomini, smilitarizzasse un’ampia fascia sul suo confine sud-occidentale e riparasse integralmente i danni di guerra mediante il versamento ai paesi vincitori di una somma ingente. La Francia ottenne sia la restituzione dell’Alsazia-Lorena sia il diritto a sfruttare per quindici anni il ricco bacino carbonifero della Saar. La Germania dovette inoltre cedere anche altri territori alla Danimarca e alla Polonia. Quest’ultima ebbe uno sbocco sul Mar Baltico attraverso un “corridoio” che separò la Prussia orientale dal resto della Germania. L’Austria non venne trattata meglio. Il trattato di Saint Germain (10 settembre 1919) le impose di sciogliere l’esercito e di scacciare la dinastia asburgica, oltre a vietarle ogni alleanza con la Germania. L’Italia ottenne il Trentino, l’Alto Adige, Trieste e L’Istria, ma non la Dalmazia, come invece promesso all’inizio del suo ingresso in guerra. Il trattato del Trianon (4 giugno 1920) stabilì l’indipendenza dell’Ungheria che però, ritenuta colpevole quanto l’Austria, perse la Transilvania, mentre la Slovacchia andò ai cechi (creando così la Cecoslovacchia), mentre Croazia e Slovenia confluirono in un nuovo regno controllato dalla Serbia, alleata dell’Intesa. Esso prenderà in seguito il nome di Jugoslavia. Il trattato di Neuilly (27 novembre 1919) decise l’indipendenza della Bulgaria, che persa la Macedonia, la Tracia e la Dobrugia. Infine il trattato di Sèvres (10 agosto 1920) decise le sorti dell’ex-Impero ottomano: la Turchia fu ridotta alla penisola anatolica e perse ogni sovranità sugli stretti dei Dardanelli e del Bosforo, di gran parte delle isole egee e dei territori arabi. Questi divennero “aree d’influenza” della Francia e dell’Inghilterra. Tutti questi trattati apparvero subito fragili, accentuarono le tensioni e lasciarono dietro di sé una scia di rancori e d’insoddisfazione. Dopo la loro firma, Grecia e Turchia entrarono tra loro in un conflitto che si risolse con la vittoria dei turchi, sancita dal Trattato di Losanna nel 1923.

Hai bisogno di aiuto in Storia Contemporanea?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email