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La formazione del movimento operaio
Con lo sviluppo della grande industria, a metà dell'800, il proletariato di fabbrica assunse sempre maggior consistenza. Benché i salari fossero superiori a quelli dei lavoratori della terra, gli operai non godevano di condizioni di lavoro migliori, caratterizzate dall'insicurezza riguardo al proprio futuro, ad orari di lavoro estenuanti, a condizioni abitative pessime. Questa precarietà della condizione operaia contrastava fortemente con la sicurezza e la prosperità che l'industria garantiva si ceti borghesi, ed il contrasto era fortemente avvertito soprattutto nelle città. Nelle città, l'operaio non aveva i punti di riferimento che poteva invece avere il contadino in campagna, ma erano sempre più evidenti le differenze sociali che lo distinguevano la borghese industriale. Per questo motivo cominciò a maturare la consapevolezza di una condizione comune tra gli operai, ed una spinta ad unirsi ed associarsi per mutare questa condizione.

Le prime forme di associazioni operaie nacquero prima del 1848 e si rivolgevano a quella parte di operai più evoluti e meglio pagati, ricollegandosi alla tradizione delle corporazioni artigiane, e si dedicavano a forme di mutuo soccorso tra i lavoratori più che a forme di rivendicazione contro i datori di lavoro. Dopo le repressioni del 48, però, queste associazioni apparvero troppo lontane dalle nuove tendenze rivoluzionarie. Il movimento operaio inglese era l'unico che potesse vantare una struttura organizzativa solida, e aveva rinunciato a progetti politici di lungo corso, concentrandosi sul rafforzamento delle Trade Unions, che conobbero un notevole sviluppo fra 1850-60. Il completamento si ebbe nel 1868 quando si formò il Trade Unions Congress, che riuniva i delegati dei maggiori sindacati. 
In Francia e in Italia la situazione era ben peggiore, nella prima infatti si era subita l'influenza di Proudhon, fautore di un federalismo a sfondo anarchico, mente nel secondo caso gli operai di fabbrica erano pressoché inesistenti, e gli artigiani subivamo l'influenza di Mazzini, contrario ad ogni forma di lotta di classe e collettivismo. 
Negli stessi anni, in Germania si stava formando una forte classe operaia ed il movimento socialista esisteva ben prima del 48, ad opera del leader Lassalle, che basava le sue concezioni su posizioni molto simili al marxismo, benché ritenesse possibile conquistare lo stato borghese e renderlo equo tramite il suffragio universale. Nel 1863 riuscì a fondare l'Associazione generale dei lavoratori tedeschi, la quale rappresentò il primo esempio di partito operaio organizzato su scala nazionale.

Pubblicato nel 1948, il Manifesto dei Comunisti di Marx ed Engles offrì ai socialisti di tutta Europa delle nuove basi per attuare un progetto in larga scala ed in breve scadenza. L'analisi economica che Marx aveva sviluppato dopo il fallimento dei moti del 1948 lo portò all'analisi del socialismo scientifico, espresso nel Capitale, dove analizzava i meccanismi su cui si fonda il capitalismo e prevedeva i suoi futuri sviluppi. Fondamento della teoria marxista è la teoria del valore-lavoro, per cui il valore di scambio di una merce è dato dalla quantità di lavoro mediamente impiegato per produrla; ma anche il lavoro è una merce, che viene comprata o venduta sulla base del valore-lavoro che contiene, la differenza fra il valore del lavoro e il valore del prodotto è il plusvalore. L'imprenditore acquista il lavoro e vende il prodotto, ricavandone un profitto, da esso si forma il capitale. Secondo Marx, man mano che si sviluppa il capitalismo produce i germi della sua distruzione, in quanto la concentrazione del capitale si concentra sempre in meno mani mentre si accompagna la crescita della classe operaia, sempre maggiore in numero. A questo fa riscontro l'incapacità del sistema di riassorbire i suoi prodotti, e da qui le crisi di sovrapproduzione. 

La dottrina di Marx venne adottata come dottrina ufficiale del socialismo, ma questa affermazione fu preceduta da lunghe lotte all'interno dell'organismo principale del movimento socialista, l'Internazionale.

La Prima Internazionale
La Assemblea internazionale dei lavoratori nacque a Londra nel settembre 1864, a seguito della necessità riscontrata di coordinare il movimento operaio. All'assemblea presero parte delegazioni operaie inglesi e francesi, un emissario di Mazzini in rappresentanza dell'Italia e altri emissari erano esuli invitati a titolo personale, tra cui ,o stesso Marx. Ciò che risultò più evidente fu l'affermazione dell'autonomia del proletariato e la lotta contro lo sfruttamento.

