La Rivoluzione Russa

L'impero russo è un grande impero multietnico che si estende dall’Europa fino all’Asia. Un paese da poco uscito dalla servitù della gleba (eliminata nel 1860), ma comunque i contadini non sono stati dotati degli strumenti finanziari per potere acquistare le terre; il problema alle radici quindi della rivoluzione russa sarà la richiesta dei contadini di avere a disposizione le terre. L'impero zarista resta una realtà prevalentemente agricola; le terre sono concentrate nelle mani di pochi grandi aristocratici che hanno mantenuto tutti i loro privilegi e in un consistente numero di contadini agiati (kulaki); il resto è diviso in piccoli appezzamenti tra milioni di contadini.
La Russia che nel 1914 entra in guerra a fianco dell’Intesa (Usa, U.K., Francia, Italia, Serbia, Montenegro, Romania, Grecia, Giappone) è il roccaforte dell’assolutismo, infatti tutto il potere è concentrato nelle mani dello zar Nicola II, salito al trono nel 1894.

La crisi della società russa viene evidenziata all’entrata della prima guerra mondiale, per la guerra è stato mobilitato un esercito di 12 milioni di uomini, male addestrati, male armati e mal condotti.
A disgregare l’impero russo fu principalmente la crisi economica; la produzione agricola era diminuita in seguito all’invio di contadini al fronte e tutte le risorse furono dirottate verso la produzione industriale.
La presenza di tutte quelle persone al fronte vede la produzione alimentare insufficiente e anche la necessità da parte del sovrano di deportare molti polacchi, tedeschi ed ebrei, portati all’interno del paese perché ritenute di etnie inaffidabili.

I disastri militari, la miseria e la forte inflazione fanno crescere l'avversione popolare verso lo Zar e la guerra. Tra la fine del 1915 e l'inizio del 1917 in Russia si registra il più alto numero di scioperi d'Europa.
Dal 20 febbraio 1917 scoppiò uno sciopero generale che paralizzò la capitale: lo zar dovette intervenire decretando lo stato d’assedio, ma le truppe fraternizzarono con gli scioperanti.
Ciò portò alla caduta del regime zarista, sotto la pressione dei liberali, Nicola II abdicò il 2 marzo, in favore del fratello Michele, che pero a sua volta rifiutò.
Si formarono due distinti e indipendenti organismi di potere: il Governo provvisorio, controllato dal principe L’vov e dai liberali moderati, e il Soviet di Pietrogrado, il consiglio dei deputati degli operai e dei soldati, egemonizzato dai socialrivoluzionari e dai menscevichi.
Le forze liberali, concentrate nel Partito Cadetto volevano condurre il governo provvisorio a un esito costituzionale parlamentare; viene convocata un’assemblea costituente, con il compito di stipulare una costituzione, il governo prese subito provvedimenti di tipo liberale quali: la libertà di parola, di stampa, di associazione politica e l’abolizione alla pena di morte. Erano inoltre favorevoli alla guerra e alla sua prosecuzione.

Nella sinistra socialista e nel soviet di Pietrogrado cerano diverse posizioni. I menscevichi intendevano dare alla rivoluzione un carattere democratico e legalitario, con un governo borghese controllato dalle forze socialiste e dai soviet. I socialisti rivoluzionari volevano una riforma agraria che distribuisse alla comunità rurali le terre dei grandi proprietari e del demanio pubblico. Sulla questione della guerra entrambi escludevano l’ipotesi di una pace separata: si trattava di continuare a combattere per difendere il paese. Ne il governo provvisorio ne i soviet apparivano in grado di essere al capo del paese. I cadetti erano ostili sia alla pace sia alla riforma agraria; i socialisti, sia menscevichi che bolscevichi ritenevano che fosse in atto una rivoluzione borghese che spettava ai liberali condurre; i socialrivoluzionari erano divisi dal problema dell’appoggio della rivolta oppure di frenarla.

