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La Repubblica romana

I Romani erano decisissimi ad aiutare i Piemontesi. Il 29 marzo 1849 si seppe della sconfitta di Novara, ma non ancora dell’armistizio. I tempi parevano a tutti eccezionali: perciò i deputati nominarono un triumvirato, dopo la fuga del papa Pio IX a Gaeta, a cui attribuire “poteri illimitati per la guerra d’indipendenza e per la salvezza della Repubblica”: Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini.
Per la guerra d’indipendenza seppero subito che non c’era più niente da fare. Per la salvezza della repubblica, invece, bisognava muoversi: non era passato neanche un mese e la prima nave francese attraccava a Civitavecchia.
Intanto presero la cosa a cuor leggero, come se si trattasse di una passeggiata. Il generale Oudinot pronunciò sprezzante la famosa frase: “Gli italiani non si battono…”.
In ogni caso, i Francesi sbarcarono a Civitavecchia, occuparono la città, e dichiararono d’esser venuti a metter pace tra il papa e la repubblica. Questa specie di farsa terminò la sera del 25 aprile, quando un inviato di Oudinot ammise brutalmente con Mazzini che i Francesi erano venuti a mettere Pio IX sul trono e verificare il reale stato d’animo delle popolazioni romane. Mazzini disse che i popoli dello Stato pontificio avevano liberamente votato. Non c’era dunque nulla da verificare…