La nascita dell'Internazionale ebbe un significato storico, in quanto immediatamente divento un punto di riferimento ideale per i lavoratori di tutta Europa. Nonostante questo, le effettive capacità dell'Internazionale furono ridotte dall'eterogeneità dei componenti, che vedeva contrapposti i socialisti veri e propri contro i proudonhiani. Le idee di queste ultime furono ripetutamente sconfitte, ma ai proudhoniani si sostituirono le idee anarchiche e federaliste di Bakunin.
Il contrasto fra marxisti e bakuniano divenne evidente negli anni 70, mettendo in crisi le strutture dell'Assemblea. Al congresso dell'Aja, nel 1872, Marx ed Engels riuscirono a far spostare la sede dell'Internazionale da Londra a New York, come previsto questa decisione non fu accettata dai bakuniani che abbandonarono così l'organismo. Marx aveva decretato consapevolmente la fine dell'Internazionale, ritenendola ormai un'osservazione uno strumento inadeguato ai tempi ed inefficace.  

Il socialismo negli scenari politici nazionali
Benché fino agli anni ’70 il socialismo rappresentasse una minoranza nei parlamenti europei, alla fine del secolo la situazione era profondamente mutata. I rappresentanti dei partiti socialisti sedevano fra le file dei parlamenti, affiancando al proselitismo rivoluzionario un’azione legale all’interno delle istituzioni. All’inizio del ’900 i partiti socialisti saranno la forma di organizzazione politica negli scenari nazionali europei.
Nel 1875 in Germania ebbe vita il Partito socialdemocratico tedesco (SPD), nato dall'accordo fra la corrente marxista è quella aderente all'insegnamento di Lassalle, durante il congresso di Gotha. La nascita di questo partito, creò una forte tensione nell'ambiente politico tedesco, tanto che dal 1878 Bismarck aveva varato una serie di provvedimenti speciali, le leggi contro le tendenze sovvertitrici, rivolte contro il movimento socialdemocratico. Queste ponevano gravi limitazioni alla libertà di stampa e di riunione, dichiarando illegali le associazioni che avessero come scopo il rovesciamento dell'ordinamento sociale o statale. Per soffocare sul nascere le tendenze socialiste, Bismarck si impegnò anche in un'importante campagna di modernizzazione e socializzazione dello stato, tanto che fra il 1883 e il 1889 il governo approvò leggi di tutela nei confronti delle classi lavoratrici, come assicurazioni obbligatorie, il cui peso doveva gravare equamente su lavoratori, datori di lavoro è stato. Nonostante questa legislazione particolarmente avanzata, il piano di Bismarck fu un insuccesso, e non impedì la nascita, alla fine degli anni 80, di un forte movimento sindacale, mentre negli stessi anni il numero di votanti per la socialdemocrazia aumentò esponenzialmente.

