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Anni venti in Europa:
- Perdita di centralità -> a vantaggio degli USA.
- Instabilità politica -> trattato di Locarno, 1925.
- Problemi economici (dal punto di vista della gente comune e degli industriali) -> riconversione dell’apparato produttivo, ricostruzione economica, crisi di sovrapproduzione -> Stato: ruolo di sostegno all’economia.
- Problemi sociali -> i reduci, già segnati dagli orrori della guerra, avevano posti di lavoro insoddisfacenti. Il ceto medio era impoverito -> instabilità -> ci si faceva tentare dall’ordine e da una garanzia di un certo modo di vivere per: 1. Paura di avvicinamento al proletariato 2. Paura del socialismo russo. A ciò, in Italia si aggiunge il mito della “vittoria mutilata” (l'Italia ha vinto la guerra, ma ha perso la pace).

A seguito della guerra, gli apparati statali estesero le proprie competenze, rafforzarono le proprie strutture, si sovrapposero e si intrecciarono con gli organismi della società civile. Le difficoltà della ricostruzione, inoltre, portarono ad un consolidamento del potere esecutivo rispetto ai parlamenti. Cominciarono a nascere nuove identità di gruppo, alimentate dallo sviluppo dei mezzi di comunicazione, in base a interessi economici specifici, alle propensioni culturali, alle attività svolte nel tempo libero.

Austria: il 12 novembre 1918 fu proclamata la repubblica, che divenne federale nel 1920. Molto ridimensionata dai trattati di pace, era caratterizzata da una parte da un’agricoltura e un ceto agrario e contadino arretrati, dall’altra da poche ma vivaci aree industriali intorno alla capitale Vienna; in essa e nei suoi quartieri operai era ben radicato il Partito socialdemocratico (alla guida del Paese), nelle campagne era maggioritario il Partito cattolico dei contadini. Per il trattato di Saint-Germain, l’Austria non potè annettersi alla Germania per tentare una reale modernizzazione del Paese. Per questi problemi cominciò a prevalere il Partito cattolico, che governò negli anni ’20 e ’30.

Ungheria: il 16 novembre 1918 si proclamò repubblica indipendente. Prima era alla guida del Paese il Partito dell’indipendenza; per la pressione dei consigli operai i partiti socialdemocratico e comunista si fusero; nel 1919 (con governo comunista con Béla Kun) fu proclamata la Repubblica ungherese dei soviet. Attaccata dalle truppe ceche e rumene appoggiate dalle forze dell’Intesa, essa venne travolta. Con la vittoria nelle elezioni del 1920 dei conservatori, fu restaurata la monarchia, con Horthy come reggente. Nel 1932 vi fu uno sbocco con la nomina a primo ministro il generale Gyula Gombos, esponente della destra razzista e antisemita.

Germania: iniziata la rivolta, nelle maggiori città tedesche soldati e operai elessero consigli rivoluzionari simili ai soviet russi. Il 9 novembre 1918 a Berlino fu proclamata la repubblica e venne formato un governo provvisorio. Socialdemocratici e socialisti indipendenti scelsero la repubblica democratico-parlamentare, e ciò provocò la rottura con la Lega di Spartaco, per una repubblica socialista dei consigli. I primi due costituivano il governo provvisorio (“Consiglio dei commissari del popolo”), che prense importanti decisioni in ambito sociale e politico (tra cui il divieto di licenziamento senza giusta causa e il suffragio universale). Nel 1919 i militanti della Lega di Spartaco (partito comunista tedesco, Kpd) appoggiarono la sollevazione spontanea della popolazione berlinese per rovesciare il governo provvisorio, ma esso attuò una violenta repressione, nella cosiddetta “settimana di sangue” (9 – 15 gennaio): l’obiettivo era quello di riportare l’ordine e schiacciare in modo definitivo il bolscevismo.

