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Il Risorgimento delle nazioni

Nell’immagine degli italiani quella grande rivoluzione che fu il Risorgimento non ha molto spazio, e se ce l’ha molto frequentemente su di esso viene espresso un giudizio negativo. A differenza dei Francesi, che adorano la loro Rivoluzione, cantano la Marsigliese e ballano per le strade il 14 luglio, o degli Americani, che intonano l’inno nazionale persino al termine della messa cattolica e a scuola studiano a memoria la Dichiarazione d’Indipendenza, ben pochi di noi ricordano la data della battaglia di Calatafimi e nessuna festa nazionale celebra il 17 marzo 1861, giorno in cui si riunì il primo Parlamento dell’Italia unita.

La storia di questa indifferenza, anzi spesso di questo fastidio generalizzato e lunga. Nasce addirittura nel 1892, quando Alfredo Oriani, uno scrittore irruente e molto popolare,ssessionato dall’ambizione di uscire dalla mediocrità della morale borghese, pubblicò la lotta politica in Italia, mettendo sotto accusa lo Stato uscito dal Risorgimento perché era stato il frutto di una “conquista regia” e non di una “guerra del popolo”. Oriano poi convogliò le sue eroiche aspirazioni in un’opera, La rivolta ideale, che divenne il libro-culto del fascismo perché profetizzava l’avvento di un uomo che avrebbe riportato l’Italia ai suoi destini imperiali e colonialisti.

Benito Mussolini pensò diesi anni dopo di essere quell’uomo e curò personalmente l’edizione completa delle opere di Oriani.
Un’altra critica arrivò nel 1926 da una grande intellettuale di parte opposta, Pietro Gobetti, che oggi definiremmo un liberale di sinistra: vicino al comunista Antonio Gramsci, irriducibile antifascista, vittima dei manganelli delle “camicie nere”, morto esule a venticinque anni. In un suo libro, Risorgimento senza eroi, egli riprese alcune delle obiezioni di Oriani e mosse critiche feroci alla classe dirigente che aveva realizzato e governato l’Italia unita, definendo il Risorgimento “rivoluzione fallita”.
Bisogna però considerare che Gobetti scriveva dall’esilio nell’anno delle “leggi fascistissime ” e che non potava perdonare ai liberali dei primi decenni del Novecento, eredi della classe dirigente che aveva unito l’Italia, di essere coloro che avevano ceduto le armi difronte alla dittatura.
Antonio Gramsci, il fondatore del Partito comunista morto in un carcere fascista, non fu meno severo di Gobetti: al risorgimento, secondo lui, mancò una “direzione Giacobina “in grado di imprimere al movimento un carattere generale e unitario e, attraverso una riforma agraria, di trarre alla propria parte le masse contadine.

A queste critiche risposero, nel secondo dopo guerra, Federico Chabod e Rosario Romeo obiettando che una rivoluzione agraria e giacobina avrebbe provocato una reazione nettamente ostile all’unificazione da parte delle potenze europee e che ,nelle condizioni in cui versavano le agricolture meridionali, trasformate quelle regioni in una democrazia rurale era impossibile.
Oggi, liberi da ideologie e sulla linea di queste due ultime interpretazioni, possiamo accingerci ad affrontare un esame del Risorgimento all0interno del difficilissimo contesto italiano e internazionale in cui agirano i liberali e i democratici, coloro che senza paura di cedere nella retorica possiamo chiamare, come loro stessi si definivano, ”patrioti”.
Possiamo contare i loro morti, per lo più giovani, e non solo borghesi, ma operai, tipografi, sarti, cappellai, fabbriferrai, calzolai, muratori, scalpellini, facchini, cocchieri portinai. E tante donne. E aristocratici che, invece di godersi le carrozze, i servitori, le ville in campagna, finirono in esilio o in carcere o sul patibolo.
Ce ne siamo completamente dimenticati e, forse, è perché ce ne vergogniamo che giudichiamo il Risorgimento “noioso”.

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