In Italia la crescita di un movimento operaio organizzato fu rallentata, essenzialmente, dal ritardo della penisola nello sviluppo industriale e della conseguente assenza di un proletariato di fabbrica. Fino agli anni ’70, l’unica organizzazione operaia era rappresentata dalle società di mutuo soccorso, che però erano controllate da mazziniani o moderati e concepite come strumenti di educazione del popolo, più che di lotta politica. Il fatto che queste, però, rifiutassero la lotta di classe e considerassero funesto lo sciopero, fece sì che perdessero terreno via via che cominciò a diffondersi nel paese l’internazionalismo socialista, che in Italia si ispirò a Bakunin. La crescita di questo movimento fu ad opera di alcuni agitatori, fedeli al credo bakuniano, che si concentrarono nell’organizzazione di moti insurrezionali e facevano leva sul proletariato della campagne. Il fallimento di questo progetto, però, fece sì che Andrea Costa elaborasse un programma concreto, impegnandosi nelle lotte di tutti i giorni e dando vita ad un vero e proprio partito. Inizialmente si ebbe, nel 1881, il Partito socialista di Romagna, che sarebbe dovuto essere un primo nucleo di Partito rivoluzionario, ma che rimase sempre una realtà provinciale ed isolata dai nuclei più maturi della Lombardia. Tuttavia, esso permise a Costa di essere eletto nelle elezioni del 1882. 
Nello stesso anno, alcune associazioni operaie si riunirono nel Partito operaio italiano, fortemente classista, che respingeva ogni apporto borghese, per stabilire il contatto con il proletariato rurale della Padania, che era stato protagonista dei primi grandi scioperi agricoli.
Tra il 1887 e il 1893 sorsero le federazioni di mestiere, a carattere nazionale, vennero fondate le prime Camere del lavoro, e si accelerò la penetrazione del socialismo tra i lavoratori della terra grazie al movimento associativo tra i braccianti e i contadini della Valle Padana. Tuttavia rimase il problema della mancanza di una politica unitaria che guidasse e coordinasse le lotte a livello nazionale, problema di non facile soluzione, dovuto alla frammentazione organizzativa del movimento operaio e al suo scarso grado di maturazione, basti pensare che le opere di Marx erano state lette da pochissimi e l’unico vero teorico del socialismo in Italia era il filosofo napoletano Labriola, il quale però era troppo distante dai leader socialisti. Vero leader fu invece il milanese Filippo Turati, il quale aveva militato, in gioventù, nelle file dei radicali, era venuto in contatto con l’esule russa Anna Kuliscioff e soprattutto con l’ambiente operaio di Milano, già indiscussa capitale economica italiana. La posizione di Turati si basava sull’affermazione dell’autonomia del movimento operaio dalla democrazia borghese, sul rifiuto dell’insurrezione anarchica, sul riconoscimento del carattere prioritario delle lotte economiche, sull’esigenza do conciliare queste lotte con quelle politiche e di inquadrarle in un progetto generale che avesse come fine la socializzazione dei mezzi di produzione.
Nel 1892, a Genova si riunirono i rappresentanti di circa 300 fra società operaie, leghe contadine, circoli politici e associazioni di varia natura. Qui si delineò la frattura fra coloro che richiedevano la nascita immediata di un partito politico e una minoranza contadina che era invece favorevole all’anarchismo. La maggioranza, guidata da Turati, abbandonò la sala e si riunì in un altro luogo, dando immediatamente vita al Partito dei lavoratori italiani ed approvandone lo statuto. Questo aveva come fine la gestione sociale dei mezzi di produzione e come mezzo l’azione del proletariato come partito che lottasse sia per i diritti immediati per la vita operaia e per l’acquisizione di poteri pubblici. Nel 1895 il partito cambiò definitivamente nome in Partito socialista italiano.
L’impatto politico che ebbe la formazione di questo partito fu di non poca rilevanza, specialmente se si considerano i provvedimenti presi durante il secondo governo di Crispi. Nonostante il PSI non avesse avuto alcun rapporto con i fasci siciliani né con le insurrezioni della Lunigiana, Crispi volle una repressione poliziesca che limitasse l’attività di circoli, leghe, giornali facenti capo al PSI; nel 1894 l’azione repressive ebbe un carattere organico, con l’approvazione del parlamento di leggi limitative la libertà di stampa, di riunione, di associazione, definite leggi antianarchiche. L’obiettivo vero di queste leggi era, come è chiaro, il Partito socialista, che venne dichiarato fuori legge nello stesso anno. Tutto ciò, però, non fu sufficiente a mettere freno alla politica socialista, che già godeva di una solida struttura ed una ancor più solida base sociale e di intellettuali su cui contare.
In Francia la formazione di un’unica corrente socialista fu molto difficile, soprattutto a causa delle antiche tradizioni socialiste del paese. Nel 1882 si era formato il Parti ouvrier français, ma subito si scisse in diverse correnti, fino alla riunificazione nel 1906 nella SFIO (Seziona francese internazionale operaia).
In Inghilterra la corrente marxista non era riuscita a prendere il sopravvento sulle preesistenti Trade Unions, nelle quali si riuniva la maggioranza dei lavoratori. Agli inizi del ‘900 furono i dirigenti dei sindacati a riunirsi e a creare, nel 1906, il Labour Part, fondato sull’adesione collettiva delle organizzazioni sindacali ed era privo di una struttura ideologica ben definita.
Tutti questi partiti europei, comunque, potevano contare su una base comune: la necessità di superare il sistema capitalistico e giungere alla gestione sociale dell’economia, tutti si ispiravano a ideali pacifisti e tendevano a partecipare alla lotta politica nel proprio paese, e tutti quanti facevano capo ad un’organizzazione internazionale erede della Prima Internazionale. La Seconda Internazionale era nata nel 1889, quando numerosi rappresentanti dei partiti socialisti di ispirazioni marxista si erano riuniti a Parigi ed avevano approvato alcune importanti delibere: la giornata di lavoro di otto ore, una giornata mondiale di lotta per il primo maggio. Nel 1891 furono esclusi gli anarchici e coloro che rifiutavano a partecipazione alla vita politico-parlamentare. La Seconda Internazionale fu, quindi, una federazione dei partiti nazionali, autonomi e sovrani, ma aveva anche un’importante funzione di coordinamento, i congressi erano importanti momenti di incontro e discussione sui grandi problemi di interesse a tutti i partiti.
Le tesi di Marx, diventate il testo fondamentale dei partiti socialisti europei, furono però reinterpretate dal tedesco Eduard Bernstein, in quale, in un volume apparso nel 1899, constatava che la situazione non si stesse evolvendo nel senso che Marx aveva indicato: il proletariato stava migliorando la propria condizione, lo stato borghese diveniva sempre più stato democratico; la borghesia aveva capacità di modificarsi e superare le crisi. Per questo motivi propose di abbandonare le vecchie pregiudiziali di intransigenza e di collaborare con le altre forze progressiste. Le tesi di Bernstein furono definite revisioniste e suscitarono molte discussioni all’interno della Seconda Internazionale.
La socialdemocrazia in Russia ebbe degli sviluppi particolari, dovuti principalmente alla clandestinità a cui era sottoposto il partito. Il leader del movimento era Nikolaj Lenin, il quale in un opuscolo del 1902 contestava il modello organizzativo della socialdemocrazia tedesca, contrapponendogli un progetto di un partito formato da rivoluzionari di professione con una direzione fortemente accentrata. Ad un congresso della socialdemocrazia russa, svoltosi a Londra nel 1903, il partito si spaccò nella corrente maggioritaria del bolscevichi, guidati da Lenin, e in quella minoritaria dei menscevichi, guidati da Martov.

