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L'unione sovietica da Lenin a Stalin

L’unione sovietica nasceva segnata dalle conseguenze economiche e sociali del comunismo di guerra e della dittatura rivoluzionaria imposta dal Partito bolscevico; a questa crisi interna si aggiungeva poi l’isolamento internazionale del paese. Non riconosciuto e apertamente osteggiato dai governi occidentali, lo stato sovietico doveva ormai constata tre il fallimento di quella rivoluzione europea sulla quale il gruppo dirigente bolscevico aveva inizialmente puntato. La rivoluzione socialista in un paese arretrato come la Russia doveva infatti essere l’inizio di un rovesciamento dell’ordine capitalistico internazionale, che Lenin giudicava avviato verso una crisi irreversibile: i questa prospettiva iene costituita a Mosca, nel 1919, la Terza internazionale o Comitern, con l’obiettivo di coordinare i partiti comunisti di tutto il mondo. La prospettiva della “rivoluzione in Occidente” si dimostrava superata in quanto i partiti comunisti erano ovunque minoritari, i tentativi rivoluzionari erano stato sconfitti, e anzi venivano delineando in molti paesi europei regimi autoritari.

Questa situazione indusse Lenin e il gruppo dirigente comunista a un radicale mutamento di linea politica, il comunismo di guerra fu abbandonato e si avviò la Nuova politica economica (Nep), consistente nel reintrodurre nella vita economica elementi di profitto individuale e di libertà.
Nelle campagne cessarono le requisizioni, sostituite da un’imposta in natura, e i contadini furono lasciati liberi di vendere le proprie eccedenze e di assumere manodopera salariata. Venne liberalizzato il commercio interno e favorito lo sviluppo della piccola impresa privata. Lo stato conservò tuttavia il controllo delle principali attività economiche.

La Nep diede risultati complessivamente positivi: la produzione agricola e il reddito nazionale ritornarono ai livelli dell’anteguerra e anche la produzione industriale conobbe una sensibile ripresa. Sul piano internazionale le potenze europee riconobbero ufficialmente il governo sovietico e ripresero le relazioni diplomatiche e commerciali. Dal punto di vista sociale aumentò la differenziazione sociale nelle campagne e la ripresa del ceto dei contadini agiati, i kulaki. Un altro ceto emergente fu quello dei piccoli imprenditori e commercianti, i nepmany (uomini della Nep)
La Nep presentava anche aspetti problematici. Data la debolezza dell’industria, i prezzi dei prodotti industriali erano nettamente più alti di quelli agricoli: questo non incentivava i contadini a vendere le loro eccedenze, ma ad aumentare i propri consumi o ad accumulare le scorte. Lenin concepiva la Nep come una fase di “economia mista” che permettesse la transizione verso un sistema socialista

I sostenitori della Nep, come Bucharin, erano convinti che questa fosse l’unica via per consentire lo sviluppo del paese, senza perdere il consenso dei contadini. Essi proponevano dunque una trasformazione graduale del sistema economico, basata sull’aumento di produttività dell’agricoltura, intensificandone l’apertura al mercato. Sul fronte opposto, i critici della Nep, come Trockij, ritenevano che fosse necessario accelerare l’industrializzazione: solo diminuendo i consti di produzione e aumentando la produttività del settore industriale sarebbe stato possibile superare la “crisi delle forbici” tra gli alti prezzi industriale i bassi prezzi agricoli. Le risorse per gli investimenti si dovevano reperire trasferendo la ricchezza dal settore agricolo a quello industriale in modo rapido e massiccio e sfruttando le materie prime strategiche (ferro, carbone, petrolio) e la forza –lavoro.

Il dibattito sulla politica economica si intrecciò con il problema del potere all’interno del Partito comunista. Il divieto di formare correnti all’interno del partito significò la fine di ogni discussione pubblica e aprì la strada a quelle accuse di “”deviazionismo che forniranno a Stalin il preteso per sbarazzarsi di ogni dissenziente. Stalin, era, con Trockij, la personalità di maggior spicco nel partito. Fu nominato segretario generale. Manovrando abilmente all’intorno del partito, Stalin riuscì a divenire il capo incontrastato.
Allenandosi con Bucharin, Stalin mirò a emarginare Trockij. Quest’ultimo sosteneva la teoria della rivoluzione permanente, in base alla quale l’Unione sovietica avrebbe dovuto intensificare il proprio slancio rivoluzionario procedendo a una industrializzazione accelerata e mettendosi alla testa di una rivoluzione internazionale. Stalin, in contrapposizione, fece prevalere la sua politica del socialismo in un solo paese, che affermava la necessità prioritaria del consolidamento del socialismo nell’Unione Sovietica.

Il dopoguerra in Italia e il Fascismo
I costi della guerra furono per l’Italia molto elevati. La situazione economica era in grande difficoltà, in primo luogo a causa delle enormi spese sostenute dallo stato. L’aumento della quantità di moneta emessa per fronteggiare il costo della guerra provocò una svalutazione della lira e a essa si accompagnò l’inflazione, all’origine di forti tensioni sociali. Altre difficoltà nascevano dalla necessità della riconversione delle industrie dalla riproduzione di guerra a quella di pace ( riduzione della manodopera occupata), come conseguenza crebbe la disoccupazione, particolarmente nelle campagne.

La guerra rappresentò anche uno slancio nello sviluppo industriale, particolarmente nella siderurgia,nella meccanica e nella chimica. Il diminuire delle importazioni di carbone aveva stimolato l’utilizzo di energia elettrica, e la carenza di manodopera aveva stimolato l’ammodernamento tecnologico dei macchinari. Le imprese più forti avevano visto crescere produzione e profitti; si era ulteriormente intensificato quel processo di concentrazione industriale che già si era avviato ala fine dell’Ottocento.

La guerra e le conseguenti difficoltà economiche scaricarono il loro peso soprattutto sulle fasce sociali più deboli. Si aprì perciò una fase di lotte sociali che videro protagonisti contadini e operai. In una prima fase, l’atteggiamento del governo fu tollerante verso le lotte rivendicative dei lavoratori, nel tentativo di non inasprire lo scontro sociale. Gli scioperi conseguirono così risultati importanti. Nelle campagne padane e pugliesi, oltre agli aumenti salariali, i braccianti conquistarono l’imponibile di manodopera (quantità minima di assunzioni in proporzione alle dimensioni dell’azienda agricola) e il controllo del collocamento-, anche i mezzadri si organizzarono in leghe, conseguendo un miglioramento dei patti agrari. Il governo poi, procedete a una parziali distribuzione delle terre incolte occupate. Nell’industria fu conquistata la giornata lavorativa di 8 ore e furono ottenuti aumenti salariali.

Il proletariato agricolo e industriale non era l’unico ceto sociale che soffrisse delle conseguenze della guerra. Anche i ceti medi erano attraversati da un forte disagio. Gli impiegati pubblici e privati, furono colpiti dall’inflazione, e con il passare del tempo gli stipendi dei dipendenti pubblici rimasero stabili, al contrario degli stipendi degli operai che aumentarono del 40% grazie alle lotte sindacali. A queste ragioni di risentimento si univano poi l’avversione per il socialismo e la paura di una rivoluzione ispirata al modello bolscevico.

Presso questi strati sociali ebbero grande successo le parole d’ordine del nazionalismo e la sua polemica antisocialista, ma anche antiparlamentare e antidemocratica. L’andamento delle trattative di pace contribuì ad aumentare queste tendenze, diffondendo nel paese il mito della “vittoria mutilata”. Sembrava che l’Italia non ottenesse compensi adeguati ai sacrifici compiuti e si incolpava la nostra delegazione a Versailles di arrendevolezza nei confronti dei più forti alleati (FR, GB, USA). La sensazione che l’Italia venisse defraudata di ciò che le spettava accese nel paese il nazionalismo più estremo. L’episodio più clamoroso fu l’occupazione di Fiume, in Istria, da parte di un contingente di militari ed ex militari, guidato da Gabriele d’Annunzio. Il governo non seppe impedire questo atto di forza, che minava l’autorità dello stato italiano e la sua credibilità internazionale. La questione fiumana fu risolta da Giolitti, il quale firmò con la Iugoslavia il trattato di Rapallo, che assegnava all’Italia l’Istria e alla Iugoslavia la Dalmazia e faceva di fiume uno stato libero indipendente sotto la tutela della Società delle nazioni. L’episodio fu particolarmente grave perché mise in luce l fragilità dello stato liberale, incapace di fronteggiare un vero e proprio ammutinamento, e diede forza ai gruppi più reazionari, diffondendo la sensazione che fossero possibili soluzioni di forza ai problemi del paese.


