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La rivoluzione Keynesiana

Nel 1936 Keynes pubblicò la Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta, un'opera molto complessa che critica l'economia classica, il liberismo.

Perchè si verifichi la libera concorrenza perfetta, le imprese devono essere piccole, molto numerose e i prodotti devono avere le stesse caratteristiche, in modo che la scelta del consumatore sia dettata solo dal prezzo. Keynes teorizzò che nei moderni mercati fosse improbabile che queste condizioni si potessero verificare.

Nel liberismo i salari dovevano essere bassi, ma questo causò diffusa conflittualità. Crebbero così i movimenti sindacali (con l'obbiettivo di migliorare le condizioni dei lavoratori) e i partiti socialisti (con l'obbiettivo di imprimere una svolta in senso democratico allo Stato). le condizioni dei lavoratori cominciarono a migliorare e Keynes osservò che la flessibilità dei salari era:

- improbabile, i lavoratori non avrebbero accettato di regredire economicamente;
- dannosa, avrebbe provocato un calo della domanda con conseguente calo dell'offerta.

Secondo i liberisti, le famiglie dovrebbero risparmiare per aumentare la domanda dei beni d'investimento. Per Keynes, gli investimenti privati dipendono dale aspettative imprenditoriali e le aspettative imprenditoriali sono buone solo se la domanda di beni e servizi è in aumento.

Se la crisi recessiva si innesca, per ricacciarla indietro bisogna aumentare rapidamente la domanda sia di beni di investimento (necessari per accrescere la capacità produttiva delle imprese) che di beni di consumo (destinati a soddisfare i bisogni delle famiglie).
La domanda di beni di consumo dipende dal reddito delle famiglie. In caso di crisi sarebbe utile aumentare sia l'occupazione che i redditi di lavoro, ma gli imprenditori non possono aumentare i redditi se i consumi ristagnano. Si arriva, così, in modo indiretto ad aumentare i consumi delle famiglie aumentando la domanda di beni d'investimento.
Se la domanda è insufficiente, l'unico soggetto che può intervenire è lo Stato, che può rilanciare la domanda nel paese realizzando grandi opere pubbliche, quali autostrade, porti, abitazioni..
Questo comporta a catena, anche la domanda di lavoro, che porterà un reddito da consumare. Quindi, secondo Keynes, ogni investimento produce redditi per un valore multiplo dell'investimento stesso.
Ma questo processo comporta che lo stato immetta nel circuito economico una grossa somma di denaro che prende in prestito dalle banche. Quando si è in presenza di una recessone economica, il bilancio dello Stato deve essere in deficit (cioè lo Stato deve spendere più di quello che normalmente incassa).

Contrariamente a quello che pensavano i liberisti, per Keynes lo Stato deve diventare regolatore dell'economia intervenendo ogni volta che il sistema, lasciato a se stesso, tende a scivolare verso la recessione.

La politica economica di Keynes è stata adottata soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale e ha attenuauto gli effetti delle crisi recessive. Dopo le guerre viene anche riconsiderato il ruolo dello Stato, che divenne Stato sociale.

I neo liberisti sono quegli economisti contemporanei che rimproveramno al sistema keynesiano di aver consentito una eccessiva invadenza allo Stato nell'economia e di aver favorito una dilatazione del debito pubblico. Quindi essi propongono:
- il ridimensionamento del ruolo dello Stato in economia (politica delle privatizzazioni);
- flessibilità dei salari e mobilità del lavoro (che dovrebbero indurre l'aumento della produzione e dell'occupazione).

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