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Rivoluzione russa e URSS

La rivoluzione del 1905 viene ritenuta dagli storici come una “prova generale” di quella del 1917. Il governo non riuscì a sciogliere dopo il 1905 le contraddizioni che sorsero:
- questione della terra e della condizione operaia
- anacronismo del regime politico autocratico
- rivendicazioni autonomistiche delle nazionalità non russe dell’impero
- sproporzione tra l’effettiva solidità economico-politica dello stato e le sue ambizioni a svolgere un ruolo di “grande potenza” in campo internazionale

Stolypin tenta di modernizzare la società russa in due direzioni: la creazione di una proprietà contadina diffusa e lo sviluppo dell’industrializzazione. In campo industriale ottenne indubbi successi; l’industrializzazione determinò la formazione di un ceto medio e di una classe operaia ancora ristretta numericamente, ma concentrata nelle regioni industriali del paese. La Russia viene definita aristocrazia irriformabile in quanto Nicola II, l’autocrazia, cioè l’idea che lo zar sia tale per diritto divino, senza alcun bisogno di legittimazione popolare e senza alcun limite costituzionale.

La difesa dell’autocrazia si univa all’ideologia “grande russa”, che professava il primato della Russia fra le molte nazionalità dell’impero e la necessità di reprimere ogni aspirazione autonomistica per preservare l’unità dello stato. Il primo censimento dell’impero rivelo che nel 1897 i russi costituivano meno del 50% della popolazione, ciò spinse il governo di Nicola II ad accentuare la russificazione delle altre nazionalità, e a reprimere i movimenti autonomistici o indipendentistici nazionali, spesso di orientamento socialista. La sconfitta con il Giappone alimentò lo sciovinismo grande russo, portando la nascita di movimenti di estrema destra. L’antisemitismo venne utilizzato come tentativo di rinsaldare il consenso popolare intorno alla figura dello zar.

I fattori decisivi della rivoluzione del febbraio 1917 furono la mobilitazione politica della classe operaria delle grandi fabbriche e la defezione dell’esercito. Questo moto fu spontaneo, rapido e poco contrastato. Due principali ordini di problemi si delinearono di fronte alle forze politiche post-rivoluzionarie: chi dovesse detenere il potere, e come; quali decisioni prendere rispetto al proseguimento della guerra. Sempre aperto era il problema della riforma agraria. I giorni della rivoluzione produssero di fatto due centri di potere: il governo provvisorio e il Soviet di Pietrogrado. Questa situazione di doppio potere dura sino all’ottobre 1917, e rese estremamente complessa la gestione politica della rivoluzione.

Governo provvisorio e soviet esprimevano interessi contrastanti. Il governo provvisorio prese una serie di provvedimenti di tipo liberale: libertà di parola, di stampa, di associazione politica, abolizione della pena di morte, promessa di autonomia alle minoranze nazionali, convocazione di un’assemblea costituente per decidere il futuro assetto del paese. I liberali, inoltre, erano favorevoli a una prosecuzione della guerra. I socialisti rivoluzionari invece, puntarono sulla riforma agraria consistente nell’assegnazione alle comunità rurali delle terre appartenenti ai grandi proprietari e al demanio pubblico.

Il potere dello stato si frantumò in una molteplicità di micropoteri su base locale e in una miriade di organizzazioni di base: soviet, comitati di soldati, comitati di quartiere, comitati di fabbrica, assemblee di villaggio, Guardie rosse, cui vanno aggiunte le organizzazioni delle varie nazionalità. I mesi centrali del 1917 videro svilupparsi la partecipazione politica e la pubblica discussione.

Lenin propose un programma immediato di azione che “saltava” il passaggio della rivoluzione borghese per porre le condizioni, attraverso la presa del potere, della realizzazione del socialismo. Nelle cosiddette “Tesi di aprile”, presentate al partito bolscevico, Lenin propose di rompere con il governo provvisorio, di attribuire il potere agli organismi consiliari (“tutto il potere ai soviet”), di stringere un’alleanza con i contadini poveri mediante una riforma agraria e di porre fine alla guerra.

Per cercare di fronteggiare i contrasti tra governo provvisorio e soviet, si formo un nuovo governo di coalizione affidato al rivoluzionario moderato Kerenskij. I bolscevichi condussero l’opposizione a questo governo da una posizione di minoranza e la loro popolarità andò crescendo nel paese, portando a una “bolscevizzazione” della protesta dei soldati, destinata d avere una grande importanza per il seguito della rivoluzione. Nel corso del 1917 la Russia divenne ingovernabile. Nelle grandi città sull’orlo della fame e nelle fabbriche cresceva il movimento della protesta operaia. All’inizio di luglio la tensione giunse al culmine: si ebbero gravi scontri tra i manifestanti ostili al governo, soldati ammutinati dalla guarnigione e truppe governative. Era un movimento insurrezionale a cui i bolscevichi parteciparono, ma che non diressero. Il governo reagì con provvedimenti repressivi nei confronti dei bolscevichi, i quali dovettero tornare alla clandestinità.

