Due furono le principali linee di intervento:
- la politica monetaria: in Inghilterra si procedette, nel 1931, alla svalutazione della sterlina, i prodotti nazionali costavano meno e ne beneficiava l’esportazione/ in Italia e Francia si ricorse alla deflazione (riduzione della moneta circolante, attraverso la restrizione del credito e i tagli della spesa pubblica), rivalutazione a difesa del potere della moneta ma incidenza negativa sulle esportazioni;
- il protezionismo: in Inghilterra, patria del liberismo, fu creato una Unione doganale imperiale / in Italia e Germania si diede inizio ad una politica autarchica.

Tuttavia, questi provvedimenti si rivelarono insufficienti a superare la crisi.
La ripresa fu di fatto favorita in modo decisivo solo dall’aggravarsi delle tensioni sociali che diedero impulso alla produzione di armamenti.

Nel Novembre 1932 fu eletto il democratico F.D. Roosevelt (che fu rieletto anche nel 1936, nel 1940, nel 1944 ma morì nel 1945) che spezzò così l’egemonia del Partito repubblicano.

Roosevelt, avvalendosi del cosiddetto trust dei cervelli, s’impegnò ad affrontare il New Deal, che collegava la ripresa economica all’intervento dello Stato e allo sviluppo di una democrazia sindacale e sociale.

Intervento statale in campo economico
Numerosi furono i provvedimenti presi, sotto il presidente Roosevelt, nel settore economico, ricordiamo:
- la svalutazione del dollaro, per incentivare l’esportazione;
- il controllo statale della Borsa e delle banche;
- l’elargizione di sussidi governativi ai coltivatori che si impegnassero a limitare la produzione di alcune derrate per evitare l’inflazione;
- attraverso il National Industrial Recovery Act, la costruzione di opere pubbliche (aumenta il deficit statale ma crea posti di lavoro);
- attraverso la Tennessee Valley Authority (impresa governativa che sfruttava le risorse idriche del Tennessee) fu fornita alle imprese l’energia elettrica a prezzi più vantaggiosi.

L’aumento della spesa pubblica rispondeva alla teoria del deficit spending di Keynes, il cui pensiero fu alla base dell’intero New Deal.

Keynes e il deficit spending
La teoria del deficit spending di Keynes, economista inglese, sosteneva che, per incrementare la domanda effettiva in tempo di crisi, fosse necessario l’intervento statale nell’attività economica, promuovendo grandi opere pubbliche. Se pur da una parte questo avrebbe aggravato il deficit statale, dall’altra avrebbe, attraverso un impiego massiccio di manodopera, garantito un salario anche ai disoccupati, con conseguente domanda di prodotti e quindi rivitalizzazione del mercato interno. Per riuscire a realizzare tale piano, tuttavia, era necessaria una tassazione delle classi più abbienti, solitamente inclini a congelare i beni piuttosto che ad investirli.

Il New Deal: luci ed ombre
Il New Deal incontrò opposizioni politiche e giudiziarie.
Seppur i suoi risultati non furono sempre ottimali, rese, certamente il capitalismo più democratico e meno individualista. Dimostrò la necessità di intervento dei poteri pubblici nel regolare le attività economiche. Significò inoltre la tutela delle libertà sindacali e politiche.

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