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Lo Stalinismo

Josif Vissarionovič Džugashvili, il cui vero nome era Ioseb Jughashvili, detto Stalin (in russo, "uomo d'acciaio"), nato a Gori, Tiblisi, Georgia nel 1878 e morto a Mosca, Russia il 5 marzo 1953, fu un rivoluzionario bolscevico, capo del Partito Comunista e dell'Unione Sovietica, fondatore dello Stalinismo e dittatore del paese dal 1929 al 1953.
Dal punto di vista politico, nello svolgere di un ventennio, l’URSS assunse le caratteristiche di un regime totalitario dominato dal partito Comunista. Per consolidare il socialismo in Russia, secondo Stalin, sarebbe stato necessario trasformare il paese in una grande potenza economica a livello mondiale. Per raggiungere questo obiettivo egli non esitò ad imporre con forza e violenza i propri programmi. Lo Stato fu fortemente centralizzato e i principi autoritari furono introdotti in ogni aspetto dell’organizzazione sociale ed economica, oltre che politica.

Con l’ascesa al potere di Stalin, l’Unione Sovietica passò a realizzare integralmente il collettivismo, prevedendo la totale abolizione della proprietà privata.
In agricoltura tutte le terre furono espropriate e i contadini si organizzarono in aziende agricole collettive e i proprietari terreni che si opponevano alla trasformazione, furono oggetto di violenze e deportazioni: alcuni milioni di persone finirono uccise e deportate nel gulag (campi di lavoro forzato).
La disciplina del lavoro fu resa ferrea: nel 1938 il Governo emanò provvedimenti contro i lavoratori con scarso rendimento, deliberandone la riduzione di ferie e salari, il licenziamento o addirittura l’internamento nei campi di lavoro forzato. Furono introdotte differenze salariali che premiavano i lavorati più produttivi.
Tra il 1926 e il 1940 la produzione industriale sovietica crebbe di circa nove volte. In campo politico, lo Stato si trovò completamente subordinato al partito Comunista, al cui interno non era tollerata alcuna posizione divergente da quella espressa da Stalin.
Stalin acquistò l’immagine di capo infallibile e ogni opposizione fu eliminata: tra il 1936 e il 1939 le “grandi purghe” staliniane comportarono l’uccisione o la deportazione nei gulag di dirigenti politici, ufficiali dell’esercito, comunisti antistaliniani e semplici cittadini.
La cultura e l’arte dovettero uniformarsi ai principi del “realismo socialista”, in base ai quali si dovevano esaltare i progressi del regime e tacerne le contraddizioni, i limiti e i soprusi.
Allo scoppio del seconda guerra mondiale, l’unione Sovietica trasformata in uno Stato totalitario era ormai una delle principali potenze industriali.
Ma a seguito della seconda guerra mondiale lo Stato si era indebolito e il regime totalitario crollò.

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