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La Restaurazione

In Europa
Nel 1814 le potenze vincitrici avevano organizzato un congresso a Vienna per decidere come riorganizzare l’Europa dopo l’ondata rivoluzionaria. Al Congresso di Vienna, che durò dal novembre 1814 al giugno 1815, vennero invitate tutte le nazioni d’Europa. I lavori del Congresso si chiusero il 9 giugno 1815, ben nove giorni prima della battaglia decisiva di Waterloo, perché ormai era chiaro che la sconfitta di Napoleone era imminente. Al Congresso, però, tutte le decisioni vennero prese dalle quattro potenze vincitrici: Inghilterra, Austria, Prussia e Russia. Figura influente del Congresso di Vienna fu il cancelliere austriaco Metternich, il quale disse che l’Italia era solamente un’espressione geografica. A rappresentare la Francia borbonica nel Congresso c’era Talleyrand. Il Congresso di Vienna segnò l’inizio di un periodo storico chiamato Restaurazione. Il Congresso lavorava secondo due principi: il principio di legittimità e il principio di equilibrio. Il principio di legittimità dichiarava che su ogni trono dovesse essere posto il sovrano legittimo, cioè quello che c’era prima della rivoluzione o un suo diretto discendente. Questo principio non venne sempre applicato alla lettera a causa del principio dell’equilibrio, secondo cui fosse imprescindibile creare un equilibrio tra le varie potenze. Il principio di equilibrio serviva a evitare che potesse emergere nuovamente una potenza egemone. La divisione dell’Europa fatta dal Congresso però non rispettava esattamente quella prima della rivoluzione proprio per il principio di equilibrio.

Le decisioni che vennero prese dal Congresso furono numerose. L’obiettivo di eliminare la minaccia della Francia era stato raggiunto. L’Inghilterra si garantì le aperture commerciali con tutti gli altri porti europei e ottenne l’isola di Malta, l’isola di Ceylon e altri territori coloniali. Queste due isole furono fondamentali per le strategie commerciali inglesi. La Russia ottenne la Polonia e la Finlandia. La Prussia venne ingrandita inglobando molti territori tedeschi, tra cui la Renania, una parte della Sassonia e Brandeburgo, restando però divisa in due blocchi. L’Austria ottenne l’egemonia in Italia. Prima della rivoluzione in Germania vi erano 350 stati, mentre dopo il Congresso c’era la confederazione germanica, formata da 37 stati a cui si aggiunsero Austria e Prussia. Si trattava di un’unione formale e di scarso valore; il presidente della confederazione era l’imperatore d’Austria, mentre il vicepresidente era il re di Prussia. La Francia venne ridotta nei confini del 1789; perse la Savoia e il Belgio. La prima venne assegnata al Regno di Sardegna, mentre il Belgio venne unito all’Olanda e al Lussemburgo per dare vita allo stato dei Paesi Bassi, la cui funzione principale era quella di fare da stato-cuscinetto intorno alla Francia per impedire qualsiasi tentativo di espansione. Il Regno di Sardegna venne ingrandito poiché ottenne la Savoia e la Liguria; anche questo stato venne ampliato per fare da stato-cuscinetto. In Spagna venne restaurato Ferdinando VII di Borbone che clamorosamente abolì la costituzione che aveva concesso nel 1812 durante l’invasione francese. Questo atto fu motivo di forti tensioni in Spagna. La Svezia perse la Finlandia, ma rimase al potere il generale francese Bernadotte che aveva tradito Napoleone. Il Portogallo rimase nella sfera d’influenza inglese.

In Italia
La Lombardia, il Veneto e il Trentino Alto Adige ritornarono nelle mani austriache. L’Austria aveva bisogno di denaro e scelse quindi di tassare pesantemente i territori italiani. C’era un viceré con sede a Milano, ma di fatto il potere era nelle mani di due governatori che risiedevano uno a Venezia e l’altro a Milano e dipendevano direttamente dall’imperatore d’Austria.
Il Regno di Sardegna si ingrandì e vi fu una dura restaurazione. Vittorio Emanuele I abolì tutti i diritti introdotti dai francesi e si ritornò quindi a prima dell’Illuminismo. L’unico aspetto positivo di questo stato fu la sua indipendenza dall’Austria. Il malcontento era diffuso in tutto il regno, ma soprattutto in Liguria; non è un caso che molti degli artefici dell’unità d’Italia furono proprio liguri.
Nella pianura padana c’erano due piccoli ducati sotto il controllo austriaco: il principato di Parma e Piacenza e il ducato di Modena e Reggio. A Parma regnava Maria Luisa, moglie di Napoleone e sorella dell’imperatore d’Austria, la quale fece provvedimenti positivi che resero il suo ducato una piccola isola felice nell’Italia del tempo. Maria Luisa fu molto amata dai parmensi. Il Ducato di Modena invece era retto dal cugino dell’imperatore, Francesco IV d’Asburgo-Este, che era molto ambizioso e voleva ingrandire il proprio stato. All’interno del ducato represse ogni movimento patriottico, ma allo stesso tempo favorì quelli che stavano sorgendo negli stati vicini nella speranza di indebolirli e conquistarli.