Politica: la conferenza di Parigi aveva lasciato aperti diversi problemi che si tentava di arginare con un complesso sistema di reciproche assicurazioni tra gli Stati (spesso alleanze fra due o più soggetti contro terzi). In questo senso si formarono:
- La Piccola Intesa (Cecoslovacchia, Jugoslavia e Romania, poi Francia) contro le tendenze revansciste di Austria e Ungheria
- L’alleanza tra i Paesi baltici e la Polonia in funzione antisovietica
- Le alleanze dell’Italia con l’Albania e l’Ungheria in funzione anti-jugoslava

Nel 1925 si firmò il Trattato di Locarno: sotto la garanzia della Gran Bretagna e dell’Italia, Francia, Belgio e Germania si impegnavano a non violare le comuni frontiere. Si rinunciò all’uso della forza nei rapporti tra Stati e si istituì un organismo arbitrale a cui demandare le controversie territoriali.

A differenza dei paesi occidentali, quelli orientali e balcanici erano fondati sull’agricoltura, che aveva la propria base nella grande proprietà fondiaria ed era condotta secondo metodi tradizionali: protezionismo agrario a svantaggio dell’industrializzazione. L’arretratezza economica rendeva necessario il frequente ricorso a finanziamenti stranieri, creando una condizione di dipendenza dell’Est europeo dai Paesi avanzati.

Italia: la produzione a fini bellici aveva favorito il consolidarsi dell’industria pesante e accentuato i tratti tipici del sistema industriale italiano (ruolo di banche, industrie, commesse pubbliche, Stato); lo Stato divenne più autoritario (durante la guerra si era proceduto a moltiplicare i ministeri e gli enti burocratici e a estendere le competenze degli apparati statali); la difficoltà della riconversione produttiva e il reinserimento dei reduci causavano una fase di crisi; la necessità di denaro diede luogo a un processo inflattivo; i relativi risultati ottenuti dalla classe operaia fecero aumentare il senso di frustrazione del ceto medio, che si vedeva raggiunto dalle classi basse e che leggeva in questo un’immotivata perdita del proprio prestigio sociale; si espanse il mito della “vittoria mutilata”; i soldati smobilitati (organizzati nelle leghe rosse, socialiste, e bianche, cattoliche) chiedevano la ridistribuzione delle terre che era stata loro promessa.

Per iniziativa di Luigi Sturzo, sacerdote siciliano, nel 1919 nacque una nuova forza politica, di ispirazione cattolica, ma dichiaratamente aconfessionale, il Partito Popolare Italiano (Ppi), con il quale si superò ufficialmente il “Non expedit” di Pio IX. Tuttavia nel nuovo partito si potevano individuare due anime: una conservatrice (espressione della media borghesia), una progressista e democratica (espressione delle classi lavoratrici).

Nello stesso anno nacquero anche i Fasci di Combattimento, fondati il 23 marzo a Milano da Benito Mussolini, ex socialista massimalista espulso dal partito nel 1914 per le sue posizioni interventiste. Si consolidò, inoltre, il Partito socialista (Psi), seppure attraversato da diverse divisioni (per esempio tra massimalisti e riformisti) e incapace di elaborare una precisa linea politica.

Nel 1919 si svolsero le elezioni politiche, per la prima volta secondo il sistema proporzionale, dove il Psi ottenne molto successo.
Fra il 1919 e il 1920 si scatenarono una serie di lotte operaie e contadine, che culminarono con l'occupazione delle fabbriche: si parla di Biennio Rosso. I lavoratori dell’industria ottennero sensibili miglioramenti salariali e la giornata lavorativa di otto ore; in molte aree dell’Italia centrale e meridionale si ebbero episodi di occupazione delle terre da parte dei contadini; le organizzazioni sindacali (Cgl, Usi, Cil) aumentarono il numero degli iscritti.

In questo periodo era capo del governo Francesco Saverio Nitti, liberale attento alle posizioni della sinistra, senza, però, ottenere consensi né dai socialisti né delle forze di destra.

