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Dopo la Prima Guerra Mondiale

I colloqui di pace si svolsero a Parigi, ed i trattati furono firmati in località vicine tra il 1919 e il 1920. I rappresentanti delle quattro potenze vincitrici: per l’Italia Vittorio Emanuele Orlando; per la Francia Georges Clemenceau; per la Gran Bretagna David Lloyd George; per gli Stati Uniti Woodrow Wilson, avevano obiettivi diversi e non mancarono momenti di tensione.
Il presidente americano Wilson aveva steso un elenco di quattordici punti che riassumevano i progetti per la futura politica europea e mondiale. Wilson dava molta importanza alla autodeterminazione delle nazioni, cioè ogni nazione doveva essere indipendente e scegliere la propria forma di governo. I trattati rispettarono solo in parte questo principio. Essi prevedevano:
* indipendenza di nuovi stati quali: Ungheria, Cecoslovacchia, Iugoslavia, Lettonia, Estonia e Lituania
* L’Austria perse 7/8 dei territori dell’antico impero;
* la Turchia perse tutti i territori europei, tranne la città di Istanbul
* la Palestina e l’Iraq furono affidati agli inglesi e la Siria alla Francia
* La Germania venne riconosciuta la responsabile della guerra, pertanto fu costretta a pagare i danni ed a mantenere una flotta ed un esercito molto ridotti; fu anche privata delle colonie
* l’Alsazia e la Lorena ritornarono alla Francia che venne anche autorizzata a sfruttare per 15 anni le miniere della regione tedesca della Saar, mentre altre territori tedeschi passarono alla Danimarca e alla Polonia.
Le reazioni ai trattati di pace furono particolarmente violente in Germania, perché i tedeschi ritenevano di essere stati sottoposti a condizioni troppo dure, soprattutto per colpa della Francia, ma anche i francesi non erano soddisfatti, perché giudicavano non sufficienti le sanzioni imposte alla Germania.

Italia
L’Italia ricevette dall’Austria il Trentino, l’Alto Adige, la Venezia Giulia e Trieste. Il primo ministro Orlando e il ministro degli esteri Sonnino chiedevano però anche i territori previsti dal patto di Londra in Albania, Dalmazia e Turchia. Ma le atre potenze ritenevano che queste concessioni avrebbero violato il principio dell’autodeterminazione, in quanto l’Italia si sarebbe costituita delle colonie sul territorio europeo, e quindi si opposero. Per protesta la delegazione italiana abbandonò i colloqui e quando vi tornò, Francia e Inghilterra si erano già spartite le colonie tedesche, e l’Italia non ne ebbe vantaggi. Questo fatto causò grandi proteste nel nostro paese. Nazionalisti e reduci di guerra dissero che quella italiana era una “vittoria mutilata”, incompleta, perché gli alleati non avevano dato all’Italia quello che avevano promesso con il patto di Londra.

Situazione dopo i trattati di pace
Il mondo uscì dalla guerra profondamente mutato: Quattro imperi erano crollati:
1. quello austro-ungarico
2. quello tedesco
3. quello russo
4. quello turco

in compenso erano nate molte nuove nazioni; il primato dell’Europa si era indebolito sia dal punto di vista politico che da quello economico, perché iniziava ad emergere il nuovo ruolo mondiale degli Stati Uniti. Ma le novità non riguardavano solo le relazioni internazionali. L’esperienza di guerra segnò profondamente tutta una generazione. Non si era infatti mai visto nella storia un impegno così massiccio di uomini in armi e di persone impegnate per lo stesso scopo: la difesa della patria. La guerra segnò anche l’ingresso delle masse sulla scena della storia; il popolo italiano fece la prima esperienza di unità: uomini di regioni diverse vissero le stesse sofferenze fianco a fianco nelle trincee. Il movimento socialista, grazie anche al successo della rivoluzione russa, si rafforzò in tutta Europa. Anche le donne, che avevano lavorato nelle fabbriche al posto degli uomini impegnati al fronte, acquistarono una nuova coscienza dei loro diritti. La guerra cambiò anche l’atmosfera culturale; infatti, con i suoi orrori che rimasero per anni nella mente dei combattenti, aveva posto fine all’ottimismo con cui il secolo era iniziato. Cominciava un periodo molto più oscuro caratterizzato da numerose e gravi crisi.