 IL “BIENNIO ROSSO”
Oltre 4 milioni nell’Italia del dopoguerra erano organizzati sindacalmente. Era una forza imponente, anche se non omogenea dal punto di vista politico; una forza caratterizzata da una coscienza più matura dei propri diritti e del proprio peso nella vita nazionale. Si trattava di un fenomeno nuovo nella vita politica e sociale italiana. L’ingresso delle masse popolari nella vita politica trovò espressione, sul piano elettorale, nell’avanzamento del Partito socialista e nel successo del Partito popolare italiano, fondato dal sacerdote Luigi Sturzo. L’assenso dato dal pontefice Benedetto XV fu motivato dalla consapevolezza che l’elettorato moderato e cattolico mancava di un moderno partito di massa, capace di esprimerne le esigenze. Il partito popolare si presentava come un partito di ispirazione cattolica, con un programma che ribadiva i punti fondamentali della dottrina sociale cattolica: rispetto della proprietà privata ma sviluppo della solidarietà sociale; interclassismo (rifiuto della lotta di classe) e affermazione della necessità di mediare i conflitti fra capitale e lavoro; difesa e ampliamento della piccola borghesia contadina; libertà di insegnamento; allargamento delle autonomie locali.
Alle prime elezioni cui si presentò il nuovo partito cattolico ottenne una grande affermazione. Queste elezioni segnarono una svolta decisiva nell’immediato dopoguerra; esse furono le prime a svolgersi con il sistema proporzionale; il maggior numero di suffragi andò al Partito socialista.

La compattezza del socialismo italiano era però minata dai contrasti e dalle divisioni interni al partito. Quest’ultimo era guidato dalla componente rivoluzionaria di Giacinto Menotti Serrati, chiamata massimalista perché proponeva il “programma massimo dell’espropriazione capitalistica borghese”, cioè della rivoluzione socialista. I massimalisti rifiutavano ogni collaborazione con il governo “borghese”, senza indicare alcuna chiara strategia politica per raggiungere l’obiettivo. D’altro canto, i riformisti di Filippo Turati e Claudio Treves, non riuscirono a imporre una linea di partecipazione del partito al governo del paese con obiettivi di tipo riformista. Il partito socialista si trovò così privo di un efficace direzione politica.

Una prova evidente di tale debolezza si ebbe nel’autunno del 1920 in occasione dell’occupazione delle fabbriche (momento culminante e decisivo delle lotte contadine e operaie “biennio rosso”). Nell’immediato dopoguerra si era manifestata una certa disponibilità da parte industriale nei confronti delle rivendicazioni sindacali, ma nel 1920 gli imprenditori assunsero un atteggiamento sempre più intransigente, per ragioni sia economiche, sia politiche. Di fronte alle rivendicazioni salariali avanzate dalla Fiom (sindacato dei metalmeccanici aderente alla Cgl), gli industriali attuarono una serrata (chiusura degli stabilimenti). In risposta, gli operai metallurgici di Milano e poi di Torino e Genova occuparono le principali fabbriche.

Gli industriali pretendevano un intervento della forza pubblica per stroncare un’agitazione giudicata pre-rivoluzionaria, ma Giolitti obiettò che un intervento dell’esercito avrebbe condotto alla tragedia e che era meglio puntare a un compromesso. In poche settimane la lotta si concluse con un accordo tra imprenditori e sindacato, mediatore il governo, che prevedeva consistenti aumenti salariali e una futura (e mai realizzata) partecipazione dei lavoratori al controllo delle aziende. Inoltre, l’occupazione delle fabbriche intensificò nella classe dirigente italiana e nei ceti medi la paura per una rivoluzione socialista che in realtà era sempre più lontana dal realizzarsi e favorì l’orientamento di questi ceti verso una soluzione reazionaria e antipopolare della crisi italiana, soluzione che avrà come protagonista il movimento fascista.

 IL MOVIMENTO FASCISTA E LO SQUADRISMO
Alla prima riunione del movimento dei Fasci di combattimento, fondato da Mussolini nel marzo 1919, parteciparono poche centinaia di persone. Nell’ottobre del 1922, il re Vittorio Emanuele III conferiva a Mussolini l’incarico di formare il governo, mentre squadre di fascisti armati marciavano su Roma. E dopo altri soli due anni, Mussolini instaurava di fatto la dittatura fascista. I principali fattori che determinarono l’ascesa al potere del fascismo furono i seguenti:
appoggio della borghesia agraria e industriale
successo che il fascismo ottenne presso i ceti medi urbani e rurali
crisi del sistema politico liberale di fronte alla nuova realtà rappresentata da movimenti e partiti di massa
disegno di utilizzare il fascismo per ridimensionare la sinistra e successivamente riassorbirlo dentro le strutture dello stato liberale
debolezza e divisioni all’interno del movimento socialista

Mussolini, dopo l’espulsione dal Partito socialista, aveva continuato la sua opera di agitazione politica dalle colonne del “Popolo d’Italia”, il quotidiano di cui era fondatore e proprietario. Il programma iniziale dei Fasci era decisamente repubblicano e anticlericale, presentava richieste di democrazia politica e sociale; proponeva addirittura la tassazione straordinaria del capitale e il sequestro dell’85% dei sovra-profitti di guerra. La miscela di nazionalismo e sindacalismo rivoluzionario che costituiva la cultura politica del primo fascismo trovava il suo collante nel mito della forza e della violenza “rigeneratrice” e nell’ispirazione antidemocratica e antisocialista.

Il movimento fascista occupò per alcuni mesi una posizione marginale nella vita politica italiana. Fu verso l’autunno del 1920 che assunse un carattere sempre più di massa e sempre più aggressivo: incominciarono in questi mesi le spedizioni delle squadre d’azione fasciste contro esponenti e sedi del movimento socialista. Questo passaggio avvenne nelle campagne (Emilia, Lombardia, Piemonte, Veneto, Toscana, Umbria e Puglia). Furono i proprietari terrieri, gli agrari, a utilizzare le “camicie nere” per stroncare il movimento contadino. Questa reazione degli agrari fu innescata dalle conquiste ottenute da braccianti e mezzadri e dal successo ottenuto dal Psi nelle elezioni amministrative dell’autunno 1920, quando molti comuni si diedero amministrazioni socialiste. Essa trovò consenso anche presso quei piccoli e medi coltivatori che erano riusciti a costruirsi una proprietà. Le squadre fasciste erano composte soprattutto da giovani. Si muovevano rapidamente da un borgo all’altro su camion, di notte; distruggevano case del popolo, circoli, cooperative, tipografie, sedi di leghe; prelevavano dalle loro case i militanti sindacali e politici, bastonandoli o uccidendoli, terrorizzando i loro familiari. Questa violenza aveva un forte contenuto simbolico: mirava a intimidire l’avversario, deriderlo, svergognarlo; era una violenza finalizzata a spaventare i militanti socialisti e cattolici, che doveva servire da esempio a tutti gli altri. Nello stesso tempo mirava ad attrarre nuovi giovani, che partivano per le “spedizioni punitive” come per un’eroica avventura o per una crociata a difesa della patria. Le violenze crebbero di intensità, arrivando fino all’occupazione in armi di intere città (Bologna). L’atteggiamento delle forze dell’ordine e della magistratura, nel reprimere queste azioni, fu poco deciso. Il movimento trovò spesso la tolleranza, se non la complicità, di molte autorità locali, civili e militari, imbevute di spirito antisocialista.


