La logica che ha portato alla scelta dell'attentato di Sarajevo da parte di Dimitrijevć e dei suoi congiurati serbo-bosniaci è duplice:
a) l'arciduca ha manifestato una posizione favorevole alla concessione di autonomie significative alle minoranze nazionali interne all'Impero austro-ungarico; se il piano venisse realizzato, renderebbe meno solide le rivendicazioni dei gruppi nazionalisti serbi attivi all'interno dell'impero; viceversa la morte dell'arciduca in un attentato comporterebbe certamente un inasprimento della politica austriaca verso i gruppi nazionali slavi, e ciò rafforzerebbe automaticamente il credito dei nazionalisti serbi.

b) inoltre la visita di Francesco Ferdinando ha lungo nel giorno in cui si celebra l'anniversario della battaglia di Kosovo (1389), persa dai serbi contro i turchi, uno dei miti fondanti del nazionalismo serbo: un attentato compiuto in quello stesso giorno ha un evidentissimo significato simbolico. Per questo la Mano Nera serba si è preparata a uccidere la coppia imperiale in visita a Sarajevo il 28 giugno 1914. All'inizio le cose sembrano mettersi male per gli attentatori. Il piano prevede il lancio di una bomba contro la macchina che trasporta la coppia imperiale sul tragitto ufficiale della visita; nel punto convenuto, il congiurato incaricato lancia la bomba che tuttavia non colpisce il bersaglio. Invece di interrompere la visita Francesco Ferdinando decide ugualmente di proseguirla. Più tardi l'autista sbaglia strada e si blocca in un vicolo nel quale non riesce a fare manovra. Il caso vuole che tutto ciò accada in presenza di un altro congiurato, Gavrilo Princip (1894-1918), che coglie l'occasione e, avvicinatosi alla macchina sulla quale viaggiano Francesco Ferdinando e la moglie estrae una pistola e li colpisce entrambi a morte.

Princip viene catturato. La polizia austro-ungarica capisce subito che la matrice politica dell'attentato è serba. Cosicché il governo austroungarico decide di reagire con la massima fermezza, con l'aperta intenzione di dare una lezione definitiva alle ambizioni nazionaliste serbe. Contando sull'appoggio tedesco e considerando improbabile un intervento della Russia o della Francia, Vienna mette a punto un ultimatum con il quale chiede che il governo serbo condanni pubblicamente la propaganda austriaca, che vengano condannati i militari politici serbi coinvolti nell'attentato e che all'inchiesta giudiziaria per l'individuazione dei responsabili del complotto e al successivo processo partecipino anche magistrati austro-ungarici. L'ultimatum (con scadenza 48 ore) viene reso noto il 23 luglio 1914.

Il 25 luglio la Serbia, forte dell'appoggio della Russia, risponde all'ultimatum accettando tutti i punti, salvo quella relativa alla partecipazione di magistrati austro-ungarici nell'inchiesta giudiziaria. Il 28 luglio 1914 l'Austria-Ungheria, proclamandosi insoddisfatta per questa replica, dichiara guerra alla Serbia, contando sulla disponibilità tedesca a intervenire nel caso di un allargamento del conflitto. Il calendario degli eventi che si snodano dal 28 luglio al 12 agosto è impressionante: come un marchingegno a orologeria il sistema delle alleanze che si erano costruiti nei decenni precedenti entra in azione, trascinando le grandi potenze una dopo l'altra dentro un conflitto che con la partecipazione di Giappone e Impero ottomano, acquista sin da subito un "carattere mondiale". All'altezza dell'autunno del 1914 altre potenze (come l'Italia e gli Stati Uniti) non sono ancora coinvolte nel conflitto: ma nel corso dello svolgersi degli eventi bellici anch'esse entreranno in una guerra che per le dimensioni, i teatri di guerra, il numero di uomini impiegati, la dislocazione geografica che gli Stati che vi partecipano merita senz'altro l'appellativo di guerra mondiale o di Grande Guerra. Dall'epoca napoleonica non accadeva più niente del genere. Ora le cose sono cambiate. In peggio, bisogna aggiungere tra l'altro. La potenza delle armi a disposizione degli eserciti, che le industrie belliche possono produrre grazie alle recenti trasformazioni tecnologiche, fa del conflitto una vera carneficina. Una carneficina di enormi, terribili, dimensioni o, se si preferisce (coerentemente con i caratteri della società che si è formata in Occidente tra fine Ottocento e inizio Novecento) una "carneficina di massa".

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