Intanto, il mito della “vittoria mutilata” divenne, da slogan di ristretti gruppi nazionalisti, un sentire comune; così nel settembre 1919 maturò la celebre “Impresa di Fiume”, che aveva come protagonista il poeta nazionalista Gabriele d’Annunzio, il quale, alla testa di alcuni reparti di volontari, in buona parte militari e reduci, decise di occupare Fiume, assumerne la reggenza e proclamarne l’annessione all’Italia. In questa occasione il governo Nitti mostrò la debolezza del regime liberale, incapace di far rispettare l’ordine e di tenere fede ai patti sottoscritti.

Nel 1920, alle dimissioni di Nitti, divenne capo del governo Giolitti, che in politica estera cercò di chiudere la questione adriatica, sottoscrivendo il Trattato di Rapallo con la Jugoslavia (Trieste, Gorizia e Istria all’Italia, Dalmazia alla Jugoslavia e Fiume “città libera”), in politica interna di affrontare col non-intervento l’occupazione delle fabbriche a Torino e in altre città del Nord da parte degli operai metallurgici nel settembre 1920, che si risolse con pacifiche trattative (in risposta alle richieste operaie di decidere in merito all’orario di lavoro, gli industriali torinesi ruppero le trattative e andarono allo scontro attuando la serrata delle fabbriche. Alla fine i lavoratori dovettero accettare una regolamentazione restrittiva dei poteri delle commissioni interne, ossia le rappresentanze elette dai lavoratori. La lotta riaprì in settembre: di fronte al rifiuto padronale di discutere la piattaforma elaborata dalla Fiom, sindacato di categoria dei metalmeccanici interno alla Cgl, gli operai occuparono le fabbriche. La parte della classe operaia più consapevole del proprio ruolo intendeva sostituirsi alle vecchie classi borghesi nella direzione della produzione. Intanto nelle fabbriche occupate si formarono le “guardie rosse” per difendere il movimento. Di fronte all’atteggiamento incerto di dirigenti politici e sindacati e alla chiusura degli industriali, il governo si mantenne neutrale, facendo solo da mediatore e lasciando che le tensioni cessino da sé).

Negli anni 1920 – 1921 l’economia italiana entrò in crisi: nel 1921 un istituto di credito, la Banca di Sconto, fallì. Alla crisi dell’industria conseguirono un aumento dei disoccupati e l’indebolimento delle organizzazioni operaie, mentre le divisioni del movimento socialista sfociarono in due scissioni: l’ala sinistra del Partito socialista diede vita al Partito Comunista d’Italia, quella riformista al Partito socialista unitario. Le difficoltà della sinistra e il ripiegamento operaio rinvigorirono, quindi, le forze conservatrici o apertamente reazionarie, insofferenti della moderazione politica giolittiana. Il tentativo di Giolitti di introdurre un’imposta di successione sui patrimoni fortemente progressiva e di rendere nominativi i titoli azionari, dando nome e cognome ai proprietari di grosse fortune, per risanare il bilancio del Paese, venne frustrato da un’accesa opposizione sia della destra sia dei partiti popolari.

Intanto Mussolini e il movimento dei Fasci si erano schierati dalla parte della reazione, scatenando una serie di violenze contro le organizzazioni operaie. Il fascismo, in questo clima di tensione, si pose come l’unica forza in grado di contrastare efficacemente il sovversivismo.
Le squadre fasciste, vero e proprio corpo armato paramilitare al servizio del movimento e del suo capo, e quindi al di fuori di ogni legalità, avevano il sostegno dei grandi proprietari terrieri, dei settori più reazionari del mondo industriale, degli organi di polizia, dell’esercito e dell’apparato burocratico-amministrativo, privando lo Stato del suo ruolo di arbitro nei conflitti sociali.
Per paura della sovversione rossa socialcomunista, il governo si servì del fascismo per eliminare dalla scena i comunisti, convinto di poterlo poi riportare sotto il controllo della legalità costituzionale.
Nelle elezioni del 1919, Giolitti fece liste comuni con esponenti fascisti (“liste del blocco nazionale”), ma Psi e Ppi mantennero importanti posizioni. Dimessosi Giolitti, divenne primo ministro Ivanoe Bonomi, socialista riformista, con l’incarico di arrivare a un patto di pacificazione tra fascisti e socialisti; questo avvenne, ma i fascisti proseguirono da una parte con gli atti di violenza, dall’altra cercarono di offrire un immagine di sé rassicurante e affidabile (“fascismo in doppiopetto”), che lo accreditasse come la sola forza capace di restituire fermezza e autorità alle istituzioni, di fronte al caos sociale.
Nel novembre 1921 il movimento si trasformò in partito, il Partito Nazionale Fascista (Pnf).