 IL COLLASSO DELLE ISTITUZIONI LIBERALI
Dalla fine della guerra al primo governo Mussolini si susseguirono sei diversi governi. Questa instabilità politica era il sintomo di una grave crisi della vecchia classe dirigente liberale, che non riusciva più a governare con maggioranze stabili, e dell’intero sistema politico italiano. Socialisti e popolari erano troppo distanti ideologicamente per potersi alleare e proporsi uniti alla guida del paese. Né era possibile l’accordo fra liberali e socialisti, fra i quali era prevalente l’impostazione massimalista. Sempre più precarie risultavano le coalizioni di governo fra liberali, democratici e repubblicani. In questa situazione, nella classe dirigente liberale guadagnò terreno l’ipotesi di una alleanza elettorale che comprendesse i nazionalisti e anche i fascisti. Alle elezioni politiche del 1920 e del 21, i fascisti si presentarono all’interno di blocchi nazionali, cioè in liste comuni con i liberali e altri gruppi di centro. Dopo queste elezioni si aprì una fase di grande instabilità, perché il parlamento risultò ancora più frazionato e privo di maggioranze stabili.

Mussolini si inserì abilmente in questa situazione. Il suo problema era quello di trasformare il movimento fascista in una forza politica, sia per accreditarsi come interlocutore presso le classi dirigenti tradizionali, sia per tenere sotto controllo il fascismo “intransigente” dei capi squadristi locali, i ras. Al congresso dei Fasci (novembre 1921) Mussolini riuscì a trasformare il vecchio movimento dei Fasci nel Partito nazionale fascista che gli fornì un più solido strumento di azione per operare sul piano della legalità politica. Il programma del partito fascista era molto lontano da quello originario del movimento dei Fasci. Il nuovo programma prevedeva uno stato forte e la limitazione dei poteri del parlamento; esaltava la nazione e la competizione fra le nazioni; proponeva la restituzione all’industria privata di servizi essenziali gestiti dallo stato (ferrovie, telefoni …); invocava il divieto di sciopero nei servizi pubblici. Si trattava di un programma di profilo conservatore e nazionalista, che rassicurava nello stesso tempo borghesia agraria, industriale e commerciale. Mussolini, inoltre, per aumentare la propria credibilità presso il sovrano e gli ambienti legati alla monarchia.

Mentre Mussolini consolidava la posizione del fascismo all’interno del sistema politico, il movimento socialista si indeboliva a causa di ulteriori divisioni. La prima e più importante si verificò al congresso di Livorno (1921): un gruppo di dirigenti dell’ala sinistra del partito se ne distaccò dando vita a una nuova formazione politica, il Partito comunista d’Italia. All’origine della scissione stava il giudizio negativo dato da questi dirigenti sulla linea politica del Partito socialista, giudicata inadeguata a costruire in Italia una reale prospettiva rivoluzionaria. Un ulteriore fattore di attrito era rappresentato dal rifiuto opposto dalla maggioranza del Partito socialista ad accettare le condizioni dettate dai bolscevichi per l’adesione alla Terza internazionale, l’organizzazione dei partiti comunisti fondata da Lenin nel 1919.

Una seconda scissione si ebbe all’inizio dell’ottobre 1922, sanzionando l’antica divergenza tra riformisti e massimalisti. Di fronte all’intensificarsi della violenza squadrista i riformisti decisero di appoggiare il debole governo di Luigi Facta; essi diedero vita al Partito socialista unitario, il cui primo segretario fu Matteotti. Alla vigilia della marcia su Roma, il Partito socialista risultava ormai diviso in 3 tronconi. Ma, più in generale, quella che ormai maturava era la sconfitta dell’intero movimento socialista italiano: paralizzato dal conflitto fra l’oltranzismo verbale dei massimalisti e le incertezze dei riformisti; inerme di fronte alla violenza squadrista; indebolito dall’esito deludente delle lotte operaie; poco presente nelle campagne, dove la Federterra seguiva una linea di esclusiva difesa dei braccianti, guadagnandosi l’ostilità dei piccoli e medi proprietari. Profonde divergenze maturavano anche all’interno del Partito popolare tra le diverse “anime” del cattolicesimo politico italiano. L’avanzata del fascismo approfondì la frattura, poiché la destra conservatrice si orientò sempre più i favore di un’alleanza con Mussolini in funzione antisocialista e anticomunista.

Nell’estate 1922 Mussolini giudicò maturi i tempi per una azione di forza. La cosiddetta Marcia su Roma ebbe inizio negli ultimi giorni do Ottobre con l’occupazione di edifici pubblici in varie città dell’Italia centro-settentrionale e il 28 ottobre, le squadre fasciste entrarono nella capitale, senza incontrare resistenza, mentre Mussolini, a Milano, attendeva il compiersi degli eventi. Dal punto di vista militare, i fascisti non avrebbero potuto fronteggiare con speranza di successo una reazione dell’esercito italiano. Tale reazione non vi fu, perché il re Vittorio Emanuele III rifiutò di decretare lo stato di assedio per difendere Roma, e il 28 ottobre convocò a Roma Mussolini affidandogli l’incarico di formare un nuovo ministero. Il primo governo Mussolini comprendeva cinque esponenti fascisti e altri ministri liberali, popolari, indipendenti filofascisti e nazionalisti. La marcia su Roma e la formazione del primo governo Mussolini segnarono il crollo delle istituzioni liberali e democratiche. Nel giro di pochi anni il fascismo avrebbe cancellato ogni forma di legalità democratica e di libertà politica e sindacale.

 LA TRANSIZIONE VERSO LA DITTATURA (1922-25)
Il periodo dall’ottobre 1922 al gennaio 1925 è stato individuato dagli storici come una fase di transizione verso il vero e proprio regime fascista. Alla testa del governo, Mussolini si sforzò di presentare il Partito fascista come centro di aggregazione e di una maggioranza diversa da quella tradizionale di tipo giolittiano e di rassicurare i ceti sociali, le forze politiche e quella parte dell’opinione pubblica che avevano visto nel fascismo un mezzo per garantire l’ordine e la pace sociale .Egli cercò inoltre di legittimarsi sul piano internazionale. Il fascismo veniva visto da molti come una forza conservatrice capace di opporsi con successo al pericolo di un’affermazione socialista. Il fascismo era fondamentalmente una forza politica dittatoriale e tendenzialmente totalitaria, del tutto diversa dai regimi politici liberaldemocratici.

Il fascismo del 1922-25 no era ancora una dittatura, ma ciò non impediva di non abbandonare il terreno della violenza. La violenza squadrista continuava impunita. Il settore più intransigente del partito spingeva perché Mussolini lanciasse una “seconda ondata” della cosiddetta rivoluzione fascista, che spazzasse via definitivamente ogni opposizione. Mussolini, invece, “continuava a giocare abilmente su due tavoli, quello della manovra politica e quello della violenza illegale”. Esemplare è la costituzione della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, una sorta di “esercito parallelo” che inquadrava le squadre d’azione fasciste agli ordini del capo del governo. La Milizia fu uno strumento per incanalare e disciplinare il fascismo più bellicoso, accreditando presso l’opinione pubblica l’idea che Mussolini volesse davvero “normalizzare” il paese, compresi i suoi fascisti.

Altri provvedimenti furono presi da Mussolini al fine di consolidare il suo potere, pur rimanendo sempre entro i limiti costituzionali dello Statuto Albertino. Egli fece approvare una legge che consentiva al governo di istituire nuove leggi attraverso decreti, sottraendo quindi autorità al parlamento; fece approvare pesanti limitazioni alla libertà di stampa, dando ai prefetti ampi poteri di censura; collocò funzionari fascisti in molti posti-chiave dell’amministrazione pubblica. Al tempo stesso, attuò una politica economica nettamente favorevole all’industria privata e ai possessori di grossi patrimoni: in questo senso andarono l’abolizione della nominatività dei titoli azionari, la riduzione dell’imposta di successione, l’abolizione delle imposte straordinarie sui sovraprofitti di guerra e quella del monopolio statale sulle assicurazioni sulla vita, la concessione del servizio telefonico a società private.