Il vuoto di potere trovò in Lenin, un leader. Nelle cosiddette “Tesi d'aprile”, presentate al governo bolscevico, egli propose di rompere con il governo provvisorio, di attribuire il potere ai soviet, di attuare una riforma agraria e di porre fine alla guerra.
Nel maggio 1917 L’vov continua la guerra, formando un nuovo governo di coalizione, il ministero fu affidato al socialrivoluzionario Kerenskij, membro sia del governo sia del Soviet di Pietrogrdo.
I bolscevichi erano all’opposizione, ma erano anche la minoranza.

Nel corso dell’estate del 1917 la Russia diventò ingovernabile, nelle campagne i contadini incominciarono a prendere di mira i proprietari nobili e i contadini agitati. Nelle grandi città cresceva la protesta operaia. All’inizio di luglio a Pietrogrado scoppiò un violento movimento insurrezionale, il governo reagì arrestando i bolscevichi e Lenin fuggì dal paese.
L’vov si dimise e la presidenza del governo andò a Kerenskij.
In ottobre Lenin rientrò a Pietrogrado e riuscì a far passare la linea dell’insurrezione armata, vincendo l’opposizione dei dirigenti bolscevichi. Ebbe l’appoggio di Trockij, presidente del soviet, e Stalin, redattore del giornale del partito bolscevico.
Nella notte tra il 24 e il 25 ottobre i bolscevichi assaltano il Palazzo d'inverno, sede del Governo provvisorio, e prendono il potere. Il 26 ottobre, Lenin costituì il nuovo governo rivoluzionario. Emanò alcuni decreti quali: nazionalizzazione delle banche, controllo operaio delle fabbriche, avvio di trattative di pace, riconoscimento dell’uguaglianza di tutti i popoli russi e il loro diritto all’autodeterminazione, importante fu il decreto sulla terra, che confiscava le proprietà dei grandi proprietari, della chiesa e della corona.
Ciò garantì ai bolscevichi notevoli successi. A novembre, le elezioni per l'Assemblea costituente, a suffragio universale e scrutinio segreto, che mettono in minoranza i bolscevichi, sono annullate da Lenin e con esse anche le manifestazioni di rivolta che seguirono. Il partito Cadetto fu arrestato e dichiarato illegale, con l’accusa di preparare un colpo di stato; cominciò ad operare una polizia politica, la Ceka.
All’inizio del febbraio 1918 i tedeschi ripresero l’avanzata contro la Russia, tale che questa dovette firmare il 3 marzo 1918 la pace di Brest-Litrovsk, una pace durissima che doveva riconoscere l’indipendenza dell’Ucraina (granaio della Russia) e rinunciare ai territori polacchi, alla Lettonia, Estonia e Finlandia. Questa pace e lo scioglimento forzato dell’Assemblea costituente alimentarono l’opposizione del Partito comunista appena nato, tra i quali i menscevichi, i socialrivoluzionari e le armate controrivoluzionarie bianche.
Tra il 1918 e il 1919 infuriò nel paese una spietata guerra civile per il controllo del territorio; i bolscevichi affrontarono questa guerra civile con drastiche misure di ordine militare. Sul piano militare fu decisiva la costituzione dell’Armata rossa organizzata da Trockij. In due anni repressero le forze e riportarono sotto il controllo del governo gran parte del paese. I comunisti affrontarono la guerra anche con drastiche misure economiche e politiche. L’economia era distrutta: le industrie chiudevano, i contadini non consegnavano il raccolto allo stato e fioriva il mercato nero.
Venne inoltre attuato il cosiddetto comunismo di guerra, che consiste nell’abolizione della proprietà privata e del libero mercato, nella nazionalizzazione delle imprese; nella statalizzazione del commercio interno e l’attuazione di una rigida disciplina di lavoro; una politica di requisizioni del grano.
Fu contemporaneamente instaurata la dittatura del Partito Comunista, che assunse un potere assoluto.

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