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Prima guerra mondiale

Forse nessuna data della storia contemporanea è cosi importante come il 1914, l’anno dello scoppio della I° guerra mondiale. Questa, diventata ben presto nella coscienza della gente la Grande Guerra per antonomasia (e tale rimasta fino al 2° conflitto mondiale) provocò distruzioni immani fino a quel momento inimmaginabili, grazie alla diffusione e all’uso combinato in tutti i paesi belligeranti della leva militare di massa e di armi sempre più complesse ed efficaci. La Grande Guerra provocò cambiamenti radicali nell’economia e nella società europea, oltre che nei rapporti tra questa e il resto del mondo. L’intensità di questi cambiamenti è stata di tale portata da giustificare l’opinione di chi vede nel 1914 (e non nel 1900) la fine dell’ 800 e l’ inizio del 900. Il 900 ha dunque avuto inizio con una guerra di proporzioni mai viste prima, i cui effetti perversi si sono fatti sentire a lungo dopo la sua fine e hanno messo il mondo in uno stato generale di crisi economica, sociale e politica, per uscire dalla quale sarà necessaria la 2° Guerra Mondiale del 1939-1945. Possiamo dunque considerare gli anni compresi tra il 1914 e 1945 come un unico periodo di crisi generale prolungato di cui la Grande Guerra del 1914-1918 costituisce solo il primo atto. Naturalmente,quando si parla di crisi riferendosi ad un periodo così lungo, non si deve pensare solo ad un peggioramento continuo dell’economia e delle condizioni di vita della gente: al contrario, anche in questo periodo l ‘economia si sviluppò e migliorarono le condizioni di vita, anche se le attività economiche incontrarono inevitabilmente enormi difficoltà. Tuttavia, tale periodo viene caratterizzato da lunghe fasi di disoccupazione e dall’inflazione e la crisi investì non solo l’ economia ma anche la politica, culminando con lo squilibrio dei regimi liberali e la vittoria di quelli fascisti.

Tre caratteristiche contribuirono a distinguere la prima guerra mondiale dai conflitti precedenti: la sua durata, l’estensione nello spazio geografico, le forme nuove. I contemporanei se ne accorsero fin da subito rimanendo fortemente colpiti dalla ‘’grandezza’’ del nuovo conflitto che, non a caso è conosciuto come la Grande Guerra.
Allo scoppio della guerra nel 1914 in Francia, Inghilterra, Austria, Germania, le popolazioni reagirono dapprima con un senso di stupore, poi con rassegnazione e infine con determinazione. (Più raramente con entusiasmo soprattutto da parte di coloro che vedevano nella guerra l’unica possibilità di cambiamento della situazione sociale e politica non a caso molti intellettuali erano interventisti: emblematiche sono le parole espresse dallo scrittore italiano Giovanni Papini che scriveva: ‘’Siamo troppi. C’è troppo di qua e un troppo di là che premono. La guerra fa il vuoto perché si respiri meglio, lascia meno bocche intorno alla stessa tavola’’. Tutti ritenevano che la guerra sarebbe stata di breve durata. Quando diventò invece una guerra di logoramento, i paesi belligeranti imposero una disciplina ferrea per convogliare nello sforzo richiesto dal conflitto tutte le energie, tutte le risorse umane, tecniche ed economiche. Poichè le forze militari in campo si equivalevano, poichè alla prospettiva della guerra breve si era sostituita quella della guerra lunga, sarebbe riuscito vincitore chi avrebbe prodotto più armi; chi avrebbe avuto a disposizione più cibo per nutrire la popolazione civile e l’esercito. D’altra parte, gli eserciti immensi immobilizzati nelle trincee non erano più in grado, come era avvenuto nei secoli passati, di autoalimentarsi col saccheggio, i governi dovevano provvedere ai loro bisogni. La logistica cessava di essere un elemento secondario (anche se sempre importante) della guerra, diventava un problema fondamentale che investiva tutta l’ economia dei vari paesi, diventava essenziale non solo avere a disposizione la quantità maggiore possibile di risorse ma anche coordinarle secondo un piano diretto dal centro. Tutte le fabbriche o quasi si convertirono in fabbriche di guerra, cioè produssero beni destinati alla guerra. Tutti i governi provvidero ad allontanare dal fronte gli operai specializzati e a rimetterli nelle officine dove, sottoposti ad una ferra disciplina militare, produssero armi e proiettili. Tutti i governi crearono un tipo di economia diversa da quella tradizionale, un’economia nella quale lo stato acquistò una funzione coordinatrice centrale, una economica basata su un rapporto triangolare di collaborazione fra stato,industriali e sindacali (necessari per assicurare il consenso degli operai ai ritmi di lavoro più intensi).