La stabilità del governo Mussolini era tuttavia sempre minacciata dal fatto che ne facevano parte forze politiche non fasciste, quali i popolari e i liberaldemocratici. Tra i popolari si giunse al conflitto aperto fra la componente di Sturzo, che giudicava il fascismo incompatibile con gli ideali del cattolicesimo popolare, in primo luogo per la sua esaltazione della forza dello stato, e quella clerico-moderata, che sosteneva Mussolini. Mussolini riuscì a guadagnare consensi nell’area conservatrice del mondo cattolico e presso gli ambienti vaticani. Le pressioni della Santa Sede e una violenta campagna della stampa fascista indussero don Sturzo a dimettersi da segretario del Partito popolare. Nel 1923 Mussolini, riuscì a far approvare una nuova legge elettorale, basata sul principio maggioritario. Con questa legge si andò alle elezioni dell’aprile 1924, che costituirono un momento cruciale nel passaggio alla dittatura fascista.

Il partito fascista si presentò alle elezioni non da solo, ma all’interno di una lista nazionale, di cui facevano parte fascisti, nazionalisti, esponenti liberali, cattolici della componente clerico-moderata. Gli antifascisti si presentarono in ordine sparso. Il “listone” ottenne un grande successo. Brogli e intimidazioni di ogni tipo, operato dai fascisti, accompagnarono le votazioni. Ma il successo di Mussolini nasceva anche dal fatto che il fascismo stesso era riuscito a proporsi di fronte alla borghesia, alla classe dirigente conservatrice e ai ceti medi come forza politica in grado di garantire la stabilità politica e l’ordine sociale.

Il 10 giugno 1924 Matteotti fu rapito da una squadra fascista. Il suo cadavere venne ritrovato, semisepolto il successivo 16 agosto. Il delitto Matteotti scosse profondamente l’opinione pubblica, aprendo una grave crisi politica. Le opposizioni parlamentari (socialisti, comunisti, quella parte di popolari che aveva rifiutato l’alleanza col fascismo, liberaldemocratici) decisero per protesta di non partecipare più ai lavori delle camere, intendendo con questo che non riconoscevano legittimità morale e politica a un parlamento dominato fai fascisti (secessione dell’Aventino). Con il passare dei mesi, l’opposizione aventiniana si rivelò sempre più sterile e Mussolini poté gradatamente riprendere in pugno la situazione. L’epilogo fu il famoso discorso al parlamento del 3 gennaio 1925, con cui egli si assunse la responsabilità politica del delitto Matteotti.
LA CRISI DEL 1929 E IL NEW DEAL
Alla fine degli anni 20 il sistema capitalistico conobbe la più grave crisi economica della sua storia. Per comprendere le caratteristiche della crisi, dobbiamo collocarla nel quadro delle dinamiche economiche del dopoguerra, quando maturò l’affermazione della società industriale di massa. Un primo aspetto riguarda la produzione di massa e le connesse trasformazioni nell’organizzazione del lavoro. Questi fenomeni si manifestarono con largo anticipo negli USA, per poi diffondersi anche in Europa a partire dagli anni 30. Il prodotto che rappresentò questa nuova fase dell’industrializzazione è l’automobile. Nel periodo tra le due guerre, conobbe grande diffusione anche la radio.

Produzione di massa significa produzione di beni di consumo rivolta a un mercato sempre più ampio di acquirenti. La diffusione di massa di beni durevoli può aver luogo in presenza di due condizioni necessarie: l’aumento della produttività del lavoro per abbassare i costi e tenere alti i profitti; l’aumento della capacità di acquisto del consumatore medio. Dal punto di vista dei costi, e dei prezzi, fu necessario che si sviluppasse una produzione di serie (produzione continua di esemplari di un determinato bene, tutti uguali fra loro). L’idea di Henry Ford fu quella di trasformare l’automobile da giocattolo per ricchi in mezzo di locomozione di massa. Ciò fu possibile grazie a due fattori: la produzione in serie di pezzi standardizzati, cioè costruiti perfettamente uguali e facilmente riproducibili; lo strumento adatto allo scopo fu la catena di montaggio. Nell’industria tradizionale l’esecuzione del progetto e delle sue parti era affidata alle capacità professionali dell’operaio. Con la catena di montaggio i pezzi da lavorare venivano portati di fronte all’operaio, che eseguiva il suo compito, ripetendo sempre la stessa operazione, secondo il ritmo dettato dal nastro trasportatore. La produttività del lavoro aumentava enormemente, mentre i prezzi scendono.

Taylor era partito da un principio molto semplice: ci sono molti modi di fare una cosa, ma uno solo è quello ottimale. Egli affermava che bisogna sottoporre il lavoro umano a un’indagine scientifica. Si devono scomporre le operazioni complesse di ogni lavorazione nei singoli movimenti necessari a realizzarle, misurare i tempi relativi a ciascun movimento, fissare i rapporti ottimali tra tipo di movimento, tipo di attrezzo, caratteristiche della macchina. La fabbrica di Ford applicava i principi dell’organizzazione scientifica del lavoro esposti nel 1911 da Taylor. La diffusione della fabbrica taylorista-fordista ebbe conseguenze sociali di rilievo. Nelle grandi aziende automatizzate mutò profondamente la composizione sociale e professionale della classe operaia: diminuì la quota dei lavoratori qualificati e aumentò quella degli operai comuni specializzati in un'unica mansione di lavoro. Inoltre, ai “vecchi” ceti medi si venne affiancando una nuova classe media in espansione, costituita per la maggior parte di impiegati pubblici e privati. Contemporaneamente si andava sviluppando il settore terziario, con la diffusione della commercializzazione su larga scala, della pubblicità, della vendita rateale, dei mezzi di comunicazione di massa. Fu questa l’epoca in cui i “colletti bianchi” in contrapposizione ai “colletti blu” (operai), divennero un ceto sociale di importanza fondamentale.

In questo quadro positivo, un elemento di forte debolezza era rappresentato dall’instabilità del sistema economico e monetario internazionale. Sappiamo che vigeva allora il principio monetario del gold standard, per cui il valore delle monete era ancorato all’oro presente nelle banche centrale. La guerra, però, aveva bruciato le riserve auree europee e i paesi belligeranti avevano sospeso la convertibilità in oro delle loro valute, stampando moneta in quantità. Nel dopoguerra le riserve di oro disponibili erano molto inferiori al valore degli scambi internazionali e non era più possibile mantenere il meccanismo del gold standard; nel 1925 si adottò quindi il sistema gold exchange standard, per cui il valore aureo delle monete poteva essere garantito anche con il possesso di sterline, convertibili in oro.

L’instabilità del sistema monetario internazionale fu uno dei fattori che propagarono e aggravarono la crisi economica apertasi nel 1929 negli Stati Uniti. Questa crisi ha una precisa data di inizio: 24 ottobre 1929, il “giovedì nero” in cui crollò la Borsa di Wall Street, a New York. Per comprendere le cause della crisi, occorre considerare l’andamento dell’economia statunitense negli anni venti. C’era stato un boom economico senza precedenti. In tutto il decennio precedente, la crescita della produzione e dei profitti era stata superiore a quella dei salari, portando a un indebolimento della domanda. Emersero poi, nella seconda metà degli anni venti, difficoltà nel settore agricolo. A questi fattori di debolezza si sommò la speculazione finanziaria. In sostanza il settore finanziario dell’economia si gonfiava a dismisura, senza una corrispondente crescita del settore reale: alla crescita abnorme del mercato dei titoli azionari non corrispondeva un aumento della ricchezza prodotta e consumata. Il 24 ottobre 1929 l’indice di Wall Street iniziò a scendere. Si diffuse il panico: più si vendeva, più il valore delle azioni diminuiva. Tutti i tentativi da parte delle banche per arginare il crollo risultavano vani. Si avviò una spirale di caduta dell’economia che durò ben 4 anni. Le banche ridussero, a loro volta, i finanziamenti, sia alle imprese, sia ai privati. Tutto il sistema entrò in una grave crisi di liquidità: mancava cioè il denaro per finanziare le attività economiche. La domanda dei beni di consumo diminuì ulteriormente. Si avviò una sempre più accelerata deflazione dell’economia.

