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Gorbaciov Michail

L'azione comincia a Mosca il 6 gennaio con una notizia promettente. Il governo ha deciso la riabilitazione postuma di alcune migliaia di cittadini sovietici che furono vittime delle purghe staliniane fra il 1930 e il 1950. Non è la prima volta. Anche Krusciov aveva denunciato i crimini di Stalin, aperto i lager, restituito la libertà a Solgenitsin, permesso la pubblicazione di un libro clamoroso (Una giornata nella vita di Ivan Denisovic). Ma il provvedimento di Gorbaciov s'inserisce in una più coerente politica riformatrice. Nel giugno dell'anno prece-dente ha proposto a un congresso straordinario del Pcus la riforma del sistema politico sovietico. Fra tre mesi, alla fine di marzo, il Paese andrà alle urne per le prime elezioni «pluralistiche» nella storia dell'Urss. Vi sarà ancora, come sempre, un solo partito, ma gli elettori potranno scegliere fra deputati concorrenti. Dopo molte incertezze le democrazie occidentali hanno deciso che Gorbaciov fa sul serio e merita simpatia.
Vi è un aspetto delle sue riforme, tuttavia, di cui il leader sovietico non sembra avere calco-lato le conseguenze e che diverrà d'ora in poi la nota dominante di tutti gli avvenimenti del 1989. Nei Paesi del grande universo comunista ogni iniziativa riformatrice di Mosca suscita reazioni diametralmente opposte. In quelli che si sono maggiormente staccati dai canoni dell'ortodossia i segnali di Gorbaciov producono immediatamente effetti ancora più avanzati e democratici. Nei Paesi dove la dirigenza comunista ha contemplato la perestrojka con irri-tazione, le iniziative di Gorbaciov sollecitano un giro di vite. A ogni passo avanti del regime sovietico corrispondono generalmente due passi avanti degli «eretici» e un passo indietro degli «ortodossi».
A Budapest, l'11 gennaio, il Parlamento ungherese approva una legge che permette la formazione di nuovi partiti politici. Ma a Praga, il giorno dopo, la polizia disperde duramente una manifestazione per il ventesimo anniversario della morte di uno studente, Jan Palach, che si è suicidato per protestare contro l'invasione sovietica della Cecoslovacchia. Riappare in questa occasione un intellettuale brillante e tenace, beniamino dei piccoli teatri praghesi dove vanno in scena con successo le sue commedie dell'assurdo. Si chiama Vaclav Havel, ha fondato un movimento dissidente chiamato «Charta 77», ha passato alcuni anni in prigione e ha avuto una parte importante nella commemorazione di Palach. La polizia lo arresta e lo rimette in galera.
La scena si sposta in Afghanistan che l'Urss ha invaso nel dicembre del 1979. Per mettere fine a una logorante guerra senza speranza e dimostrare all'Occidente che il regime vuole un nuovo clima internazionale, Gorbaciov ha deciso il ritiro delle truppe sovietiche. L'operazione inizia nel maggio del 1988 e termina nel febbraio 1989. Ma nei giorni stessi in cui la coda del corpo di spedizione - gli «afghani» in maglietta a righe, basco e kalashnikov - attraversa i passi del nord-est per scendere verso le valli dell'Uzbekistan e del Tagikistan, a Kabul il presidente Najibullah, abbandonato dall'alleato, è costretto a proclamare lo stato di emergenza.
Torniamo a Mosca dove i sovietici vanno alle urne. Entrano in parlamento un grande dissi-dente, Andrej Sacharov, alcuni intellettuali riformatori, i maggiori rappresentanti delle re-pubbliche che aspirano all'autonomia, se non addirittura all'indipendenza, e soprattutto Boris Eltsin, esponente di una perestrojka più radicale di quella proposta da Gorbaciov. Due anni prima, nel 1987, è stato cacciato dal Politburo. Ma nel 1988 ha fatto una clamorosa «rentrée» al congresso straordinario del partito e ora conquista il suo seggio a Mosca con l'85% dei suffragi. Nessun altro, al Congresso dei deputati del popolo, gode di un tale seguito popolare. Il regime sovietico non è ancora una democrazia, ma Gorbaciov constata rapidamente di avere già di fronte a sé il leader dell'opposizione.
Le luci della scena, nelle settimane seguenti, si accendono a Varsavia. Qui il cammino delle riforme viene da lontano e si è più volte scontrato, lungo la strada, con i bruschi «colpi di coda» del regime: arresti, processi, l'assassinio di un sacerdote e la proclamazione della legge marziale nel dicembre del 1981. Ma la dissidenza ha un movimento (Solidarnosc), un leader popolare (Lech Walesa), un quartier generale (i cantieri di Danzica) e soprattutto un padrino a Roma nella persona di Karol Wojtyla, assurto al trono di Pietro nel 1978 con il nome di Giovanni Paolo II. Al vertice dello Stato vi è un leader «nazional-comunista», il general Wojciech Jaruzelski, che recita in questi anni una parte provvidenzialmente ambigua. L'uomo che ha proclamato la legge marziale, ma lo ha fatto per evitare la ripetizione degli avvenimenti cecoslovacchi dell'agosto 1968. Ha duramente governato il Paese per dodici mesi con un comitato militare di salute pubblica, ma ha riaperto il dialogo con la Chiesa e creato un Consiglio consultivo di cui fanno parte alcuni esponenti del movimento riformatore. Il primo a comprendere, insieme ai dirigenti di Budapest, che non è possibile chiudere gli occhi di fronte alla svolta di Gorbaciov. Occorre assecondarla e governarla. Si apre così, agli inizi del 1989, una «tavola rotonda» a cui partecipano il partito, Solidarnosc e la Chiesa. L'accordo, in aprile, prevede la riforma della costituzione e l'avvento di una democrazia controllata che riserva all'opposizione, in Senato, una piccola percentuale di seggi. Quando si vota in giugno Solidarnosc conquista tutti i seggi meno uno e diventa la più influente forza politica del Paese.
Tre mesi dopo, in settembre, un suo esponente diventa presidente del Consiglio e comincia a smantellare l'economia di Stato. Fra i Paesi del Patto di Varsavia la Polonia, seguita a breve distanza dall'Ungheria, attraversa per prima il sipario di ferro ed entra di pieno diritto nella famiglia delle democrazie.
Altrove le cose procedono, anche se con maggiore lentezza, nella stessa direzione. La causa dei mutamenti è sempre, involontariamente, Michail Gorbaciov.
Nella Germania divisa il muro di Berlino comincia a barcollare e alla fine del 1989 non c’è più.
Sono passati appena dieci anni, ma è come se fosse trascorso un secolo: verrebbe da dire così, guardando le immagini dell'indimenticabile 1989 quasi si trattasse delle sequenze di un film. Quel mondo, quei volti, sembrano lontanissimi. Così lontani da farci pensare
com’è stato possibile che quel muro sia rimasto per così tanto tempo in piedi.

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