Negli anni 1921 – 1922 continuarono le violenze squadriste, l’ingovernabilità del Paese causò una grande crisi politica, i partiti democratici erano incerti sul modo di far fronte all’ascesa fascista.

Nel luglio 1922 le forze della sinistra proclamarono uno sciopero in difesa delle libertà politiche e sindacali. Le violenze fasciste si scatenarono fortissime e lo sciopero fallì.
Cogliendo l’occasione, Mussolini, tra il 27 e il 28 ottobre, organizzò una manifestazione di forza dello squadrismo, la marcia su Roma. A seguito di ciò, il re Vittorio Emanuele III convocò Mussolini a Roma per conferirgli l’incarico di formare il nuovo governo. Mussolini, nel rispetto formale della legalità costituzionale, formò un esecutivo di coalizione con ministri popolari e liberali. Il 16 novembre 1920 si presentò alla camera, dove, rivolgendosi ai parlamentari per ottenere la fiducia al proprio governo, dichiarò, nel “Discorso del Bivacco”, che il Parlamento era ancora aperto solo perché egli aveva, per il momento, voluto risparmiare quell’aula “sorda e grigia” dall’assalto dei suoi uomini. Nonostante ciò, ottenne la fiducia.

I primi obiettivi di Mussolini erano assicurare una solida base parlamentare al governo e riportare la normalità nella vita associata. Con l’intento di far coincidere strutture del partito fascista e apparati statali, Mussolini diede vita a una Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, direttamente dipendente dal capo del governo, alla quale vennero affidati compiti di ordine pubblico (anomalia costituzionale); creò il Gran Consiglio del Fascismo, organo del partito, ma destinato ad avere un ruolo di direzione sul governo; rafforzò l’esecutivo, ottenendo pieni poteri per le questioni finanziarie e amministrative e ricorrendo spesso al decreto-legge, con il quale, in primo luogo, limitava la libertà di stampa; ridimensionò il numero di dipendenti statali; privatizzò il sistema delle comunicazioni telefoniche; concesse esenzioni fiscali nel settore edilizio.

Per rafforzare la stabilità di governo, nel 1923 venne promulgata una nuova legge elettorale (“Legge Acerbo”), che causò la rottura con il Partito popolare, contrario ad essa. Mussolini fece allora pressioni sulla Chiesa, verso la quale aveva già cominciato a mostrare segni di attenzione: esentò gli enti ecclesiastici da alcune imposte, ordinò l’esposizione del crocifisso nelle scuole e nei tribunali, dichiarò l’incompatibilità tra l’adesione al fascismo e quella alla massoneria, associazione condannata dalla Chiesa. Allora il Vaticano costrinse don Sturzo alle dimissioni da segretario del Partito popolare e contribuì a creare divisioni tra i cattolici.