Sul piano internazionale le conseguenze della crisi di Wall Street furono gravissime, a causa della quota di produzione mondiale ormai detenuta dagli Stati Uniti (45%) e dai legami finanziari strettissimi con l’Europa e l’America latina: le importazioni statunitensi diminuirono drasticamente e si interruppe il flusso di capitali statunitensi verso l’Europa. Ciò provocò una recessione economica e una caduta dei commerci a livello internazionale. La caduta dei prezzi penalizzò principalmente i paesi esportatori dell’America latina; in Europa la crisi fu particolarmente grave in Germania e in Austria. La crisi spinse tutti gli stati a rinchiudersi economicamente, adottando politica protezionistiche, e ad accentuare la concorrenza con gli altri stati attraverso svalutazioni della moneta.

Le novità portate da Roosevelt non riguardarono solo l’adozione di nuove misure di politica economica per uscire dalla grave crisi, ma l’instaurazione di un nuovo clima culturale, di un nuovo programma civile e ideale proposto alla nazione secondo uno stile caratteristico di tutti i grandi presidenti democratici. Il New Deal fu un programma economico, che introduceva nel sistema capitalistico statunitense un’importante novità: l’intervento dello stato nella vita economica. Il governo agì in due principali direzioni: il sostegno della domanda attraverso la spesa pubblica; l’introduzione di misure di ordinamento e di controllo. Dal punto di vista strettamente economico, i risultati del New Deal furono inferiori alle attese: alla fine degli anni trenta, gli Stati Uniti erano ancora lontani dall’avere recuperato il livello di ricchezza esistente prima della crisi.

Il secondo New Deal si caratterizzò per la miscela di misure economiche e di provvedimenti finalizzati alla sicurezza sociale, alla ricerca di un consenso popolare che permettesse all’amministrazione di superare gli ostacoli politici. Uno dei caratteri fondamentali che il governo utilizzò per ottenere tale consenso fu l’instaurazione di un diverso rapporto con i sindacati. Tutto il programma di Roosevelt fu accompagnato e gestito da una massiccia opera di propaganda, tendente a creare nel paese un clima di consenso.


IL REGIME FASCISTA
Il progetto politico di Mussolini mirò alla “fascistizzazione” dello stato e della società civile. Dal punto di vista istituzionale, furono presi provvedimenti che trasformarono profondamente lo stato italiano costituzionale, parlamentare e liberale, pur nel rispetto formale dello Statuto albertino. Punto di partenza di tale trasformazione furono le leggi dette “fascistissime” del 1925-26. L’intensa attività legislativa portò con sé la soppressione della libertà di associazione; la sostituzione dei sindaci elettivi con podestà nominati dal sovrano e direttamente subordinati ai prefetti; la chiusura dei giornali antifascisti e l’imposizione di una severa censura sulla stampa; l’istituzione del Tribunale speciale per la difesa dello stato. Il potere legislativo risultò totalmente subordinato all’esecutivo e il parlamento finì per assumere una funzione decorativa, ancor più accentuata dalla legge elettorale plebiscitaria del 1928 (la quale prevedeva che l’elettore potesse dire solamente“si”o”no”). La violenza squadrista non era più necessaria nel momento in cui il regime aveva perfezionato i suoi strumenti repressivi, grazie al Tribunale speciale, alla Milizia, all’efficiente polizia segreta e al pieno controllo delle forze dell’ordine. Mussolini tolse la direzione del partito allo squadrista cremonese Farinacei e trasformò il partito stesso in una struttura burocratica e gerarchica; organo supremo del partito era il Gran consiglio del fascismo, presieduto dal Duce. Il fascismo abolì ogni libertà di contrattazione sindacale. Nell’ottobre 1925 si giunse a un accordo tra la Confindustria e la Confederazione, il patto di palazzo Vidoni, che dava efficacia giuridica ai soli contrati di lavoro stipulati dai sindacati fascisti; lo sciopero e la serrata furono proibiti per legge.

Tutti i settori della produzione, del lavoro e delle professioni dovevano essere organizzati in corporazioni e attraverso queste lo stato fascista si proponeva come guida della vita produttiva e sede di conciliazione e superamento dei conflitti sociali: in realtà questa esaltazione dello stato si tradusse nella soppressione di ogni libertà politica e autonomia sociale. Nel gennaio 1939 si giunse effettivamente all’istituzione della camera dei fasci e delle corporazioni, che abrogava la camera dei deputati. Alla repressione del dissenso e alla legislazione liberticida il fascismo affiancò un’intensa opera di consenso utilizzando strumenti propagandistici (con mezzi di comunicazione di massa e fu fondato un nuovo ente radiofonico) e tentando di orientare e irreggimentare i modi di pensare, la mentalità, le stesse attriti quotidiane delle grandi masse (controllo dei mezzi di comunicazione).

L’iscrizione al partito divenne obbligatoria per i dipendenti pubblici ed era un requisito per ottenere impieghi e promozioni. Il partito controllava poi le diverse istituzioni di massa istituite dal regime per educare la gioventù ai valori fascisti. Notevole diffusione ebbe poi l’Opera nazionale dopolavoro, che organizzava il tempo libero dei lavoratori con gite, gare sportive, spettacoli, sconti. Sotto la gestione di Achille Starace il partito conobbe un’enorme espansione e divenne una gigantesca macchina burocratica, ma al tempo stesso un importante canale di promozione sociale politicizzata, capace di distribuire ad ampi strati sociali piccolo-borghesi non solo stipendi, ma riconoscimento e prestigio.

La ricerca del massimo consenso e della stabilità politica per il regime fu anche alla base dello sforzo di Mussolini per arrivare a una Conciliazione fra stato e chiesa. L’11 Febbraio 1929 Mussolini e il Cardinale Pietro Gasparri firmarono i Patti Lateranensi, composti di tre documenti: un trattato, con cui la Santa sede riconosceva la sovranità dello stato italiano, con Roma capitale, e lo stato riconosceva la sovranità pontificia sulla Città del Vaticano; la convenzione finanziaria, con cui lo stato versava al Vaticano una somma a titolo di indennità; il Concordato, destinato a regolare i rapporti fra stato e chiesa. Il Concordato limitava l’autorità della legislazione civile su punti importanti: conferiva effetti civili al matrimonio religioso e proclamava la dottrina cattolica estendendone l’insegnamento anche alle scuole secondarie. Il concordato garantiva l’autonomia all’Azione cattolica. Il fascismo ottenne con i Patti Lateranensi una sorta di riconoscimento di fatto da parte della Chiesa. Non mancarono momenti di tensione.

LA POLITICA ECONOMICA DEL FASCISMO
La politica economica del fascismo attraversò diverse fasi. In un primo periodo fu una politica essenzialmente liberista. Il governo attuò da un lato una serie di provvedimenti che favorirono la libertà di iniziativa economica, dall’altro agì per diminuire la spesa pubblica. I risultati furono notevoli: l’Italia potè agganciarsi alla favorevole fase dell’economia internazionale della prima metà degli anni venti, conoscendo dal 1923 al 25 una fase di intenso sviluppo economico.

Tra il 1925 e il 1930 iniziarono a emergere diverse difficoltà economiche. In questa situazione, la stabilizzazione economica e finanziaria divenne una priorità assoluta per Mussolini, per difendere la credibilità del regime sia all’interno, sia soprattutto all’estero. In un famoso discorso a Pesaro (18 agosto 1926), Mussolini annunciò la rivalutazione della lira, compiendo una brusca svolta rispetto alla politica economica seguita sino a quel momento: il cambio con la sterlina venne poi fissato a 90 lire (da qui,”quota novanta”). Dietro la retorica mussoliniana si celava l’annuncio di una dura manovra deflazionistica. Si ripristinò il dazio sul grano e sullo zucchero, si ridusse fortemente la moneta circolante e si intensificò il controllo sul credito attraverso la Banca d’Italia. Tale manovra ottenne alcuni risultati positivi: l’inflazione venne raffreddata; cessò la speculazione contro la lira e consistenti flussi di capitali stranieri iniziarono a prendere la via dell’Italia.
L’altra faccia della medaglia fu il rallentamento dell’economia e l’ulteriore compressione dei consumi: i braccianti e gli operai di fabbrica videro le loro retribuzioni diminuire rispetto ai livelli del dopoguerra, più di quanto non si riducessero i prezzi. Ma la svolta della “quota novanta” ebbe conseguenze di più lungo periodo: la deflazione implicò una trasformazione strutturale dell’industria italiana. La rivalutazione della moneta danneggiò le industrie esportatrici perché ne rese i prodotti meno competitivi all’estero, ma non la grande industria che lavorava prevalentemente per il mercato interno e che si giovò della protezione doganale e del minor costo delle importazioni.