L’affermazione dei principi democratici

Dal punto di vista politico il dopoguerra fu caratterizzato dalla generale affermazione dei principi democratici, e in questo senso la grande guerra sancì la fine definitiva dell’antico regime. La caduta di quattro imperi e delle secolari dinastie che li reggevano e la costituzione delle repubbliche al loro posto, rappresentarono il trionfo del principio della sovranità popolare. Il suffragio universale maschile venne applicato quasi ovunque; solo in gran Bretagna e in germania fu introdotto anche il voto alle donne. La costituzione della Società delle Nazioni nel 1920 rappresentò la volontà di porre fine ai sistemi della diplomazia segreta, ritenuti responsabili dello scoppio del conflitto, e di applicare anche ai rapporti tra le nazioni i principi democratici attraverso il metodo della discussione pubblica e della soluzione dei conflitti in seguito a decisioni collettive. Ma la democrazia non si affermò in modo incontrastato. Gli anni del dopoguerra, dal 1919 al 1921/22, furono caratterizzati da spinte di carattere rivoluzionario, sia nei paesi vinti che in quelli vincitori. Soprattutto in Italia e in Germania si andò diffondendo una forte insoddisfazione verso il sistema democratico e liberale, considerato fonte di lungaggini e compromessi. Assunsero sempre più importanza le ideologie: il comunismo a sinistra, rafforzato dall’esempio della rivoluzione russa del 1917; il nazionalismo a destra. Le nuove associazioni politiche nazionaliste che sorsero in Francia, in Germania e in Italia, riunirono soprattutto gli ex combattenti e i reduci, uniti dalla solidarietà maturata sui campi di battaglia e dalla diffidenza verso il sistema parlamentare. Contemporaneamente l’assuefazione all’uso delle armi, maturata durante la guerra, provocò un’abitudine alla violenza ed una svalutazione delle vita umana. E’ in questo clima che si formarono, nell’Italia del dopoguerra e nella Germania di Weimar, i nuovi movimenti di destra, fascismo e nazismo, che saranno in grado di mettere in crisi lo stato liberale.