Nell’aprile del 1924 si svolsero le elezioni. In vista del voto Mussolini rivolse un appello a tutte le forze disponibili a formare una lista di unità nazionale, il cosiddetto “Listone”, inoltre compì diverse illegalità: minacciò, intimidì e aggredì i candidati dei partiti di opposizione, devastò le sedi dei loro gruppi, manipolò le votazioni e gli scrutini con brogli e minacce agli elettori.
Il deputato del Psi Giacomo Matteotti del Psu svolse una documentata denuncia delle illegalità che avevano accompagnato la tornata elettorale e ne chiese l’invalidazione. Pochi giorni dopo (10 giugno 1924) venne rapito e due mesi più tardi ne fu ritrovato il cadavere.
Di fronte alla reazione dell’opinione pubblica e all’isolamento fascista, Mussolini sostituì il capo della polizia, fece arrestare gli esecutori materiali dell’omicidio e rinunciò al ministero degli Interni. Allora, come disse Filippo Turati, gli oppositori si ritirarono “sull’Aventino delle loro coscienze”, perché si ritirarono in assemblea e decisero di non partecipare più ai lavori parlamentari finché non fosse stata ristabilita la legalità (come i plebei della Roma del secolo V a.C. si ritirarono sull’Aventino astenendosi dal collaborare alla vita associata, contro lo strapotere dei patrizi).
Gli aventiniani contavano sull’isolamento morale del fascismo e soprattutto sull’intervento del re, che, però, mantenne il proprio appoggio al fascismo, mentre il senato continuava a dargli fiducia.

Il 3 gennaio 1925 Mussolini intervenne alla camera, assumendosi la responsabilità politica, morale, storica del delitto di Matteotti, giustificando la violenza fascista nel nome del bene superiore della patria, e accusando invece le opposizioni di aver fomentato i disordini con il loro comportamento. Così si mise fine alla parvenza di rispetto delle istituzioni liberali e si diede inizio al nuovo regime fascista. Il fascismo diventa una dittatura.

Gran Bretagna: i governi e gran parte dell’opinione pubblica individuarono come fattore centrale per tornare alla normalità il recupero di valore della sterlina, che doveva tornare ai livelli dell’anteguerra; nel 1925 essa raggiunse il livello di parità con il dollaro del 1914. Si scelse, dunque, una politica deflazionistica, basata sull’alto costo del denaro, sul prelievo fiscale secondo criteri progressivi, su limitate misure protezionistiche.
La produzione carbonifera era poco competitiva sul mercato mondiale, ancorata a metodi arretrati e contrastata dal diffondersi del petrolio; così, tra il 1921 e il 1926, i minatori furono protagonisti di grandi scioperi di carattere sia sindacale sia politico che i governi di David Lloyd George, liberale, e di Stanley Baldwin, conservatore, riuscirono abilmente a fronteggiare. Importante per mantenere la pace sociale fu il solido sistema di assistenza (es. sussidio di disoccupazione).

Francia: soddisfatta della “pena punitiva” nei confronti della Germania, riuscì ad attivare la ripresa economica in tempi relativamente rapidi, passando da una società rurale a urbana; gli operai ottennero la giornata lavorativa di otto ore e i contratti collettivi di lavoro. Intanto, dal punto di vista politico, il rischio dell’affermarsi di regimi di carattere autoritario-dittatoriale spinse i partiti comunisti a dar vita a coalizioni con le altre forze di sinistra e con le forze democratico-borghesi (“fronti popolari”), per contrastare l’avanzata fascista. Al governo socialista, colpito da un’ondata di scioperi operai dettata dall’inflazione crescente, successe un esecutivo di centro-destra.

Stati Uniti: superata la crisi di sovrapproduzione dell’inizio degli anni Venti, l’industria conobbe un periodo di straordinario sviluppo. La produzione di massa trovò sbocchi di mercato nel composito esercito dei consumatori (allargato grazie ad alti salari e a vendite rateali); mentre diminuì la manodopera nel settore agricolo, aumentarono i lavoratori in quello industriale e soprattutto in quello terziario; importante fu anche la crescita del settore edilizio. Nei prosperi anni del benessere durante la guida del Partito repubblicano, gli Stati Uniti richiesero un certo isolamento, appoggiarono i grandi gruppi economici e si mobilitarono in difesa dei valori nazionali, portata avanti anche dai gruppi religiosi che, richiamandosi alla tradizione protestante e puritana, spingevano alla votazione del XVIII emendamento alla Costituzione, che proibiva la produzione, il commercio e il consumo di bevande alcoliche; queste misure protezionistiche, però, si riveleranno controproducenti.

