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Unificazione italiana

L’esperienza liberale in Piemonte e l’opera di Cavour
In Italia, dopo il fallimento delle rivoluzione del 1848-49, il ritorno dei sovrani legittimi e il consolidamento dell’egemonia austriaca bloccarono ogni esperimento riformatore e frenarono lo sviluppo economico dei vari Stati. Lo Stato pontificio fu riorganizzato secondo il vecchio modello teocratico–assolutistico e il Regno delle Due Sicilie ritornò al sistema assolutistico totale. Il Lombardo–Veneto che era stato fino a quel momento la regione economicamente più avanzata della penisola, fu sottoposto a un pesante regime di occupazione militare cui si accompagnò un inasprimento della già forte pressione fiscale che colpiva gli imprenditori, i commercianti e soprattutto i ceti popolari.
Ben diversa da quella degli altri Stati italiani fu la vicenda politica del Piemonte dove venne concesso lo Statuto Albertino. L’opera di modernizzazione dello Stato prevedeva un progetto di legge presentato dal ministro della Giustizia Giuseppe Siccardi che riordinava i rapporti tra lo Stato e Chiesa ponendo fine ai privilegi di cui il clero godeva ancora nel Regno sabaudo. La battaglia per l’approvazione della legge Siccardi vide emergere nelle file della maggioranza liberal – moderata la figura di un nuovo e dinamico leader: il conte Camillo Benso di Cavour, aristocratico uomo d’affari, proprietario terriero e giornalista, direttore di un battagliero organo di stampa dal titolo "Il Risorgimento".

Cavour entrò a far parte del governo come ministro per l’Agricoltura e il Commercio e dopo due anni divenne presidente del Consiglio adottando una linea decisivamente liberoscambista. La conservazione delle libertà costituzionali, lo sviluppo economico, l’accoglienza data agli esuli provenienti dagli altri Stati italiani fecero del Piemonte cavouriano il punto di riferimento per l’opinione pubblica liberale di tutta la penisola.

La diplomazia di Cavour e la seconda guerra d’indipendenza
Nei primi anni di governo Cavour non aveva tra gli obiettivi l’unità italiana ma la sua prima preoccupazione fu quella di portare il Piemonte dal rango di Stato regionale a quello di media potenza europea. Un passo importante in questa direzione fu compiuto nel 1855, quando il governo piemontese rispose positivamente all’invito rivoltogli da Francia e Inghilterra di associarsi alla guerra contro la Russia. In questo modo il Piemonte ottenne di poter partecipare come Stato vincitore al congresso di Parigi del 1856 e di poter sollevare la questione italiana di fronte a un consesso internazionale.

Cavour arrivò così alla conclusione di un’alleanza franco-sabauda ipotizzando una nuova sistemazione dell’intera penisola italiana, che avrebbe dovuto essere divisa in tre Stati: un regno dell’Alta Italia comprendete, oltre al Piemonte il Lombardo-Veneto e l’Emilia-Romagna, sotto la casa sabauda, che in cambio avrebbe ceduto alla Francia i territori di Nizza e della Savoia; un regno dell’Italia centrale formato dalla Toscana e dalle provincie pontificie; un regno meridionale coincidente con quello delle Due Sicilie, liberato dalla dinastia borbonica.
Premessa indispensabile per la riuscita dei progetti di Cavour era comunque la guerra contro l’Austria. Anzi, era necessario che la guerra apparisse provocata dall’Impero asburgico perché l’alleanza con la Francia potesse diventare operante. Il governo piemontese fece il possibile per far salire la tensione con lo Stato vicino: particolare effetto suscitarono le manovre militari al confine. Il governo asburgico finì col cadere nella trappola inviando il 23 aprile 1859 un secco ultimatum al Piemonte che Cavour respinse. Scoppiata la guerra, le truppe franco-piemontesi sconfissero gli austriaci a Magenta, aprendosi la via per Milano. Un successivo contrattacco fu respinto nelle due contemporanee battaglie di Solferino e San Martino.
Ma a questo punto, in una situazione estremamente favorevole dal punto di vista militare, Napoleone III decide di interrompere la campagna e propose agli austriaci un armistizio che fu firmato l’11 luglio 1859 a Villafranca, presso Verona. Con questo accordo l’Impero asburgico rinunciava alla Lombardia e la cedeva alla Francia (che l’avrebbe poi girata al Piemonte) mantenendo il Veneto e le fortezze di Mantova e Pavia. La notizia dell’armistizio suscitò lo sdegno dei democratici italiani e dello stesso Cavour, che rassegnò subito le dimissioni e fu sostituito dal generale La Marmora. Tra i motivi che aveva spinto Napoleone III a un così clamoroso ripensamento c’erano le pressioni dell’opinione pubblica francese impressionata dagli alti costi umani e finanziari della guerra.
A Firenze, Modena e Parma, con c’erano più i sovrani messi in fuga dallo scoppio di alcune insurrezioni. Di fronte a questa situazione Napoleone decise di accettare il fatto compiuto. Cavour, tornato a capo del governo nel gennaio 1860, poté così negoziare la cessione alla Francia di Nizza e della Savoia in cambio dell’assenso francese alle annessioni del Granducato di Toscana, dei Ducati di Modena e di Parma, delle Legazioni pontificie. Nel marzo dello stesso anno, le popolazioni di Emilia, Romagna e Toscana, chiamate a scegliere nella forma del plebiscito, fra l’ annessione al Piemonte e la creazione di regni separati, si pronunciarono a schiacciante maggioranza per la soluzione unitaria.