Vi era poi il Granducato di Toscana che era sotto Ferdinando III d’Asburgo, fratello dell’imperatore, e in cui venne restaurata la costituzione precedente alla rivoluzione, quella fatta da Pietro Leopoldo, che era piuttosto moderna. C’erano poi i due staterelli di Lucca e di Massa e Carrara, che erano sotto il controllo austriaco. La repubblica di San Marino rimase indipendente.
C’era lo Stato pontificio che comprendeva la Romagna, le Marche, l’Umbria e il Lazio. Tutto il potere era nelle mani del papa Pio VII e dei cardinali e vennero abolite tutte le innovazioni introdotte dai francesi.
Nell’Italia meridionale il Regno di Napoli aveva preso il nuovo nome di Regno delle Due Sicilie. Il sovrano Ferdinando IV di conseguenza aveva cambiato la propria numerazione diventando Ferdinando I e abolì ogni autonomia della Sicilia, la quale prima della rivoluzione aveva un proprio parlamento e delle leggi proprie. In Sicilia venne abolito tutto ciò che avevano introdotto i francesi e si ritornò al feudalesimo.

Monarchie

Nell’Europa restaurata si ritrovavano fondamentalmente due forme politiche: le monarchie assolute (Russia, Prussia, Austria e altri stati) o le monarchie costituzionali (Inghilterra e Francia). L’Inghilterra era una monarchia parlamentare. Nel 1814 Luigi XVIII Borbone aveva concesso una costituzione che entrò in vigore alcuni anni dopo. Era una costituzione “octroyée”, cioè concessa al popolo dal sovrano. La Costituzione del 1814 prevedeva un parlamento diviso in due camere. La Camera era eletta con suffragio censitario molto alto che permetteva di votare a meno di centomila francesi. L’altra camera, il Senato, era votata dal re. Camera e Senato avevano solo il compito di approvare o respingere le leggi, che venivano invece formulate dal re. Il sovrano aveva diversi poteri. Importante era il principio dell’uguaglianza di fronte alla legge, tutelato dalla Costituzione. I titoli nobiliari esistevano ancora, ma non davano più privilegi di fronte alla legge. La Costituzione prevedeva anche la libertà di stampa e di religione. In Inghilterra c’erano la Camera dei Lord, con pochi poteri, e la Camera dei Comuni, eletta a suffragio censitario e con molti poteri. Si parlava di Constitution con cui si intendeva una serie di norme che la consuetudine aveva radicato come il Bill of rights e l’Habeas corpus. Il potere esecutivo era nelle mani del primo ministro che doveva avere la fiducia delle due camere del Parlamento.
La maggior parte degli stati europei erano monarchie assolute, ma non avevano potuto eliminare alcune innovazioni introdotte dai francesi come il codice civile. Russia, Prussia e Austria decisero di dar vita alla Santa Alleanza. Era stata creata con compiti anti-rivoluzionari e i tre stati, a cui poi se ne aggiunsero altri minori, si impegnavano a reprimere ogni cambiamento dell’ordine stabilito in Europa. La Santa Alleanza era così chiamata perché voluta da Dio, anche se i tre sovrani che la crearono erano di tre professioni diverse (l’imperatore austriaco era cattolico, il re prussiano protestante e lo zar ortodosso). Ci fu poi anche la Quadruplice Alleanza formata da Austria, Prussia, Russia e Inghilterra, che era un’alleanza antifrancese. L’Inghilterra non partecipò alla Santa Alleanza perché considerava assolutamente inaccettabile l’idea di intervenire in uno stato straniero.

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