La grande crisi del '29: causa scatenante (finanziaria) + cause strutturali  crollo Wall Street (24 ottobre 1929)
Cospicui capitali vennero indirizzati verso la speculazione edilizia e, soprattutto, verso la compravendita di titoli in Borsa. Tuttavia la produzione industriale aveva già raggiunto livelli troppo elevati rispetto alle reali capacità di assorbimento del mercato interno, frenato dai bassi redditi dei ceti rurali dovuti alla crisi del settore agricolo. Nel momento in cui iniziò a venir meno la fiducia degli investitori, questi presero a vendere le proprie azioni, il cui valore iniziò a diminuire con esiti drammatici: la corsa alla vendita continuò in maniera precipitosa accelerando la crisi, che culminò nel crollo di Wall Street, la Borsa di New York, il 24 ottobre 1929 (“giovedì nero”).
Il credito si contrasse, le banche si trovarono in crisi di liquidità, gli investimenti da parte delle aziende diminuirono, la disoccupazione aumentò, si tagliarono i consumi, molte merci rimasero invendute.
In questo clima si svolsero le elezioni presidenziali del 1932, che portarono alla vittoria il democratico Franklin Delano Roosevelt, che inaugurò con il “New Deal” un nuovo corso del capitalismo statunitense: abbandonata la pericolosa tradizione del “laissez-faire”, insieme al cosiddetto “brain trust” (“concentrazione di cervelli”) propose una lotta alla disoccupazione, la regolamentazione del settore industriale, il riordino del sistema bancario e della Borsa, il sostegno alle attività agricole.
Per prima cosa venne avviato un programma di lavori pubblici, per fornire uno sbocco alla disoccupazione, stimolare la ripresa produttiva e riorganizzare l’uso delle risorse del Paese; si offrirono sussidi agli agricoltori che riducevano determinate produzioni per riequilibrare domanda e offerta; si introdussero provvedimenti per ridurre l’orario di lavoro e limitare gli straordinari; si fissarono i minimi salariali e vennero garantiti i diritti sindacali; si pianificò la produzione (es. livelli minimi dei prezzi); il dollaro venne svalutato del 40 per cento per favorire le esportazioni; il sistema bancario venne riformato; fu concepito un sistema assistenziale e di previdenza sociale per tutelare i poveri e i lavoratori.

Riassumendo: Crisi del ’29 (Evento periodizzante):
- Uscita dal liberismo
- Nuovo ruolo dello Stato in economia:
a. Politiche protezioniste
b. Sostegno all'economia
c. Ruolo attivo dello Stato nell'economia (Stato imprenditore  lavori pubblici, infrastrutture)

Germania: ai problemi economici dettati anche dall’enorme somma delle riparazioni di guerra si aggiunsero forti tensioni politico-sociali. Nelle elezioni per l’assemblea costituente del 19 gennaio 1919 la sinistra non raggiunse la maggioranza assoluta, così il governo che si venne a formare fu una coalizione fra socialdemocratici, liberali-democratici e il “Zentrum” cattolico. L’assemblea redasse la “Costituzione di Weimar” (definita “perfetta” per l’affermazione della libertà e dei diritti fondamentali dei cittadini e per il sistema di decentramento amministrativo) della nuova Repubblica Federale Tedesca, formata da:
- un Presidente della Repubblica, in carica 7 anni, con potere finanziario, militare e delle comunicazioni;
- un Cancelliere del Reich con potere esecutivo;
- il Reichsrat, camera dei 18 “Lander” (Stati regionali), con potere dei veto legislativo;
- il “Reichstag” (parlamento federale) in carica 4 anni, con potere legislativo.
Presidente, Reichstag e Reichsrat venivano eletti dai cittadini con più di 20 anni.