L’intervento dello stato in economia divenne, nel terzo periodo (anni trenta) una vera e propria forma di dirigismo economico. Anche in Italia infatti le conseguenze della crisi del 29 si fecero sentire pesantemente. La crisi non fece altro che accelerare le tendenza già avviate con la rivalutazione di “quota novanta”. Il regime reagì, da un lato, riducendo le retribuzioni e comprimendo i consumi privati e, dall’altro, intensificando con nuovi strumenti il suo ruolo di direzione dell’economia. L’operazione più importante fu la creazione nel 1933 dell’Istituto per la ricostruzione industriale, un ente pubblico che acquisì la proprietà delle maggiori banche e dei pacchetti azionari delle imprese da questi posseduti col fine di impedirne il tracollo. Lo stato divenne proprietario di oltre il 20% dell’intero capitale azionario nazionale: lo stato si trovò a essere imprenditore e banchiere italiano.

L’enorme dilatazione della presenza dello stato nell’economia e nella vita sociale avvenne non tramite le istituzione cooperative, ma con la moltiplicazione degli enti pubblici. Accanto agli enti pubblici economici si svilupparono quelli assistenziali e previdenziali, mutualistici e pensionistici. Questi enti in parte unificavano istituti già creati alla fine dell’Ottocento, in parte vennero istituiti dal regime. In questo modo anche lo stato fascista assunse i caratteri dello stato assistenziale. Quasi tutti i settori della vita economica e sociale (previdenza, assistenza, assicurazione, industria, sport, agricoltura, turismo, spettacolo, cultura) vennero interessati dalla creazione di enti, tanto da dar luogo a una sorta di “amministrazione per enti”.

 LA GUERRA D’ETIOPIA E LE LEGGI RAZZIALI
In campo coloniale l’obiettivo del regime era di riconquistare gran parte della Libia, di cui l’Italia, durante la guerra, avevo perso il controllo. La resistenza dei ribelli fu vinta con le armi, in una lotta che fu condotta con
metodi molto violenti. In Somalia il dominio italiano, limitato inizialmente a un’area piuttosto ristretta, venne ampliato, anche in questo caso piegando con la forza la resistenza delle popolazioni e dei vari campi locali. Furono avviate imprese di colonizzazione, affidate a società private con il sostegno del governo e con l’impiego di lavoro coatto indigeno. Costruzioni di strade e opere di bonifica furono compiute anche in Eritrea, la cui importanza era più strategica che economica.

La decisione di procedere alla conquista militare dell’Etiopia maturò fra il 1932 e il 1934. Diverse motivazioni indussero Mussolini a lanciare l’Italia in un’impresa coloniale difficile. Agivano motivi di prestigio internazionale, di carattere economico e di politica interna: l’espansione coloniale vista come mezzo per consolidare il consenso e cementare l’unità della nazione. Il re e parte delle gerarchie militari e politiche del regime erano contrari all’impresa, temendo che provocasse un conflitto con Francia e Gran Bretagna. In realtà entrambe le potenze democratiche erano interessate a mantenere buoni rapporti con l’Italia per timore di un’alleanza Hitler-Mussolini.

Il 3 Ottobre 1935 le truppe italiane iniziarono l’invasione dell’Etiopia. Dopo una campagna militare l’invasione si concluse con la presa di Addis Abeba e la fuga del negus (imperatore) Hailè Selassiè. incominciava al tempo stesso una guerriglia che gli italiani non riusciranno mai a stroncare completamente. Mussolini in un famoso discorso, annunciò agli italiani la fondazione dell’impero dell’Africa orientale italiana. Vittorio Emanuele III aggiunse al titolo di re d’Italia quello di imperatore di Etiopia. La condanna dell’impresa da parte dell’opinione pubblica internazionale fu unanime. La Società delle nazioni dichiarò l’Italia paese aggressore e applicò ai suoi danni sanzioni economiche. L’impresa d’Etiopia determinò una nuova collocazione internazionale dell’Italia, che ruppe il legame con le potenze democratiche occidentali, e si andò orientando sempre più decisamente verso l’alleanza con la Germania. In campo economico, si verificò un’accelerazione della tendenza all’autarchia. La conquista dell’Etiopia segnò il momento più alto nel consenso del regime. Straordinarie manifestazioni si entusiasmo accolsero l’impresa e la sua vittoriosa conclusione.

Il totalitarismo fascista fu “imperfetto”, non solo perché rimasero sempre attivi centri di potere che non erano pienamente assorbiti da esso, ma anche perché neppure della fase massimo consenso si realizzò quell’identificazione tra “italiano” e “fascista” che era uno dei grandi obiettivi di Mussolini e della sua visione totalitaria della politica e dello stato. La tragica vicenda della guerra mondiale e della rapida fine del regime, pochi anni dopo, avrebbe rivelato come il fascismo non solo avesse trasformato gli italiani in soldati, ma li avesse risospinti nella stessa condizione di sudditi passivi e manipolati. La storiografia è concorde nel rilevare una rapida erosione del consenso a partire dal 1938, anche presso le classi medie e la borghesia imprenditoriale. Quanto più il fascismo accentuava la sua spinta totalitaria, tanto meno sembrava in condizione di suscitare energie attive nella società civile. Non a caso, Mussolini lanciò una violenta campagna “antiborghese”, accusando la borghesia italiana di scetticismo, apatia, scarso spirito nazionale. In questo qudro si colloca anche la legislazione razziale e antisemita.

La legislazione razziale venne approvata nell’autunno del 1938. Furono introdotte leggi discriminatorie nei confronti degli ebrei, quali il divieto di sposarsi con cittadini italiani “ariani”, l’esclusione dal servizio militare e dalle cariche pubbliche, la limitazione nell’esercizio di attività economiche e di libere professioni. Il provvedimento raccolse, in realtà, il consenso solo di una minoranza e fu accolto dall’opinione pubblica con perplessità o indifferenza. L’introduzione delle leggi razziali rientrava pienamente in quell’avversione per il “diverso”, in quella mentalità antidemocratica e antiegualitaria che era caratteristica dell’ideologia fascista.


 L’ANTIFASCISMO
Un movimento di opposizione attiva al regime non cessò mai di operare, nonostante la repressione. Fu una minoranza, che ebbe scarsa possibilità di incidere sulla vita politica italiana, ma tenne vivi gli ideali che poi si tradurranno nella fondazione dell’Italia repubblicana. Nella storia dell’antifascismo si distinguono due periodi. Nella prima fase l’opposizione ebbe carattere spontaneo: venne condotta dagli operai, dai contadini, dai militanti socialisti, comunisti e cattolici colpiti dalla violenza dello squadrismo. Il punto di svolta si ebbe con le leggi liberticide del 1926 e l’instaurazione della dittatura di Mussolini. I dirigenti più in vista dell’opposizione ripararono all’estero dando vita al fenomeno di fuoriuscitismo, esso svolgeva essenzialmente un’opera di propaganda contro il fascismo, scontando però la divisione fra i comunisti da un lato e, dall’altro, la Concentrazione d’azione antifascista.