La rivoluzione russa del 1905
All’inizio del ‘900 la Russia era in una condizione di fortissima arretratezza, l’economia era ancora di tipo agricolo e ogni tentativo di modernizzazione dello stato era stato accantonato. Tuttavia, dall’inizio degli anni ’90, l’afflusso di capitali stranieri (particolarmente Francesi) voluto dal primo ministro Vitte aveva dato il via al processo di industrializzazione. Questi capitali erano interessati ad investire in Russia principalmente per la repressione dei conflitti sociali e la conseguente compressione dei salari, che quindi potevano garantire alti salari. L’industrializzazione, però, venne vissuta come calata dall’alto, fortemente concentrata sia per dislocazione geografica sia per dimensione delle imprese, tanto che la classe operaia russa costituiva una bassissima percentuale della popolazione, mentre la maggior parte era ancora legata alla terra. Questo processo, quindi, non portò alcun miglioramento alle classi inferiori della società, ma mantenne una situazione stabile.
Era ovvio che le tensioni sociali crescessero, le manifestazioni si moltiplicassero e coinvolgessero tutti i settori della società. Sulla classe operaia aveva influenza il Partito socialdemocratico di Plechanov, mentre sulle masse contadine riscuoteva qualche successo il Partito socialista rivoluzionario, nato nel 1900 dalla confluenza di gruppi anarchici e populisti, che riprendeva il progetto di un socialismo agrario legato alle tradizioni russe. A far precipitare gli eventi fu, nel 1904, la guerra russo-nipponica, che provocò l’aumento dei prezzi facendo immediatamente salire la tensione sociale. Nel gennaio 1905, a Pietroburgo, un corteo di 15000 manifestanti che marciavano verso il Palazzo d’Inverno per presentare una petizione allo zar fu accolto a fucilate dall’esercito. Questo evento scatenò una serie si sommosse e rivolte, che peggiorarono man mano che la situazione col Giappone si faceva più problematica. Di fronte alla crisi dei poteri costituiti, incapaci di riportare l’ordine, sorsero spontaneamente dei soviet (consigli), ovvero rappresentanze popolari elette sui luoghi di lavoro e revocabili in qualunque momento, in un’esperienza ispirata alla Comune di Parigi - la guida del movimento dei soviet fu affidata al soviet di Pietroburgo. In ottobre, lo zar parve disposto a concedere libertà politiche e istituzioni rappresentative, ma nello stesso tempo fomentava il lavoro delle Centurie Nere, le quali organizzavano spedizioni punitive contro i rivoluzionari. Portata a termine la guerra col Giappone, il governo fu nuovamente in grado di gestire il fronte interno, facendo arrestare i membri del soviet di Pietroburgo.
Rimase comunque la promessa dello zar di convocare un’assemblea rappresentativa, la Duma, che ben presto, però, si rivelò un fallimento. La prima Duma, infatti, era stata eletta a suffragio universale nel 1906, ed aveva poteri troppo limitati, oltre al fatto che la maggioranza democratica era un ostacolo alla via della restaurazione assolutista, e fu quindi sciolta poco dopo. La seconda Duma subì la stessa sorte, avendo dato maggior potere al ramo dei cadetti, i costituzionali-democratici. Il governo cambiò quindi la legge elettorale in senso classista e poté finalmente essere eletta una Duma più governabile, fatta di nobili e aristocratici.

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