Per superare l’isolamento politico e diplomatico, il ministro degli Esteri della Repubblica di Weimar sottoscrisse il Trattato di Rapallo con l’Unione Sovietica (16 aprile 1922), che regolava i rapporti tra i due Paesi sulla base della rinuncia reciproca alle riparazioni di guerra e, da parte della Germania, alla rivendicazione delle proprietà tedesche nazionalizzate dopo la rivoluzione.
Tuttavia la situazione era instabile: diversi colpi di stato compiuti dalla destra nazionalista aumentarono le incertezze e fiorirono in un primo momento le forze moderate come il centro cattolico.
Un’ulteriore causa di profonda crisi fu la fine disastrosa dei rapporti con la Francia: di fronte ai ritardi e alle resistenze tedesche nel soddisfare i debiti, il presidente del consiglio decise l’occupazione della Ruhr, un’area industriale ricca di miniere, come pegno di quanto la Germania doveva restituire.
Il governo tedesco allora proclamò la resistenza passiva nella regione: i lavoratori minerari misero in atto scioperi e sabotaggi, scoppiarono incidenti con morti e feriti, la produzione si fermò, provocando ingenti danni all’economia tedesca.
In agosto, per fronteggiare la crisi, si formò un governo di grande coalizione che interruppe la resistenza passiva, aprì un negoziato con i francesi, avviò un processo di risanamento della moneta (creò un nuovo marco, garantito da un’ipoteca sui beni della nazione).

La svolta si ebbe con il piano del finanziere americano Charles G. Dawes, che prevedeva un intervento della finanza internazionale a sostegno dell’economia tedesca, così da favorirne il risanamento. Le restituzioni potevano avvenire in quote variabili da definire di anno in anno, in base alle possibilità effettive di pagamento. Questo permise, dal 1924, una costante crescita del Paese.
Nel 1925 venne sottoscritto l’Accordo di Locarno, che definiva la questione dei confini tra Francia, Belgio e Germania, la quale, l’anno successivo, fu ammessa alla Società delle Nazioni.
Tuttavia si sviluppò una forte involuzione conservatrice della società tedesca, con la vittoria del candidato della destra militarista alle elezioni del 1925, dettata dalla nostalgia della grande Germania del II Reich e dei suoi valori.

Nel 1929 anche la Germania venne colpita dalla crisi economica, a cui si aggiunse una grande instabilità politica, che lasciava sempre più spazio al Partito nazionalsocialista guidato da Adolf Hitler, che avviò una conquista del potere attraverso una “rivoluzione legale” basata sul consenso di massa. Questo piano faceva leva su:
- Aspirazioni fallite e paure degli industriali
- Paure e frustrazione dei ceti medi
- Rabbia dei disoccupati
I suoi principi erano: nazionalismo, imperialismo, razzismo e antiparlamentarismo.
Ma ciò che riescì a far presa sulle masse fu la promessa di riportare ordine e prosperità nel Paese devastato dalla sconfitta militare e da due successive crisi economiche.
Accanto alla propaganda, però, i nazisti organizzarono delle squadre armate, inizialmente le SA (“Sezioni d’assalto”) e in seguito le SS (“Squadre di protezione”). Bruning, che presiede il governo di centro, tentò di scioglierle, ma il 30 maggio 1932 fu costretto a dimettersi e il presidente Hindenburg diede l’incarico di cancelliere a Franz von Papen, del centro cattolico, che confermò la piena libertà delle squadre naziste.
Nel 1932 Papen offrì il ruolo di vice a Hitler, che rifiutò. Papen, in minoranza, vene sostituito e, in una situazione di instabilità politica, la politica di Weimar giunse alla fine.
Il 30 gennaio 1933 Hindenburg nominò Hitler cancelliere di un governo di coalizione composto anche di esponenti dei partiti conservatori e dell’esercito.