Solo il Partito comunista scelse una rete organizzativa clandestina nel paese, guidata da un Centro interno. Sino al 1934 il Partito comunista operò in condizione di isolamento, anzi di opposizione rispetto alle altre forze antifasciste, seguendo la linea politica dell’Internazionale comunista, che aveva dato ai partiti aderenti l’indicazione di contrapporsi ai socialisti e ai liberaldemocratici, considerati, in quanto partiti borghesi, oggettivamente alleati del fascismo. Solo di fronte all’affermarsi dei fascismi in gran parte d’Europa vi fu un mutamento di linea nell’Internazionale. Ciò rese possibile nel 1934 un patto di unità d’azione fra socialisti e comunisti, rinsaldato poi dalla partecipazione alla guerra civile spagnola (1936-39) in difesa della repubblica e contro Franco. Insieme ai comunisti, il gruppo più attivo nella lotta antifascista fu il movimento Giustizia e libertà, il quale si ispirava al liberalismo radicale del torinese Gobetti.

Accanto a questo antifascismo “attivo” e organizzato ve ne fu poi un altro di tipo culturale, che coinvolse intellettuali e uomini di cultura i quali manifestarono un opposizione, pur senza darle mai un carattere decisamente politico. Il più importante fra questi intellettuali fu il filosofo Benedetto Croce, il quale fece un opposizione morale e intellettuale. L’opposizione di Croce nasceva dal suo pensiero razionalista e liberale: di qui derivò il suo giudizio sul fascismo come “malattia morale”.
I marxisti vedevano nel fascismo uno strumento di oppressione dei lavoratori e di sconfitta del movimento operaio; i liberaldemocratici, come Gobetti, ne intrecciavano le origini nella storia della nazione, caratterizzata da una borghesia debole, trasformista e incapace di vere riforme; Croce, invece, interpretò il fascismo come una fase di crisi morale, un abbandono momentaneo dei valori della ragione e della libertà incarnatosi in un regime dispotico e dittatoriale.
Importante fu anche l’atteggiamento di non adesione al fascismo tenuto da alcuni esponenti cattolici. In seguito ai Patti Lateranensi una parte degli intellettuali cattolici prese decisamente posizione a favore del regime; altri tennero un atteggiamento più critico, che si manifestò in forme di dissenso intellettuale e culturale.


IL DOPOGUERRA IN GERMANIA
La Germania fu il paese in cui la crisi del dopoguerra ebbe gli sviluppi più drammatici e le conseguenze più gravi per la storia dell’intera Europa. Nell’ottobre del 1918 interi reparti dell’esercito e della marina si ammutinarono, chiedendo la pace e le dimissioni dell’imperatore. Si formarono migliaia di consigli di operai, soldati e marinai che controllavano in armi i centri nevralgici del paese. Gli stessi ufficiali fecero pressione sull’imperatore Guglielmo II perché abdicasse. Il 9 novembre 1918 il kaiser fuggì nei Paesi Bassi e venne proclamata la repubblica.
Dopo la fuga del kaiser nell’attesa di eleggere un’assemblea costituente, venne istituito un governo provvisorio affidato a Ebert (socialdemocratico). All’interno della sinistra vi erano però profonde divergenze. La maggioranza era costituita dal Partito socialdemocratico (Spd), era favorevole a una soluzione parlamentare della crisi e ostile a uno sviluppo in senso rivoluzionario. La posizione degli spartachisti invece, era diversa, infatti, diedero vita al partito comunista tedesco. Erano capeggiati da Luxemburg e Liebknecht, volevano una rivoluzione socialista, che si sarebbe dovuta attuare con la presa di potere da parte dei consigli degli operai e dei soldati.
Oltre ai socialisti con le loro divisioni interne, vi era poi il centro di potere che era occupato dalle alte gerarchie militari dominate dal maresciallo prussiano Hindenburg. Volevano riportare ordine nel paese, contrastando la forza della sinistra, proprio per questo scopo istituirono i Corpi franchi, che erano dei volontari guidati da ex ufficiali o sottoufficiali, volevano continuare la guerra all’esterno, ma anche all’interno della Germania lottando contro i “rossi” (comunisti). La tragedia del movimento socialista si consumò a Berlino quando gli spartachisti tentarono di attuare una insurrezione. Il governo provvisorio socialdemocratico reagì duramente invocando l’intervento dei militari. In sei giorni di lotta fratricida, la “settimana di sangue”, la rivoluzione comunista fu stroncata. Centinaia di militanti rivoluzionari furono fucilati nelle strade delle città.

Nell’agosto del 1919 fu approvata la Costituzione di Weimar dal nome della città in cui si tennero i lavori dell’assemblea costituente. Venne costruito un governo di coalizione, presieduto dal socialdemocratico Scheidemann e formato dalla Spd dai cattolici e dai liberaldemocratici. Vennero introdotte nuove riforme sociali (giornata lavorativa di 8 ore, miglioramento del sistema assicurativo sociale) cercando di assicurare stabilità al paese. I primi anni della repubblica di Weimar furono molto difficili. C’era disordine, assassini politici e l’economia era stremata dalla lunga guerra. La situazione si aggravò ulteriormente con l’occupazione della Ruhr, la maggiore zona industriale tedesca avvenuta nel 1923, nello stesso anno fallì anche il colpo di stato tentato a Monaco da Hitler, che era a capo di un partito dell’estrema destra, la Nsdap (partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori).
A livello economico l’inflazione e la svalutazione nel 1923 raggiunsero valori impressionanti, devastanti dal punto di vista sociale, creando un dislivello a livello sociale in cui i ricchi si arricchivano sempre di più mentre i ricchi si arricchivano. Ciò causò un forte malcontento tra i ceti medi, che si videro declassare sia a livello economico sia sociale. La situazione economica si stabilizzò nel 1924. Ciò fu possibile grazie all’aiuto economico fornito dagli USA. Infatti, gli americani si convinsero della necessità di favorire la ripresa economica tedesca; così facendo si sarebbe creata una potenza stabile al centro dell’Europa dando nuovi impulsi ai commerci internazionali. Nell’estate del 1924 fu varato il piano Dawes che concedeva alla Germania più tempo per pagare i propri debiti agli USA e assicurava all’industria tedesca ampi finanziamenti. Come conseguenza si venne a creare anche un periodo stabilità politica grazie a Stresemann, il quale non solo mirò a rassicurare le potenze occidentali sull’affidabilità della Germania, ma abbandonò la revisione del trattato di Versailles. L’anno seguente Francia e Germania stipularono il trattato di Locarno, che stabilizzava la situazione a occidente secondo quanto stabilito a Versailles e inoltre impegnava entrambi gli stati a non oltrepassare la frontiera comune. La Germania venne annessa alla società delle nazioni.

IL REGIME NAZISTA
La stabilità raggiunta dalla Germania weimariana rivelò tutta la sua precarietà quando le conseguenze della crisi economica del 1929 si abbatterono con violenza sul paese: l’economia tedesca, legata ai finanziamenti USA, soffrì più di altre le conseguenze del crollo di Wall Street. Nel giro di pochi anni la produzione industriale si dimezzò e i disoccupati aumentarono (1⁄3 della popolazione attiva). I conflitti sindacali ripresero con intensità. È in questo quadro che si colloca l’ascesa al potere di Hitler.
Nato in Austria, da una famiglia di impiegati. Hitler aveva risentito profondamente della delusione per la sconfitta e dell’umiliazione per i trattati di pace, attribuendone la responsabilità ai “traditori di novembre” (esponenti del governo socialdemocratico repubblicano). Nel 1920 aveva fondato a Monaco un piccolo partito di destra che prese il nome di Partito nazionalsocialista operaio tedesco (Nsdap). Grande ammiratore di Mussolini, aveva anche organizzato delle squadre militari (le S.A.) per colpire i militanti della sinistra. Con questi strumenti Hitler tentò nel 1923 un colpo di stato in Baviera: fu un fallimento.