La spedizione dei Mille e l’unità
Cedendo i suoi territori lo Stato sabaudo cessava di essere uno Stato e si avviava a diventare uno Stato nazionale. Furono due mazziniani, Francesco Crispi e Rosolino Pilo, a concepire il progetto di una spedizione in Sicilia come prima tappa di un movimento insurrezionale che avrebbe dovuto estendersi al continente. L’unico tra i leader democratici che apparisse in grado di assicurare qualche possibilità di riuscita nell’impresa, ritenuta da tutti estremamente rischiosa fu Garibaldi. Cavour, che temeva complicazioni internazionali e vedeva nella spedizione un’occasione di rilancio per i mazziniani, non fece nulla per impedirla.

La spedizione fu così preparata in fretta, con scarso equipaggiamento e pessimo armamento. Nella notte tra il 6 e il 6 maggio 1860, poco più di mille volontari, provenienti da diverse regioni presero il mare a Quarto presso Genova, dopo essersi impadroniti di due navi a vapore. Pochi giorni dopo i volontari sbarcavano a Marsala, nell’estremità occidentale della Sicilia e penetravano nell’interno, accolti con entusiasmo dalla popolazione. Il 15 maggio, a Calatafimi, le colonne garibaldine, accresciute da poche centinaia di insorti siciliani, entrarono in contatto con un contingente borbonico e riuscirono a metterlo in fuga. Quando poi i volontari arrivarono a Palermo la città insorse e alla fine di maggio i contingenti governativi furono costretti ad abbandonare il capoluogo dove Garibaldi proclamò la decadenza della monarchia borbonica. Successivamente Garibaldi riuscì a sbarcare in Calabria, nelle Marche e in Umbria.
Il 21 ottobre in tutte le provincie del Mezzogiorno si tennero plebisciti a suffragio universale maschile a cui si chiedeva agli elettori di accettare o respingere l’annessione allo Stato sabaudo con la sua forma di governo, i suoi ordinamenti, le sue leggi. Molto ampia fu l’affluenza alle urne e addirittura schiacciante la maggioranza dei "sì". Il 17 marzo 1861, il Primo Parlamento nazionale proclamava Vittorio Emanuele II re d’Italia "per grazia di Dio e volontà della nazione".

Il compimento dell’unità
Dopo la proclamazione del Regno d’Italia erano rimasti fuori dai confini politici dello Stato: il Veneto, il Trentino, la Venezia Giulia, Roma e il Lazio. Sulla questione romana i primi governanti d’Italia unita cercarono di procedere sulla strada indicata da Cavour che credeva nella libertà religiosa e nella separazione fra Chiesa e Stato (libera Chiesa in libero Stato). I governanti italiani riannodarono le trattative con Napoleone III e conclusero, nel settembre 1864, un accordo, Convenzione di settembre, in base al quale si impegnavano a garantire il rispetto dei confini dello Stato della Chiesa, ottenendo in cambio il ritiro delle truppe francesi dal Lazio.
L’occasione per la liberazione del Veneto fu offerta nel 1866 da una proposta di alleanza militare rivolta al governo italiano da Bismarck, che si apprestava allora ad affrontare la guerra con l’Impero asburgico. La partecipazione italiana fu decisiva per l’esito del conflitto, in quanto impegnò una parte dell’esercito austriaco e rese quindi possibile la vittoria prussiana. La Prussia avendo raggiunto i suoi obiettivi, aveva avviato le trattative per l’armistizio. Dalla successiva pace di Vienna del 3 ottobre 1866 l’Italia ottenne solo il Veneto.
Rimanevano sotto l’Austria la Venezia Giulia e il Trentino. Nel settembre 1870, il governo italiano decise di mandare un corpo di spedizione nel Lazio e di avviare un negoziato col papa per giungere a una soluzione concordata ma quest’ultimo rifiutò ogni accordo. Il 20 settembre 1870 le truppe italiane, dopo aver aperto con l’artiglieria una breccia nella cinta muraria che allora circondava Roma e dopo aver sostenuto un breve combattimento con i reparti pontefici, entravano nella città presso Porta Pia, accolte dalla popolazione. Pochi giorni dopo, un plebiscito sanzionava a schiacciante maggioranza l’annessione di Roma e del Lazio.
Il 13 maggio 1871, fu approvata la legge delle guarentigie, cioè delle garanzie, in quanto con essa il Regno d’Italia si impegnava a garantire al pontefice le condizioni per il libero svolgimento del suo magistero spirituale, secondo le linee del progetto cavouriano. Essa attuava largamente il principio della libertà della Chiesa ma non per questo si attenuò l’intransigenza di Pio IX nei confronti del Regno d’Italia. Anzi nel 1874 fu proclamato il "non expedit" (non è opportuno che i cattolici partecipino alle elezioni politiche), un invito ad astenersi da ogni partecipazione alla vita politica dello Stato.

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