Dalla Finlandia Lenin esortava i bolscevichi a forzare la situazione, prendendo il potere attraverso un’insurrezione armata. Lenin ebbe l’appoggio di Trockij e di Stalin. Si formò così un comitato militare rivoluzionario e nella notte tra il 24 e il 25 ottobre 1917 i bolscevichi occuparono i punti strategici della città e conquistarono il Palazzo d’inverno, sede del governo provvisorio. Lenin costituì un governo rivoluzionario bolscevico. I primi provvedimenti del governo bolscevico furono la nazionalizzazione delle banche, la consegna della gestione delle fabbriche ai delegati operai, l’avvio di immediate trattative di pace, il riconoscimento dell’uguaglianza di tutti i popoli della Russia e del loro diritto all’autodeterminazione. Particolarmente importante fu il decreto sulla terra, che confiscava le proprietà dei grandi proprietari e della chiesa e demandava ai soviet dei contadini il compito di ridistribuirle tra i contadini.

Sul piano interno Lenin operò in modo da ridurre le possibilità di opposizione (creazione di una polizia politica, la Ceka). Nel novembre 1917 si tennero le elezioni per l’assemblea costituente, a suffragio universale e scrutinio segreto (i bolscevichi si trovarono in netta minoranza). Lenin, temendo che l’assemblea costituisse una minaccia, la fece sciogliere con la forza (concezione leniniana della dittatura del proletariato). Fu presa la decisione di ottenere la pace ad ogni costo: la guerra costituiva un pericolo gravissimo per il fragile stato rivoluzionario. Lenin impiegò perciò tutto il suo prestigio per vincere le forti resistenze degli stessi bolscevichi nei confronti di una pace separata. Il 3 marzo 1918 il governo sovietico firmò il trattato di Brest-Litovsk, accettando le condizioni imposte dalla Germania. Si trattò di una pace durissima, che imponeva la smobilitazione dell’esercito russo e la cessione dei territori polacchi, della Lettonia, dell’Estonia, della Finlandia e dell’Ucraina.

 LA GUERRA CIVILE E IL COMUNISMO DI GUERRA
Il pericolo maggiore per il potere del Partito comunista (bolscevico) russo veniva dalle armate controrivoluzionarie bianche organizzate da ex ufficiali dello zar. Queste ultime fornirono alle armate controrivoluzionarie aiuti economici e militari. Dalla fine del 1917 alla fine del 1919 una spietata guerra civile infuriò il paese. Del “terrore bianco” e del “terrore rosso” fece soprattutto le spese la popolazione contadina (uomini e risorse per il conflitto).

Sul piano militare, risultò decisiva la costituzione dell’Armata rossa, caratterizzata da alti livelli di disciplina e di fedeltà. I bianchi persero la guerra più sul piano politico che su quello militare: alle popolazioni contadine, essi non seppero proporre altro che dittature spietate e la prospettiva di un ritorno al passato; alle nazionalità non russe, non furono in grado di prospettare che la riaffermazione dell’ideologia imperiale russa. Inoltre, agli occhi di molti cittadini ispirati da sentimenti patriottici, il governo bolscevico rappresentava l’unica forza capace di mantenere unito lo stato, impedendone la frantumazione. Questi due fattori permisero al potere rivoluzionario di sopravvivere.

Oltre alla guerra civile, l’Armata rossa dovette sostenere un conflitto militare con la Polonia. I russi, dopo avere respinto con successo gli assalitori, invasero a loro volta il territorio polacco, giungendo quasi fino a Varsavia, ma vennero respinti. Il conflitto si concluse con la Pace di Riga (1921), nella quale venne tracciato tra i due paesi il confine destinato a durare sino al 1939.

Il governo bolscevico aveva ereditato un’economia distrutta, che cercò migliorare attraverso l’abolizione della proprietà provata e del libero mercato. Il cosiddetto comunismo di guerra portò con se la nazionalizzazione delle imprese, la statalizzazione del commercio interno e l’attuazione di una rigida disciplina del lavoro, di tipo militare. Nelle campagne fu decisa la requisizione forzata di tutto il grano eccessivo. Squadre di operai armati e contadini poveri vennero organizzati per garantire l’osservanza del decreto, che colpì i contadini agiti (kulaki) e medi.
Contemporaneamente sul piano politico si instaurò la dittatura del Partito comunista, che assunse un potere assoluto, svuotando il ruolo dei soviet e dei sindacati. La Ceka assunse dimensioni e poteri sempre maggiori, ed instaurò un vero e proprio terrore.

Il comunismo di guerra ebbe conseguenze disastrose nelle campagne, perché i contadini reagirono alle requisizioni riducendo la produzione aggravando in questo modo la crisi agricola. La penuria di beni alimentari e di consumo, faceva fiorire il mercato nero, e ci fu inoltre un ritorno al baratto. Masse di popolo si spostavano dalle città alle campagne, alla ricerca di condizioni minime di sopravvivenza. Le città non solo si spopolarono, a mutarono la loro struttura sociale. Una grave frattura si era aperta nel paese tra il governo comunista e la popolazione, in particolare nelle campagne. Ma anche in città il consenso al Partito comunista diminuiva. Scioperi e manifestazioni si accesero in tutte le città industriali.

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