La Trincea

Così, la guerra ‘’lampo’’ e di movimento sulla quale puntava lo stato maggiore tedesco si trasformò in breve tempo in una guerra di posizione, di logoramento e di trincea. Le trincee, il più possibile ristrette e tortuose per offrire minor bersaglio all’artiglieria e rendere inefficace il tiro di infilata, erano poste su più linee, collegate da camminamenti e protette da sacchi di sabbia, fossati, reticolati, campi minati e nidi di mitragliatrici e filo spinato. I soldati in prima linea vivevano in uno stato di tensione nervosa permanente; la trincea offriva una sorta di protezione ma imponeva condizioni di vita disumane. Le condizioni igieniche erano deplorevoli e si viveva in promiscuità: numerose sono state le testimonianze della vita di trincea, in una di queste si legge che i soldati raramente calzati e lavati, non si spogliavano mai, convivevano con topi, pidocchi, cadaveri, mosche e quant’altro per sopravvivere e per non pensare si affidavano al vino alla grappa, mentre attorno a loro l’ odore acre dell’urina era indicibile, i rifiuti sparsi dappertutto, il rancio poco e le lunghe e snervanti attese erano interrotte soltanto dagli assalti improvvisi. In tutte le nazioni la propaganda di guerra andava presentando il soldato come una sorta di eroe, paziente e convinto della grande missione che compiva per amore della propria Patria.
La realtà che invece è emersa da numerose testimonianze e da studi recenti fu sicuramente diversa. Il combattente era si capace di atti di valore e di abnegazione ma fu soprattutto disperato, pieno di angoscia, desideroso di pace, mortificato nella sua personalità, sotto posta ad una tensione indicibile. Ritornò la superstizione: il soldato teneva su di sé amuleti e portafortuna, giungeva addirittura ad ingoiare immagini sacre sperando di essere più protetto, credeva di vedere apparizioni miracolose e segni del cielo che annunciavano pace e serenità. Il soldato aveva paura ma subiva ed accettava la guerra come un agricoltore subisce e accetta la tempesta e la siccità. Il soldato però pensava a sé, alla famiglia lontana, alla casa che forse non avrebbe mai più rivisto; su di lui parole come giustizia, patria, progresso non risvegliavano alcun sentimento.
Durante la Grande Guerra la battaglia cessò di essere quello che era stata in passato, cioè una giornata risolutiva di combattimento: diventò un allucinante andirivieni di attacchi e contrattacchi, di assalti e contrassalti che potevano durare per mesi e mesi: vennero scatenati periodicamente dai comandi gigantesche battaglie, della durata di svariati mesi, tanto inutili quanto sanguinose, veri e propri macelli umani, nella speranza di logorare l’avversario. Per sfondare le linee di difesa, si ricorse allora, benché la convenzione dell’Aia del 1849, lo vietasse, ai gas asfissianti e i primi a farne uso, con affetti devastanti, furono, il 22 aprile 1915, i tedeschi nel corso della battaglia d’Ypres e vennero immediatamente imitati dai loro alleati. Dapprima diffusi in forma di nube dalle proprie postazioni; (ma il sistema era poco pratico e rischioso perché richiedeva il permanere di condizioni atmosferiche favorevoli) poi da proiettili di artiglieria e da granate lanciate a mano dagli aeri, i gas, più pesanti dell’aria, si addensavano nelle trincee facendo strage tra truppe ammassate in spazi ristretti: spaventosa era la sorte dei superstiti con gli occhi e i polmoni bruciati. Presto però furono approntate contromisure abbastanza efficaci come tende e ricoveri a tenuta d’aria e con superfici esterne trattate con sostanze neutralizzanti e l’impiego di maschere antigas e cosi i gas finirono con l’essere usati soltanto in azioni di sorpresa e di portate limitate. Non rimase allora che il ricorso sempre più massiccio all’ artiglieria pesante, il cui calibro, gittata, rapidità di tiro e precisione crebbero incessantemente nel corso del conflitto. Le azioni