Tornato all’Assemblea, che aveva deciso di restare riunita in permanenza, Mazzini riferì del colloquio e tenne un gran discorso. C’erano due risposte possibili da dare ai Francesi: “resistere in nome dell’indipendenza, in nome del diritto che, piccoli o grandi, forti o deboli, tutti gli Stati hanno di governarsi a modo loro”, oppure trattare il ritorno del papa. Mazzini aggiunse che non voleva forzare la volontà dell’Assemblea: “Qualunque sia le scelta dell’Assemblea, noi triumviri l’accetteremo, se sentiremo che la scelta coincide con la nostra coscienza: e se l’Assemblea vorrà, daremo opera attiva perché quell’opera si realizzi. E se troveremo che non si concili colla nostra coscienza, torneremo cittadini privati seguendo le ispirazioni che il nostro cuore ci suggerirà. L’Assemblea decida: noi daremo, se richiesti, l’opinione nostra”.
In pochi minuti venne approvata all’unanimità questa deliberazione: “L’Assemblea, dopo le comunicazioni avute dal Triunvirato, gli commette di salvare la Repubblica e di rispondere la forza con la forza”. Un applauso scosciante e prolungato salutò la lettura di queste parole.
I Romani si prepararono con un entusiasmo sorprendente. Gli osservatori stranieri, che avevano sempre fatto sapere ai loro governi che le vicende della Repubblica romana s’erano svolte in un clima di indifferenza, segnalarono che qualcosa era cambiato nell’atteggiamento popolare: “I trasteverini hanno preso apertamente parte contro il clero ed è da prevedere che le numerose barricate ben costruite saranno difese. Improvvisamente c’è uno spirito di guerra fra il popolo addirittura incomprensibile”, scrisse il console tedesco Koib. Cernuschi, amico di Cattaneo, che aveva alle spalle l’esperienza delle Cinque giornate, aveva riempito la città di manifesti, scritti in uno stile confidenziale, del tutto nuovo, che colpì la popolazione. Infatti le donne romane rinunciarono persino ai loro materassi, che furono usati per rinforzare le porte d’accesso alla città.
Era la prima volta che i Romani si sentivano responsabili del loro destino. E se lo giocavano con un coraggio e un’incuranza del pericolo forse superiore persino a quello di altre città: considera che il Piemonte ormai era sconfitto e che le speranze di vincere erano praticamente nulle.
Mentre Ciceruacchio, soprannome di Angelo Brunetti, teneva comizi infiammati (ed erano gli ultimi della sua vita: tra poche settimane gli Austriaci l’avrebbero fucilato insieme al prete Ugo Bassi e al figlio tredicenne), arrivò Garibaldi con le sue camicie rosse. Era il pomeriggio del 27 aprile e una folla di ragazzini andò a estasiarsi davanti al generale che entrava con la sue legione di Porta Maggiore e andava a ricoverarsi al convento di San Silvestro.
Garibaldi era uno scocciatore, da un certo punto di vista: continuamente a chiedere uomini, armi, sussidi. Incline per natura a far di testa sua. Carlo Pisacane a cui era affidata l’organizzazione bellica e che veniva da un esercito regolare, non ci andava d’accordo. Ma certo non c’era personaggio più adatto a colpire la fantasia del popolo e questo contava, contava molto.
Insieme a Roma c’era la Cristina di Belgioioso addetta ai servizi di infermeria. Era venuto Luciano Manara col battaglione di bersaglieri che aveva combattuto un mese prima con Carlo Alberto contro gli Austriaci. C’erano i volontari toscani guidati da Giacomo Medici. E poi decine di altri combattenti venuti dalla Romagna, dalla Liguria, dal Veneto e persino dalla Svizzera e dalla Francia. Erano tutti gente piena di fede.
Oudinot si mise in marcia la mattina del 30 aprile. Arrivò davanti a Porta Cavalleggeri alle 11 e cominciò l’assalto. Ma dopo sei ore non aveva guadagnato un centimetro di terreno. Dalle mura gli sparavano addosso gli uomini di Luigi Masi, sui fianchi lo attaccavano incessantemente le colonne di Garibaldi e di Galletti. I Francesi persero 250 uomini, ebbero 400 feriti e 300 prigionieri.
I Romani combattenti erano diecimila. Però intanto lo Stato pontificio era attaccato da ogni parte. I Napoletani lo invasero da Sud e arrivarono ad occupare Velletri. Gli Spagnoli sbarcarono quattromila uomini a Gaeta, presero Terracina e si fecero consegnare Velletri dai Napoletani. Le truppe di Ferdinando II si attestarono allora vicino a Frosinone. Dal nord intanto arrivavano gli Austriaci. Una dopo l’altra caddero le Legazioni. La resistenza di Bologna, Ascoli e Ancona furono eroiche. Eroiche, ma inutili. Alla metà di giugno, il papa era stato restaurato in tutte e quattro le Legazioni, nelle Marche e in metà dell’Umbria. Ad Ascoli, fra gli altri, aveva organizzato la resistenza Felice Orsini.
Mancava solo Roma. Alle 3 del mattino del 3 giugno Oudinot sferrò l’attacco decisivo. I Francesi occuparono a sorpresa Villa Corsini e altre posizioni di fronte a Porta San Pancrazio. Garibaldi e Galletti contrattaccarono fino alle sei di sera, riconquistando e perdendo alternativamente Villa Corsini. Il bilancio alla fine della giornata era tragico: 500 fra morti e feriti. Erano caduti il Masina, Enrico Daverio, Enrico Dandolo. Goffredo Mameli era stato ferito a una gamba, sparato per sbaglio da un compagno, che andò in cancrena: spirò un mese dopo. I Francesi intanto avevano preso Ponte Milvio e gettato un ponte di barche a San Paolo. Le truppe di Oudinot invitò i Romani ad arrendersi. “Generale”, rispose il Triumvirato, “abbiamo l’onore di trasmettervi la risposta dell’Assemblea alla vostra comunicazione del 12. Noi non tradiamo mai le nostre promesse. Abbiamo promesso di difendere, in esecuzioni degli ordini dell’Assemblea e del popolo romano, la bandiera della Repubblica, l’onore del paese e la santità della capitale del mondo cristiano. Gradite, generale, l’assicurazione della nostra distinta considerazione”.
Questo è uno dei momenti più alti di tutta la storia italiana. Ma non c’era più niente da fare. Cominciò il bombardamento della città, nelle cui mura vennero aperte numerose brecce. Il 22 i Francesi avevano conquistato la cinta di Urbano VIII e i Romani s’erano attestati sulle Mura Aureliane e al Vascello, chiamata poi Medici del Vascello perché c’era Medici a difenderla.
I Romani resistevano anche se c’erano forti contrasti all’interno del gruppo dirigente sulla condotta da tenere. Mazzini voleva tentare un contrattacco, Garibaldi disse che i soldati erano troppo stanchi. Casomai, si poteva uscire dalla città con un migliaio di uomini e attaccare le retrovie francesi. Qui Mazzini si oppose fermamente all’idea di abbandonare Roma.
Il 30 giugno i Francesi sferrarono l’attacco generale e, dopo una mattinata di combattimenti, conquistarono anche la seconda linea.
Quattrocento morti, tra cui Luciano Manara che difendeva Villa Spada. L’Assemblea decise di arrendersi. Non c’era in effetti più speranza di difesa. Il triumvirato si dimise, Garibaldi alle otto di sera uscì dalla città con ottomila uomini. I francesi entrarono il 3 luglio, accolti con grande ostilità dalla popolazione. Mazzini rimase ancora una settimana a Roma senza nascondersi, partì il 12 luglio imbarcandosi a Civitavecchia, andò a Marsiglia e di qui a Ginevra.
Garibaldi e i suoi fecero su e giù per l’Italia centrale per più di un mese scontrandosi continuamente con gli Austriaci. Voleva andare a difendere Venezia e imbarcò i suoi su dodici bragozzi e una tartana. Sbarcò tra Magnavacca e Volano e si rimise in marcia. Ma tra Ravenna e Comacchio, il 4 agosto, dovette fermarsi: Anita, che era incinta, stava malissimo. La ricoverarono in una casa di contadini, ma non c’era più speranza di tenerla in vita. La fatica l’aveva stremata. Garibaldi, dopo, fuggì ancora: attraverso la Romagna, la Toscana, la Maremma fino a Cala Martina, dove si imbarcò per la Liguria.
Dopo mesi di assedio, il 22 agosto 1849, anche Venezia capitolò.

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