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Il Risorgimento italiano

Si indica con Risorgimento italiano un processo politico durato alcuni decenni, che portò all’indipendenza e all’unità del nostro paese. L’iniziativa partì da ristretti gruppi di borghesi e di nobili, mentre il popolo rimase in un primo momento lontano dalla lotta per la libertà.

Se i primi moti di ribellione del popolo italiano nei confronti del dominio straniero ebbero insuccesso, servirono se non altro a diffondere il sentimento nazionale, cioè la consapevolezza che l’indipendenza era uno scopo per il quale valeva la pena battersi.

I moti carbonari del 1820

In Italia, la società segreta chiamata Carboneria raccolse soprattutto borghesi liberali, ma anche molti artigiani, alcuni nobili, e ufficiali e soldati che avevano combattuto negli eserciti di Napoleone. Gli iscritti alla setta erano incerti sui propri scopi: c’era chi auspicava la repubblica, chi l’unione degli stati italiani in una federazione, e solo alcuni chiedevano una Costituzione.

La notizia degli avvenimenti spagnoli fu accolta con grande emozione dai carbonari di Napoli: alcuni giovani ufficiali si misero alla testa dei propri reggimenti e marciarono prima su Avellino e poi su Napoli stessa. Il generale Guglielmo Pepe si schierò con gli insorti e il re Ferdinando I fu costretto a concedere una Costituzione. Sull’onda di questi avvenimenti anche a Palermo scoppiò una rivolta, le truppe borboniche furono cacciate e la Sicilia fu proclamata indipendente. Il nuovo governo costituzionale di Napoli però, pur dicendosi liberale, non volle lasciare totale libertà ai siciliani; inviò una spedizione militare e ne stroncò la rivolta. Ma anche l’amministrazione napoletana ebbe vita breve: su richiesta di Ferdinando I un forte esercito austriaco raggiunse la città e sconfisse i rivoltosi. Il re abolì la Costituzione e imprigionò i capi liberali. Gli ufficiali che avevano condotto la presa di Avellino e Napoli furono fucilati, mentre il generale Pepe fu esiliato.

I moti in Piemonte, a Milano e nello Stato pontificio

Le prime rivolte verificatesi nell’Italia meridionale ebbero eco anche in Piemonte, dove il movimento liberale era però costituito da moderati che miravano alla monarchia costituzionale. Inoltre il regno dei Savoia era vista come l’unica concreta possibilità di combattere gli austriaci. Così, nel 1821, alcuni reggimenti si ribellarono, marciarono su Torino chiedendo la Costituzione e la guerra contro l’Austria. Il re Vittorio Emanuele I si rifiutò di concedere la Costituzione, ma non volle usare la forza. Rinunciò al trono in favore del fratello Carlo Felice, che era però assente, e perciò assunse la reggenza il nipote Carlo Alberto. Questi era di tendenza liberale e concesse la Costituzione, ma a condizione che il nuovo re l’approvasse. Poco tempo dopo i moti piemontesi furono repressi e Carlo Alberto fu mandato in esilio dallo zio.

A Milano, intanto, Silvio Pellico e Federico Confalonieri, che avevano scritto sul giornale liberale “Il Conciliatore”, poi soppresso, proseguirono clandestinamente la propria attività politica nella Carboneria. Per questo furono arrestati e incarcerati dagli austriaci. La stessa sorte toccò a tutti i capi delle rivolte che seguirono. L’Austria represse i moti di ribellione a Modena a Parma e in molte città dello Stato pontificio (Bologna, Ancona, Forlì, Ascoli, Spoleto, Perugina, Assisi). Ciro Menotti, che aveva condotto la rivolta a Modena, fu giustiziato.

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