offensive erano precedute da bombardamenti che talora duravano ininterrottamente per giorni, lasciando i superstiti inebetiti, sconvolgendo le linee di rifornimento, scavando una miriade di crateri che conferivano al terreno di battaglia un aspetto lunare ed offrivano un efficace riparo alle fanterie attaccanti. Ad eccezione della battaglie dello Jutland nel corso del 1° conflitto mondiale gli scontri navali furono pochi e di scarsa entità. Tuttavia, sul piano strategico, risultò decisivo il fatto che per tutta la durata del conflitto l’intesa mantenne saldamente il controllo delle vie di comunicazione marittime. Il comando tedesco era consapevole dell’inferiorità della propria flotta rispetto a quella inglese, ansi tendeva a sopravvalutare il divario esistente ma inizialmente non se ne preoccupò eccessivamente. Prolungandosi il conflitto e cominciando ad avvertire gli effetti del blocco imposto dall’Inghilterra, i tedeschi nel 1915 ricorsero ai sommergibili - di cui fino ad allora non era stata valutata appieno la potenzialità offensiva per tentare un controblocco. Vi rinunciarono presto anche perché, per la sua atrocità - i sommergibili praticamente non erano in grado di soccorrere i naufraghi -, la guerra sottomarina rischiava di alienare le simpatie di cui la Germania godeva presso alcuni paesi neutrali e di provocare l’intervento degli Stati Uniti. Nel 1917, però, i tedeschi, questa volta senza più limitazioni, ripresero la guerra sottomarina: sia dava perciò per scontato che questo avrebbe provocato l’intervento americano ma si calcolava che se gli U-Boote avessero affondato
600 000 tonnellate di navi nemiche al mese per sei mesi, le comunicazioni tra Europa e Usa si sarebbero bloccate, rendendo inefficace l’intervento americano. Il calcolo era esatto per quanto riguardava le capacità distruttive dei sommergibili ma sottovalutava le capacità produttive dei cantieri inglesi e statunitensi, che nel corso degli ultimi mesi del 1917 e i primi del 1918 riuscirono a rimpiazzare completamente le perdite subite dalle proprie flotte mercantili. Per quanto riguarda il nostro Paese L’Italia in guerra costituì un caso anomalo rispetto alle altre maggiori potenze. I governi di queste potenze, quando nel 1914 avevano dichiarato la guerra, avevano avuto l’appoggio delle rispettive borghesie e anche dei socialisti. In Italia invece i socialisti erano stati contrari e la borghesia si era divisa tra interventisti e neutralisti. Successivamente, messi di fronte al fatto compiuto dell’intervento, i socialisti avevano adottato nei confronti della guerra un atteggiamento ambiguo, da loro definito con l’espressione ‘’ne aderire, ne sabotare’’. La mancanza di unanimità iniziale fece dell’Italia durante tutto il corso della guerra un paese politicamente diviso. Anche tra gli interventisti a poco a poco si delineò una divisione sempre più profonda: da una parte gli interventisti democratici, fedeli ai loro ideali di libertà da portare ai popoli oppressi, dall’altra parte gli interventisti più vicini ai nazionalisti e più sensibili alle ambizioni di potenza. Fece sentire la sua voce forte contro ‘’l’inutile strage’’ fu anche il pontefice Benedetto XV che il 1 agosto del 17 rivolse ai capi dei paesi belligeranti una Nota, che, peraltro, suscitò la più fiera proteste. In Italia, il generale Cadorna, cattolico osservante, ne impedì la circolazione tra le truppe,ne mancò chi, più tardi, le attribuì la demoralizzazione dell’esercito che avrebbe causato la disfatta di Caporetto. L’ allora direttore de ‘’Il Corriere della Sera’’ la fece oggetto di una critica spietata mentre Mussolini, sul popolo d’Italia, la commentò nei seguenti termini:’’ Ci troviamo innanzi a una manifestazione di propaganda banale e luminosa contro la guerra, che non differisce in nulla dai volantini anonimi diffusi tra le masse dai socialisti ufficiali. In realtà il pontefice anticipava nella sua nota molte delle proposte che sarebbero poi state riprese nei ‘’quattordici punti’’ del presidente americano Wilson. Appellandosi ai governi europei il papa tuonò contro essi dicendo ‘’il mondo civile dovrà dunque ridursi ad un campo di morte? E l’Europa, cosi gloriosa e fiorente, correrà, quasi travolta da una follia universale, all’abisso, incontro ad un vero e proprio suicidio?’’ e ancora ‘’il punto fondamentale deve essere che sottentri alla forza materiali delle armi la forze morale del diritto […] e, in sostituzione delle armi, l’istituto dell’arbitrario con la sua alta funzione pacificatrice,secondo le norme da concertare e la sanzione da convenire contro lo Stato che ricusasse o di sottoporre le questioni internazionali all’arbitro o di accettarne la decisione’’. E’ inoltre necessario sottolineare che per l’Italia, paese giunto tardi – solo nel 1861- all’unificazione e all’indipendenza politica, la partecipazione alla prima guerra mondiale fu la prima vera e propria esperienza di massa che coinvolse tutto il popolo. Si può benissimo affermare che solo con la guerra sia nata in Italia un’opinione pubblica nazionale. Prima della guerra l’opinione pubblica era limitata a ristrette fasce della borghesia e ai socialisti.Fu con la guerra che tutti gli italiani, volenti o nolenti, presero concretamente coscienza dell’esistenza della patria : dal piccolo borghese, ufficiale di complemento e combattente entusiasta, al fante contadino, rassegnato alla sua sorte di animale da macello, all’operaio ostile alla guerra. Rispetto alle altre maggiori potenze, l’Italia fu il paese nel quale la guerra provocò il maggior grado di militarizzazione della società. Gli uomini mobilitati sotto le armi furono circa sei milioni, pari al 16% della popolazione, mentre lo stato moltiplicò l’estensione delle proprie competenze, intervenendo in tutti i campi della vita economica.
Paradossalmente, la prima guerra mondiale contribuì in misura notevole al processo di emancipazione femminile. La guerra globale infatti offrì ai movimenti femminili, che dappertutto aderirono al clima di mobilitazione patriottica offrendo incondizionatamente la propria collaborazione allo sforzo bellico, un potere contrattuale ed opportunità senza precedenti. Dapprima le autorità accolsero molto tiepidamente tali offerte di disponibilità: un numero limitato di donne, quasi tutte di estrazione borghese, furono impiegate come infermiere presso gli ospedali militari o in attività di intrattenimento ed assistenza ai soldati in licenza o rinviati dal fronte perché feriti o ammalati. Dal momento però che una percentuale sempre più alta di uomini in età lavorativa vestiva la divisa e al contempo aumentavano le esigenze produttive, donne di ogni estrazione sociale li sostituirono nell’agricoltura, in ogni settore dell’industria, nei servizi e negli uffici governativi, nonostante le resistenze dei sindacali e del padronato che temevano rispettivamente la concorrenza di una manodopera tradizionalmente a basso costo e la incontrollabilità di un personale non sottoposto al codice di disciplina militare. Terminata la guerra, quasi tutte le donne tornarono ad essere confinate nella dimensione di figlia, moglie e madre: tuttavia per anni milioni di loro avevano potuto confrontare le proprie idee ed i propri problemi con altre donne di ogni estrazione, acquisendo una nuova consapevolezza della propria condizione e un senso di solidarietà che attenuava lo spessore delle barriere sociali. Lavorando come e meglio degli uomini, avevano avuto modo di dimostrare a loro stesse e agli altri di possedere capacità finora negate ed ignorate; vivendo al loro fianco nelle fabbriche, curando i feriti negli ospedali e raccogliendo le loro confidenze, le donne avevano in parte infranto il diaframma di riserbo e separatezza fra i due sessi, assumendo atteggiamenti più liberi e franchi.

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