L’ideologia hitleriana era talmente vasta che riuniva dentro di sé gli strati più ampi della società. Già il nome stesso del partito nazionalsocialista faceva riferimento alle più diffuse ideologie di massa del ‘900 quella nazionalista e quella socialista. In quanto nazionalista faceva riferimento alla sconfitta subita e predicava una revisione dei trattati di pace ritenuti ingiusti, proponeva un’espansione della Germania come grande potenza riallacciandosi alla tradizione del pangermanesimo. Per quanto riguarda il carattere socialista, Hitler proponeva un socialismo antimarxista, basato non sui valori della classe operai, ma su quelli della comunità del popolo tedesco e sul potere di uno stato forte, che avrebbe garantito giustizia sociale e unità a tutta la nazione. Hitler propagandava l’odio contro i ricchi, che si arricchivano nonostante la crisi, e la distruzione dei “rossi”. Le persone che aderirono all’ideologia hitleriana costituì un elettorato eterogeneo, giovanile, più maschile che femminile, più protestante che cattolico, più diffuso nelle campagne e nelle piccole città che nei grandi centri, appartenenti per lo più ai ceti medi. Era anche una sorta di “partito di integrazione delle masse” poiché otteneva consensi le elite economico-finanziarie e presso lo stato maggiore dell’esercito.

I caratteri di nazionalismo, militarismo, pangermanesimo e antisocialismo si fusero insieme dando origine all’antisemitismo e al razzismo. L’antisemitismo precede l’anticomunismo e consiste nella revoca dei diritti civili agli ebrei. Successivamente antisemitismo e antibolscevismo si fusero facendo diventare la razza ebrea, il capro espiatorio della crisi. Gli ebrei divennero il nemico per eccellenza l’antisemitismo era già tradizionalmente presente in Germania, ma con Hitler antisemitismo e razzismo si fusero, venendo messi al servizio della politica. Hitler non solo predicava l’odio contro gli ebrei, ma li giudicava di razza inferiore, contrapponendovi i tedeschi ariani come razza eletta. All’antisemitismo “emotivo” si oppose quello “razionale” volto a estirpare la razza ebraica in quanto tale.

La svolta decisiva si ebbe tra il 1930 e il 1932. Dopo la morte di Stresemann (1929) il governo venne sostituito con un esecutivo diretto dal cattolico Brüning. Non avendo ottenuto una maggioranza parlamentare, fu costretto a ricorrere sia all’appoggio della destra e della sinistra, sia a utilizzare l’articolo 48 della Costituzione, che gli consentiva di scavalcare il parlamento con decreti di emergenza. Durante il governo di Brüning, il potere legislativo del parlamento si venne indebolendo sempre di più rafforzando quello del presidente. La repubblica di Weimar si basava su una serie di compromessi tra i ceti dominanti e la classe operaia. Questo compromesso si esprimeva nei governi di coalizione tra i socialdemocratici, i liberali e i cattolici. Questi equilibri vennero mantenuti finché l’economia si sviluppava, ma entrarono in crisi con il 1929 e il 1930. Mentre gli scioperi crescevano, la disoccupazione dilagava e la ripresa dei conflitti sindacali, il governo di Weimar non riuscì a elaborare efficaci strategie economiche poiché una nuova ondata inflazionistica colpì il potere d’acquisto dei salari. Il paese divenne sempre più ingovernabile sul piano politico. Si fece ricorso a più elezioni proprio perché non si riusciva a trovare maggioranze stabili. Alle elezioni presidenziali dell’aprile del 1931 Hitler ottenne il 36% dei voti (contro il 53% del presidente Hindenburg), era l’uomo su cui la destra puntava. Nelle elezioni del 1932 Hitler, in seguito al suo successo elettorale del luglio 1932, pretese che gli venisse affidato il governo ma Hindenburg rifiutò di nuovo. Alle elezioni successive (novembre 1932) la Nsdpa perse circa 2 milioni di voti. All’inizio del 1933 Hindenburg si decise ad affidare a Hitler la carica di cancelliere. Salito alla testa di un governo di coalizione con i partiti conservatori Hitler impiegò sei mesi a distruggere la democrazia e a costruire uno stato totalitario. Nel marzo 1933 si tennero nuove elezioni, precedute da intimidazioni e violenze. L’incendio del Reichstag (parlamento) fornì il pretesto per una “retata”.

 IL SISTEMA TOTALITARIO
Il Partito comunista fu messo fuori legge e i suoi parlamentari privati del mandato. Hitler ottenne dal Parlamento i pieni poteri. In pochi mesi, ogni garanzia costituzionale e ogni libertà e possibilità di dissenso vennero abolite. I giornali di opposizione vennero chiusi, e lo stesso accadde alle sedi sindacali; quindi fu sciolto il Partito socialdemocratico. Nello stesso tempo un numero di dirigenti politici dell’opposizione venne imprigionato o direttamente eliminato. Il 20 marzo 1933 venne costituito, a Dachau, il primo campo di concentramento per prigionieri politici. Successivamente fu emanata una legge che dichiarava disciolti tutti i partiti, salvo quello nazionalsocialista. Hitler procedette a cancellare ogni opposizione.

Già alla metà del 1934, lo stato totalitario nazista poteva dirsi costruito. Hitler attuò una completa fusione tra partito e stato, il che significa che non esistevano più organi istituzionali in grado di esprimere una volontà politica autonoma o diversa da quella del Partito e del suo capo. Il fuhrer era l’unica fonte del diritto e disponeva di un potere assoluto in ogni settore. La disarticolazione delle strutture tradizionali dello stato (governo e burocrazia) avvenne, da un lato, accrescendo la tendenza di Hitler a emanare nuove leggi da solo; dall’altro, attraverso la creazione di una pluralità di centri di potere gestiti da uomini fedeli al capo: il Partito, la Gestapo (polizia segreta del regime); le molte istituzioni speciali, come la Todt, il piano quadriennale e le organizzazioni di consenso. Le SS e la Gestapo erano gli strumenti repressivi con i quali il nazismo incarcerò, eliminò o costrinse all’esilio ogni possibile oppositore. Ma il potere nazista si articolava poi in una serie di organizzazioni destinate a controllare tutte le attività della società civile. Grande importanza ebbe il Fronte del lavoro (organizzazione gestita dal partito che inquadrava tutti i “lavoratori del braccio e della mente” dal punto di vista sindacale, assistenziale e ricreativo. Soppressa ogni libera attività sindacale, lo stato controllava direttamente tutti gli aspetti della vita lavorativa e produttiva attraverso le corporazioni.
“Il lavoro rende liberi” è l’iscrizioni posta sull’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz.

Il regime nazista manipolò le coscienze iniziando dai giovani dando loro una formazione adeguata, attraverso il controllo sulla scuola e le attività della Gioventù hitleriana. Il regime nazista intervenne anche in ambito culturale e scientifico moltissimi furono gli intellettuali che furono costretti a prendere la via dell’esilio perché ebrei o contrari al regime nazista: Einstein, Mann, Brecht. Grazie all’aiuto di Goebbels, responsabile della cultura e della propaganda, di cui ne fece uno strumento fondamentale per guadagnare consensi utilizzando i più moderni mezzi di comunicazione di massa (radio e cinematografo) altro strumento che Hitler utilizzò per manipolare le coscienze furono le grandi adunate sotto il simbolo nazista: la svastica. Il nazismo costituì una vera e propria negazione di tutti i valori di libertà, democrazia e giustizia che sia l’illuminismo sia la rivoluzione francese e poi il socialismo avevano proclamato e poi cercato di attuare.

Di tutti i valori quello che il nazismo negò con più forza fu quello dell’uguaglianza di diritti tra tutti gli uomini. I nazisti parlavano di ideologia della disuguaglianza, che si esprimeva con l’obbedienza al “capo” in ogni settore e ciò avveniva soprattutto con il razzismo e l’antisemitismo. Il razzismo hitleriano si fonda sull’idea dell’eliminazione del diverso come unica modalità per preservare la purezza della razza eletta. La persecuzione contro gli ebrei si sviluppò per gradi: inizialmente vennero esclusi dalla pubblica amministrazione, dall’insegnamento e dal giornalismo, poi seguirono le leggi di Norimberga che privavano i non ariani della cittadinanza all’interno del Reich e proibivano i matrimoni tra ariani ed ebrei. Poi ci fu la “notte dei cristalli” notte nella quale ci fu la requisizione dei beni appartenenti agli ebrei, c

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