Unione Sovietica: per far fronte alla crisi del dopoguerra, il governo intervenne con energia e autorità varando il cosiddetto “comunismo di guerra”, una politica di nazionalizzazione (subordina allo Stato le attività produttive e finanziarie), dei comitati di raccolta dei prodotti agricoli, requisiti in modo forzato ai contadini, cui fu lasciata solo una minima parte in quantità fissa, e ridistribuiti a seconda delle esigenze immediate  venne disincentivata la produzione; si formò un'enorme macchina burocratica, che si rivelò presto inefficiente.
Da un lato la produzione industriale si ridusse di circa sette volte rispetto ai valori prebellici, dall’altro una grave siccità causò una rovinosa carestia.
Nel 1921, per far fronte alla crisi, venne varata la Nuova Politica Economica (NEP), basata sul principio di una parziale e temporanea restaurazione dell’economia di mercato: al sistema delle requisizioni dei prodotti agricoli si sostituì quello dei contributi in natura a quota fissa, dando vita a un nuovo ceto di “borghesia commerciale”, i cosiddetti “nepmen”.
Il 30 dicembre 1922 nacque l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS).
Il 6 luglio 1923 venne emanata la nuova costituzione, che proclamava il carattere socialista dello Stato, cioè il riconoscimento del diritto di tutti i cittadini al lavoro, all’assistenza sociale e all’istruzione, e sanciva la nascita di uno Stato federale.
Ogni soviet locale, eletto a suffragio universale, doveva inviare i propri rappresentanti al Congresso dei soviet dell’Unione, che costituiva il supremo organo dell’esecutivo. In realtà il potere effettivo fu accentrato nel Presidium del soviet supremo e nel Consiglio dei ministri e ulteriormente ristretto al Politbjuro, l’ufficio politico centrale del partito. La capitale fu trasferita a Mosca.

Alla morte di Lenin nel 1924 si aprì la lotta per la successione: i due maggiori protagonisti erano Stalin, responsabile dell’organizzazione del partito, e Trotskij, generale dell’Armata rossa ed eroe della guerra civile, ma poco amato nel partito per il suo eccessivo autoritarismo.
Il primo, secondo la formula del “socialismo in un solo Paese”, voleva costruire una solida nazione socialista per rilanciare poi il processo rivoluzionario negli altri Paesi; il secondo, secondo la formula della “rivoluzione permanente”, sosteneva la necessità di allargare l’area rivoluzionaria agli altri Paesi industrializzati.
Riguardo allo sviluppo industriale, Trotskij riteneva che le risorse necessarie per avviarlo andassero ricavate dallo sfruttamento massiccio delle campagne, e quindi bisognava attivarsi contro i contadini più ricchi (“kulaki”), mentre Stalin voleva mettere in atto una transizione più lenta al socialismo, accettando la formazione dei ceti medi nelle campagne (la classe operaia non era ancora abbastanza forte).
Prevalso su Trotskij, Stalin da un lato continuò la Nep, dall’altro aveva nelle sue mani il controllo totale sui dirigenti del partito.

Eliminata l’opposizione di Trotskij e dopo la defenestrazione di Bucharin, contrario alla collettivizzazione della terra e all’industrializzazione in tempi rapidi, Stalin ottenne il controllo assoluto del partito e del Paese.
Politica internazionale: con l’obiettivo di chiudere i contrasti territoriali, l’Urss firmò una serie di trattati che regolavano le questioni delle frontiere con gli Stati confinanti e stabilivano rapporti commerciali.
Nel 1922 l’Urss venne invitata alla conferenza di Genova per affrontare i problemi di ricostruzione in Europa.
Ma la svolta si ebbe con il rapporto con la Germania: Trattato di Rapallo, aprile 1922, i due Paesi rinunciarono a ogni riparazione reciproca legata ai danni di guerra e decisero l’avvio di negoziati economici, oltre che l’apertura di consultazioni continue sui grandi temi di politica internazionale; Trattato di non aggressione.

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