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L'Unione Sovietica nel 1950

Il dopo Stalin
La vita politica e sociale dell’Unione Sovietica cambiò in maniera radicale negli anni Cinquanta in seguito alla morte di Stalin, avvenuta il 5 marzo 1953. I dirigenti si posero immediatamente il problema di non dare al paese e all’opinione pubblica internazionale l’impressione che si fosse aperto un vuoto di potere, ma non era impresa facile. Stalin era stato, infatti, non solo il padrone assoluto dell’Unione Sovietica per un periodo di oltre trent’anni, ma aveva accentrato nella sua persona una quantità di cariche istituzionali che avevano dato un unico sconfinato potere al leader del partito.
Le alte sfere del Cremlino decisero inizialmente per una gestione collegiale del potere tra i maggiori ex collaboratori dello statista scomparso. Tra essi, Georgij Malenkov fu nominato presidente del consiglio, Vjaceslav Molotov messo a capo della politica estera sovietica, Lavrentij Berija capo della polizia e ministro degli Interni, mentre Nikita Kruscev vantava una posizione di grande potere nel partito. La nuova direzione collegiale capì che il terrore staliniano doveva essere allentato e che innalzare il tenore di vita della popolazione era un obiettivo prioritario. L’allentamento del clima di terrore provocò, però, una lotta interna al gruppo dirigente causata dai dissidi tra i fautori di una profonda innovazione nella gestione del potere e i sostenitori del vecchio sistema. Berija, troppo compromesso con il terrore staliniano, venne eliminato in circostanze che non sono mai state chiarite. In politica economica Malenkov promise, nell’estate del 1953, maggiore impegno nello sviluppo dell’industria leggera e nell’incentivazione dei consumi di massa, ma rimase tuttavia vittima delle difficoltà che la nuova linea comportava; venne in seguito deposto e sostituito dal maresciallo Nikolaj Bulganin. La fase collegiale di gestione del potere terminò alla fine del 1953 con l’ascesa al potere di Kruscev.

L'ascesa al potere di Kruscev
Quando nel novembre del 1953 Nikita Kruscev salì al potere, scelse come collaboratori uomini non compromessi col passato regime staliniano. Le sue scelte in politica estera furono discutibili ma coraggiose: creò il Patto di Varsavia, sciolse il Cominform e prese la drammatica decisione di reprimere nel sangue la rivolta ungherese. Allo stesso tempo l’URSS cominciava a guardare con crescente interesse agli stati asiatici ed africani, da poco indipendenti, fornendo a questi assistenza economica e militare. In politica interna, anche se non mutò gli indirizzi precedenti, Kruscev non ricorse alle purghe che avevano così pesantemente condizionato l’andamento della vita civile e politica del paese durante l’era staliniana. In economia realizzò una serie di riforme nel settore agricolo e favorì l’incremento della produzione industriale conquistando così una buona base di consenso popolare. L’incontro al vertice di Ginevra (18-23 luglio 1955), costituì una tappa importante del processo di "disgelo" nelle relazioni diplomatiche dei due blocchi. Al mutato contesto Krusciev faceva seguire la teorizzazione di una coesistenza competitiva dei due blocchi in cui le due superpotenze si impegnassero a dimostrare la propria superiorità in campo economico, culturale, sociale, escludendo l’uso della forza. La lotta tra USA e URSS per il primato nella conquista dello spazio ne costituisce un esempio. Divenuto padrone assoluto del paese, cumulando nel 1957 le cariche di segretario del Partito comunista e di primo ministro, Kruscev gestì con fermezza ma con oculatezza la politica sovietica. In quegli anni i rapporti con gli Stati Uniti segnarono alti e bassi. Dopo l’incontro con il presidente Eisenhower nel 1959 a Camp David, l’abbattimento di un aereo spia americano nel 1960 creò nuova tensione, che venne però superata grazie ai buoni rapporti tra Kruscev e il nuovo presidente J.F. Kennedy.

Il XX congresso del PCUS
Nel corso del XX congresso del PCUS (14-25 febbraio 1956), il segretario del Partito comunista Nikita Kruscev tenne due rapporti: uno pubblico in cui proponeva un ritorno al leninismo, affermando la parità dei partiti del blocco comunista e riabilitando la Jugoslavia di Tito; e uno segreto, destinato solo ai dirigenti (ma in seguito reso pubblico dagli Stati Uniti), in cui denunciava il dispotismo di Stalin che veniva accusato di aver violato tutti i principi della legalità socialista: svelava i metodi di repressione del dissenso, i processi prefabbricati, le confessioni estorte con la violenza, e condannava il culto della personalità, intollerabile ed estraneo allo spirito del marxismo-leninismo. Non metteva, tuttavia, in discussione la struttura del potere, e offriva un’immagine della società sovietica ancora sostanzialmente sana. La nuova linea inaugurata da Kruscev provocò non poche crisi interne. Un mese dopo il congresso, nel marzo del 1956, i capi locali della Georgia (regione d’origine di Stalin) insorsero; in aprile la nuova dirigenza sovietica decise lo scioglimento del Cominform e nel mese di maggio iniziarono le operazioni di riduzione delle forze militari. Il Ministro degli Esteri, Molotov, che si dichiarò fedele al regime staliniano, venne sostituito.

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