Conseguenze della guerra
La guerra introdusse o accelerò una serie di mutamenti profondi e irreversibili nella società europea. Con il suo carattere di massa essa aveva messo in contatto una infinità di persone, aveva annullato o contribuito a diminuire, nel comune pericolo, le differenze sociali e le diverse provenienze geografiche. Si sentì un nuovo protagonismo femminile, all’interno delle famiglie si era avuta una trasformazione dei ruoli, che aveva visto soprattutto un nuovo protagonismo femminile. Con i giovani e i capofamiglia al fronte, le donne si erano assunte rilevanti responsabilità, al di fuori del tradizionale controllo maschile. Nelle fabbriche avevano lavorato al posto degli uomini; si erano impegnate nel “fronte interno”, come addette alla propaganda, come crocerossine negli ospedali, come componenti dei vari comitati civili. Nelle campagna, in Italia, le contadine si erano trovate a dover gestire, nell’assenza del coniuge, il sussidio fornito dal governo. Nel dopoguerra la donna si trovava quindi ad aver sviluppato un nuovo senso di indipendenza e di autonomia. Le promesse deluse La grande massa dei reduci, dei mutilati, degli ex prigionieri di guerra, una volta rientrati in patria, dovettero affrontare una dura realtà, alle prese con la ricerca del lavoro e con il rincaro dei prezzi. Le promesse dei governi fatti ai soldati nel pieno della guerra, in primo luogo “la terra ai contadini”, vennero mantenute solo in parte, e questo contribuì a far nascere un sentimento di amarezza in chi aveva combattuto e sofferto. Le fratture sociali La guerra contribuì anche a creare nuove fratture sociali. Durante il conflitto si erano arricchiti soprattutto i produttori di armi, i commercianti, i così detti nuovi ricchi. Nel dopoguerra molti ceti sociali si impoverirono, soprattutto tutti coloro che, avendo un reddito fisso, vennero colpiti dall’inflazione. Si crearono così una serie di conflitti: fra consumatori e commercianti,fra mondo operaio e mondo contadino, fra vecchi e nuovi ricchi. Crollo del commercio e degli investimenti esteri Assai grave per l’economia fu l’interruzione delle normali relazioni economiche tra gli Stati. Tra il 1913 e il 1923 la partecipazione europea al commercio internazionale scese dal 59% al 50%; il vecchio continente, costretto a dirottare risorse dagli impieghi consueti alla produzione militare, perse il controllo dei mercati esteri a tutto vantaggio degli Stati Uniti, del Giappone e delle economie emergenti di paesi come Argentina, Brasile, Canada e Australia. Anche i profitti derivanti dagli investimenti all’estero crollarono: Francia e Inghilterra, per finanziare l’acquisto di materiale bellico, furono costrette a cedere parte dei loro investimenti esteri, che scesero rispettivamente del 50% e del 15%; i capitali tedeschi investiti nei paesi belligeranti furono confiscati e in seguito trattenuti a titolo di riparazione. L’inflazione Un altro fattore di crisi delle economie nazionali e internazionali fu l’inflazione: per fronteggiare le spese militari e le perdite materiali, le nazioni coinvolte nella guerra dovettero ricorrere sia a ingenti prestiti, allargando a dismisura il debito pubblico, sia all’emissione di cartamoneta. Questi provvedimenti determinarono un aumento dei prezzi: tra il 1914 e il 1918 salirono di tre volte in Inghilterra e in Italia, di cinque in Francia, di 15 in Germania, di oltre 20 volte in Bulgaria. Tali inflazione causò gravi difficoltà alle popolazioni incidendo sulla qualità della loro vita, mentre la grande disparità dei prezzi tra i diversi Stati rese ancora più difficile la ripresa del commercio internazionale. Benché l’andamento complessivo delle economie europee negli anni Venti non fosse troppo negativo, la situazione era comunque compromessa alla base. I debiti di guerra e la pace punitiva imposta alla Germania Alla fine della guerra le nazioni europee vittoriose erano indebitate nei confronti degli Stati Uniti per 10 miliardi di dollari. Questi Paesi si aspettavano che i prestiti americani sarebbero stati cancellati alla fine del conflitto, ma il governo statunitense, pur acconsentendo ad una riduzione degli interessi e a una dilazione dei termini di pagamento, fu irremovibile: il denaro andava restituito. A questo punto Francia e Inghilterra imposero alla Germania il pagamento delle riparazioni di guerra, che furono quantificate nel 1921 in 32 miliardi di dollari, una cifra astronomica. Inoltre Francia e Inghilterra requisirono allo stato tedesco metalli preziosi, titoli, valute estere, merci, autocarri, navi, vagoni ferroviari, bestiame e carbone come acconto del loro credito. La possibilità della Germania di pagare le riparazioni dipendeva dalla sua capacità di esportare più di quanto importava, per ottenere la valuta estera o l’oro necessari ad effettuare i pagamenti. Le restrizioni economiche imposte dagli Alleati rendevano però impossibile per la Germania ricavare un surplus sufficiente per i pagamenti annuali. Nell’estate del 1922 il valore del marco tedesco cominciò a crollare in maniera disastrosa e la valuta conobbe la più grande svalutazione della storia dell’Occidente: nel 1923 il cambio ufficiale toccò i 4.200 miliardi di marchi per un dollaro. Di conseguenza una forte spirale inflazionistica si diffuse a tutta l’Europa. Nel 1932 i debiti di guerra tedeschi furono cancellati , ma l’economia internazionale si trovava ormai in piena crisi.

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